Datagate: Facebook. Il coinvolgimento di Mark Zuckerberg e del suo social network

Una smentita seguita da ulteriori dettagli sulla collaborazione tra Facebook e NSA nello scandalo Datagate. Ecco la ricostruzione.

Continua il nostro viaggio all'interno del Datagate e di PRISM, a ormai oltre un mese di distanza dalle rivelazioni con cui Edward Snowden ha scosso il mondo dell'industria tecnologica, svelando il coinvolgimento di diverse aziende di primo piano nel programma di spionaggio messo in piedi dalla NSA.

Dopo aver analizzato la posizione di Apple e precedentemente quelle di Twitter e Google, poniamo oggi la nostra attenzione su Facebook, il social network più usato in tutto il mondo e inevitabilmente coinvolto nelle rivelazioni di Snowden.

Mark Zuckerberg tra i primi a rispondere


Il post

con cui il fondatore di Facebook, Mark Zuckerberg, ha risposto a quanto pubblicato dal Guardian, è datato 7 giugno 2013 alle 23:45 italiane. Si tratta di fatto di una delle prime reazioni delle società coinvolte, racchiusa nel seguente testo in forma tradotta:

“Voglio rispondere di persona all’oltraggioso report della stampa su PRISM:

Facebook non è e non è mai stato parte di alcun programma per dare agli USA o ad altri governi diretto accesso ai nostri server. Non abbiamo mai ricevuto richieste segrete o ordini della corte di alcuna agenzia governativa che chiedesse metadata in grandi quantità, come quello che avrebbe ricevuto Verizon. E se l'avessimo ricevuto, l'avremmo contrastato aggressivamente. Non abbiamo mai sentito parlare di PRISM prima di ieri.

Quando i governi chiedono dati a Facebook, analizziamo ogni richiesta con cura per essere sicuri che seguano sempre i processi corretti e tutte le leggi applicabili, e forniamo solo le informazioni richieste dalla legge. Continueremo a lottare strenuamente per mantenere le informazioni salve al sicuro.

Incoraggiamo caldamente tutti i governi a essere molto più trasparenti sui programmi destinati a tenere le persone al sicuro. È l’unico modo per proteggere le libertà civili di tutti e creare una società sicura e libera che tutti vogliamo nel lungo periodo.”

Il termine oltraggioso usato da Zuckerberg è legato a quanto pubblicato anche dal New York Times, con informazioni specifiche riguardanti il social network:

"In almeno due casi, con Google e Facebook, uno dei piani in discussione prevedeva la costruzione di portali separati e sicuri, come una versione digitale delle camere sicure realmente esistenti in cui vengono conservate le informazioni classificate, in alcuni casi sui server delle società. Attraverso queste stanze online, il governo avrebbe richiesto i dati, e le società depositato essi per farli prelevare al governo."

Facebook torna sull'argomento


La data del 7 giugno dell'intervento di Zuckerberg è importante anche per paragonarla al ritorno di Facebook sul caso PRISM, avvenuto il 14 giugno tramite la penna di Ted Ullyot, responsabile dell'area legale del social network. Nel dettaglio, Ullyot ha rimarcato la pressione di Facebook per l'adozione di pratiche più trasparenti da parte dei governi, rendendo anche noto nella vicenda specifica l'ulteriore movimento della propria azienda per ottenere dalle autorità la possibilità di divulgare più informazioni sul Datagate.

Informazioni che, in un modo o nell'altro, arrivano:

"Per i 6 mesi terminati il 31 dicembre 2012, il numero totale di richieste di dati di utenti ricevute da Facebook dalle autorità negli USA (incluse quelle locali, statali e federali, e incluse richieste su crimini vari e questioni di sicurezza nazionale) - è stato tra 9.000 e 10.000. Queste richieste vanno dallo sceriffo locale alla ricerca di un bambino disperso, agli U.S. Marshals sulle tracce di un fuggitivo, al dipartimento di polizia che indaga su una rapina, all'ufficiale di sicurezza nazionale che indaga su una minaccia terroristica. Il numero totale di utenti Facebook interessati da queste 9.000-10.000 richieste è stato tra i 18.000 e i 19.000 account.

Con più di 1,1 miliardi di utenti attivi mensili in tutto il mondo, significa che una piccola frazione dell'1% dei nostri account è stata soggetta a un tipo di richiesta dalle autorità statali, locali o federali negli ultimi 6 mesi. Speriamo che aiuti a mettere nella giusta prospettiva i numeri coinvolti, e che metta a tacere alcune delle affermazioni iperboliche e false fatte dalla stampa sulla frequenza e lo scopo delle richieste dei dati da noi ricevuti."

Le critiche


In primo luogo, le dichiarazioni di Ted Ullyot non smentiscono quelle di Mark Zuckerberg, ma mettono sotto un'altra luce la parte da noi evidenziata in grassetto, relativa alla richiesta di "metadata in grandi quantità". Se infatti prima il fondatore di Facebook sembrava smentire categoricamente il coinvolgimento del social network su PRISM, le sue parole sembrano voler nascondere la verità.

A difesa di Zuckerberg, c'è però da considerare la possibilità che egli non sia stato sicuro sul cosa poter rivelare dietro il bavaglio imposto dalle autorità, sia il fatto che la NSA non abbia comunicato né a Facebook, né alle altre aziende, l'esistenza di un vero e proprio programma denominato PRISM.

Tornando al suddetto bavaglio, le parole di Ullyot sono state commentate dallo stesso Edward Snowden, prese in esame insieme a quelle delle altre società:

"Le loro smentite sono passate attraverso diverse revisioni ed è diventato sempre più chiaro come siano fuorvianti e includano un linguaggio specifico e identico attraverso le varie aziende. Sono obbligate legalmente a mantenere il silenzio sulle specifiche del programma, ma questo non le obbliga davanti all'etica. Se Facebook, Google, Microsoft e Apple rifiutassero di fornire questa collaborazione all'Intelligence, cosa farebbe il governo? Le chiuderebbe?"

© Foto Getty Images - Tutti i diritti riservati

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