Google ha rinunciato al "do no evil"? Le promesse infrante dal search engine

Google ha infranto le promesse del "do no evil", e ci sono le prove. Ovviamente un'azienda deve per forza guadagnare per vivere, ma i suoi comportamenti tradiscono un discreto senso di colpa.


Search Engine Land
ha pubblicato oggi un interessante articolo su Google: l’autore, Danny Sullivan, sostiene che la super corporation avrebbe venduto l’anima da anni, rinnegando una serie di promesse molto chiare su parecchi prodotti dipendenti dal suo search engine.

Per gli americani la parola data è sacra, e mentire può far perdere la poltrona ai presidenti. Tuttavia c’è una cosa ancora più sacra delle promesse, che è il guadagno. Soprattutto se la società è per azioni e gli investitori chiedono dei risultati a fine anno.

Tuttavia se pensiamo che il motto sempre più dimenticato di Google è sempre stato “Do no evil”, è piuttosto facile capire che se la corporation si è rimangiata delle promesse, ha per forza tradito questa filosofia.

Tutto per il dio denaro


Le promesse infrante da Google e prese in considerazione da Sullivan sono straordinariamente macroscopiche.

  • Nel 2004 Google ha reso pubblico Google Product Search, come motore di ricerca per i prodotti messi in vendita. Nel 2012 è diventato Google Shopping, e le cose sono cambiate. Se nel 2004 la corporation definiva “evil” far pagare per inserire i prodotti nel motore di ricerca, perché ciò avrebbe inficiato la rilevanza, dal 2012 si può essere elencati in Google Shopping SOLO pagando.
  • La difesa: Google cerca di ridefinire i termini della faccenda, sostenendo che il pagamento è necessario per garantire che i risultati siano di qualità. Secondo Sullivan, non si è visto alcun miglioramento.

  • Nel 2005 Google ha promesso (tramite la persona di Marissa Meyer) che non ci sarebbero mai stati banner pubblicitari nei risultati di ricerca o nella homepage. Alla fine del mese scorso Google ha iniziato a testare giganteschi header pubblicitari. Otto anni fanno una grossa differenza, ma Google non vantava il proprio look chiaro e minimal e la propria neutralità? Inoltre perché i banner nel Web 1.0 erano considerati il massimo della cialtroneria mentre oggi nel 2013 qualcuno li dovrebbe considerare degli elementi accettabili?
  • La difesa: Google non risponde davvero, ma ammette che lo sta facendo. Le vecchie promesse non sono mai esistite.

    Cosa sta facendo Google e perché


    Possiamo solo fare delle ipotesi sui comportamenti di Google. C’è chi sostiene ci sia un collegamento tra questa attenzione per i guadagni stratosferici e l’influenza nefasta che Steve Jobs ha avuto sul più giovane Larry Page. Credo che attribuire a Jobs dei poteri quasi sciamanici di corruzione delle anime non sia molto ragionevole, nonostante l’aura quasi mistica che ne circonda la memoria.

    Più probabile è l’influenza degli azionisti, e lo stesso spirito d’intraprendenza della corporation. Abbiamo tutti visto quanto sia facile per Google abbandonare i progetti e passare oltre, e allo stesso tempo imbarcarsi in nuove idee, anche strampalate e a lungo termine. Per questi giocattoli è necessario avere fondi. Per avere fondi, ahimè, tocca diventare cattivi. E qualcuno alla fine dell’anno deve pagare i conti, e siamo noi che usiamo un servizio quasi vitale come il search engine.

    A questo dobbiamo aggiungere un altro suggestivo dubbio. Chi diavolo è che è responsabile delle scelte di marketing della ricerca? Danny Sullivan stesso, uno dei giornalisti più informati del web, può solo fare delle ipotesi. Il fatto che Google ci nasconda chi è “colui che infrange le promesse” è piuttosto sospetto - la corporation NON risponde a domande in merito. E questo già di per sé forse è una risposta: risalendo tutta la catena di comando, risulta che il responsabile - il capo supremo della divisione search engine - potrebbe essere lo stesso Larry Page. Il che ci riporta alla famosa “possessione demoniaca” da parte di Jobs, una vera teoria del complotto degna delle scie chimiche e degli Illuminati.

    Il discorso trattato è molto emotivo, ma ha degli elementi profondamente veri: un tempo potevamo indicare Google e definirla una compagnia capace di smentire tutte le voci un po’ cyberpunk sulle multinazionali senz'anima. Oggi invece guardiamo Google e vediamo un’altra Microsoft - che, ironia della sorte, è oggi addirittura in grado di mettere Google al muro con la sua famosa campagna Scroogled.

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