Bitcoin e consumo di energia. È un disastro ecologico?

Secondo un analista il procedimento "minerario" con cui si estraggono i bitcoin dal codice impegna così tanti processori con una tale mole di lavoro che il consumo energetico è di $150.000 al giorno. I suoi calcoli, però, sono poco accurati, rispondono i supporter della valuta PP2.

Mark Gimein di Bloomberg è un detrattore feroce dell’economia del Bitcoin, o meglio, uno scettico piuttosto dubbioso dell’effettiva “sostanza” di tale valuta diffusa. La sua posizione è legittima, ma meno legittimo è tirare fuori dati dal cappello ed accusare i bitcoin di disastro ecologico. Vediamo assieme i due fronti opposti in questa discussione, e se è vero che fare “il minatore” di bitocoin sia un consumo energetico spaventoso.

La tesi: i bitcoin sono dannosi a livello energetico



Sebbene non esistano bitcoin “fisici”, secondo Mark i danni sono reali. I suoi calcoli, estrapolati dall’osservatorio Blockchain.info sembrano suggerire che le operazioni per il mining dei bitcoin facciano consumare 982 megawatt/ora al giorno.

“Questa è abbastanza energia per dare corrente a 31.000 case americane, è mezzo Large Hadron Collider. Se poi le idee dei supporter del Bitcoin diventassero realtà il mining diventerebbe un’operazione ancora più imponente.”


Qui serve un piccolo excursus sull’estrazione dei bitcoin, il “mining” come viene chiamato. Cos’è e come funziona? Con il seguente piccolo, chiarissimo video dovrebbe diventare tutto chiaro, però il succo del discorso è che servono delle macchine per “estrarre” i bitcoin dal codice in cui sono crittografati.















Riuscire a liberare bitcoin, quindi, diventa progressivamente sempre più difficile ed i computer usati sono sempre più specializzati e potenti. Secondo una facile matematica, dovrebbero anche essere più costosi (verissimo) e sempre più affamati di energia. Questo secondo punto, invece, non corrisponde alla realtà.

L’attuale livello di tecnologia per i “miners”



Sebbene sia vero che estrarre bitcoin sia ormai diventato un business specializzato, e che una macchina adatta costi migliaia di euro ed un investimento ed aggiornamento costante per tenersi al passo con la tecnologia, il fatto che gli attuali processori usati per l’operazione siano esosi con la bolletta dell’elettricità è falso.

Lo step precedente del mining era quello di sfruttare le GPU. Le schede grafiche erano per loro natura molto più veloci delle CPU nel lavorare con la crittografia - ed erano anche molto avide di energia.

L’attuale “stato dell’arte” del mining è composto da installazioni ASIC, ovverosia circuiti integrati costruiti apposta per questo scopo, che sono molto più economici da operare delle GPU e che consumano molto meno. Si tratta di macchine ottimizzate per lavorare all’algoritmo di hash del Bitcoin (SHA-256). Quella in cima all'articolo è l'immagine di una di queste workstation, anche se quel particolare modello non è ancora sul mercato vi dà un'idea di forme e costi.

Per spiegarvi l'impatto degli ASIC sull'economia del Bitcoin, basta dire che ad una GPU di buon livello servirebbero decadi per sconfiggere uno di questi bestioni nel tipo di assalto brute-force necessario per il mining efficiente. Anche facendo calcolo distribuito e dividendo i risultati, non si riesce neppure a restare in pari con i professionisti. Entro pochi mesi, pare, resteranno solo ASIC, ed il consumo energetico è quindi destinato a calare ulteriormente.

In ogni caso se si va a vedere quanto costa mantenere la rete di ATM di Visa 24 ore su 24 e quali sono i costi di mantenimento del sistema delle banconote, quella del consumo energetico del Bitcoin resta una critica davvero strana.

Via | Ars Technica

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