Informatica libera e pacifista: intervista a Carlo Gubitosa II

Dopo la prima parte pubblicata ieri, ecco la parte centrale dell'intervista all'attivista telematico Carlo Gubitosa: oggi ci parla di geek, di consumo critico e dell'informazione come strumento di guerra.

Hai scritto diversi libri sulla pirateria e l'hacking anche italiano: il volontariato e il pacifismo telematico erano vicini all'ambiente degli hacker e dei cyberpunk? In rete, si scarica da qui il tuo volume Hacker, scienziati e pionieri (Storia sociale del ciberspazio e della comunicazione elettronica). Raccontaci qualcosa anche per i lettori più giovani, per i quali Hacker Crackdown potrebbe il nome di un utensile per snocciolare la frutta agli scoiattoli.

Negli anni '90 le reti di BBS hanno rappresentato uno spazio libero utilizzato con efficacia da tutte le culture minoritarie che non trovavano (e non trovano tuttora) spazio all'interno dell'informazione commerciale. E' cosi' che in questo spazio si sono ritrovate le minoranze piu' varie, colorate ed eterogenee: gli scout cattolici hanno creato scoutnet, dalla cultura libertaria dei centri sociali e' nata cybernet, dal mondo pacifista e dalla cultura nonviolenta ha preso vita PeaceLink, l'area piu' "geek" delle controculture digitali degli anni 90 si e' ritrovata attorno a BBS come la Metro Olografix di Pescara, e tutte queste anime della telematica sociale italiana hanno fatto informazione assieme, imparando a rispettarsi a vicenda. Per me quell'epoca e' stata una grande scuola di tolleranza e di rispetto, e al tempo stesso una finestra su mondi che altrimenti non avrei mai incontrato. Rispetto a questa situazione l'esplosione di massa del web ha avuto anche degli effetti negativi, e oggi in rete e' piu' facile trovarsi "tra simili" che incontrare persone molto diverse da te.

Come hai visto evolvere l'etica collaborativa e libertaria col passare del tempo e le innovazioni tecnologiche che trasformano il web ogni tre anni?

Per parlare degli aspetti puramente comunicativi, che riguardano la sociologia, la storia e la cultura, una intervista e' uno spazio troppo corto. Mi limito ad osservare due cose: la prima e' che finalmente le tecnologie cominciano ad avere un impatto anche sulla nostra vita quotidiana, e non solo sulla nostra vita in rete. A gennaio ho trascorso un mese in Africa, comunicando con l'Italia via SMS anche da angoli sperduti, contattando via email e via voip le persone che mi hanno ospitato, continuando a scrivere articoli e a collaborare come giornalista freelance con il settimanale Carta per il quale seguo una rubrica fissa, e questo solamente cinque anni fa non sarebbe stato possibile.

Quando parli di "etica collaborativa e libertaria" penso a come sarebbe cambiato il mondo se persone come Danilo Dolci, Mohandas Gandhi o Aldo Capitini avessero potuto disporre degli strumenti che noi oggi utilizziamo per scaricare suonerie o fare blog autoreferenziali.

In una tua intervista dicevi di pensare che "l'informazione e la comunicazione non siano solamente degli "accessori" da mettere al servizio dei contenuti ma dei veri e propri ambiti strategici", ci puoi spiegare in due parole concetti come Information Warfare oppure consumo critico dei media?

Purtroppo l'informazione pacifista e nonviolenta e' molto meno strutturata di come potrebbe esserlo. Da questo punto di vista la Rete Lilliput e' stata una grossa speranza per l'affermazione del modello TCP/IP anche nell'ambito dell'impegno sociale: una rete fatta di nodi tutti uguali, con una struttura orizzontale e una organizzazione leggera dove ogni nodo puo' attivarsi istantaneamente coinvolgendo a catena anche tutti gli altri nodi, insomma una vera e propria struttura militante per il cambiamento sociale, aperta non solo agli attivisti di professione ma anche ai padri di famiglia che hanno solo un'ora di tempo alla settimana da regalare alla rete. Purtroppo la sovraesposizione mediatica durante i giorni del G8 genovese e il ripetersi dei meccanismi associativi di sempre hanno trasformato la Rete di Lilliput in un'altra megaassociazione/comunicatificio che ha perso molto della sua freschezza iniziale.

PeaceLink, per la sua stessa natura di gruppo molto disperso sul territorio, non e' mai riuscita a creare dei punti di presenza sul territorio, e quindi se nell'ambito della produzione di cultura il mondo pacifista e' piu' avanti delle strutture militari, sull'analisi strategica dell'utilizzo dei media i cosiddetti "think thank" del Pentagono sono avanti anni luce rispetto allo spontaneismo dei movimenti. E' proprio da questi "serbatoi di cervelli" che nasce il concetto di "Information Warfare", che in due parole puo' essere definito come l'estensione della guerra dalla sfera fisica e materiale a quella informativa e culturale. Per i teorici dell'Information Warfare (letteralmente "la macchina da guerra dell'informazione") i media sono al tempo stesso una macchina da guerra (che costruisce nelle nostre teste il consenso necessario per bombardare altri paesi) un campo di battaglia (dove vincere la resistenza culturale di chi si oppone alle invasioni di altri paesi) e anche un obiettivo militare (basti pensare che nelle ultime tre guerre combattute dagli Usa con il nostro appoggio sono stati bombardati il palazzo della televisione RTS di Belgrado, la sede di Al Jazeera di Kabul e quella di Baghdad).

Credo che l'impatto sociale delle comunicazioni sia stato studiato molto piu' accuratamente dalle strutture militari che dal settore pacifista, anche se in questo senso le tre persone che ho citato prima (Dolci, Gandhi e Capitini) sono stati dei precursori anche nel settore della comunicazione: Dolci ha realizzato la prima radio pirata Italiana nel 1970, Gandhi ha collaborato con giornalisti per rivoltare l'opinione pubblica inglese contro l'occupazione coloniale dell'India, Capitini ha capito che un simbolo universale di pace come una bandiera arcobaleno poteva avere un impatto sociale e simbolico molto forte. Il consumo critico dei media e' semplicemente l'applicazione ai libri e alle riviste di tutti quei ragionamenti che facciamo su Coca Cola e McDonald's: se compro questo prodotto danneggio me stesso, gli altri o l'ambiente? A prima vista un libro sembra intrinsecamente inocuo, ma se lo compriamo all'autogrill stiamo aggiungendo il nostro granello di sabbia all'ingranaggio che sta spazzando via tutte le piccole librerie di quartiere, e la stessa desertificazione culturale viene alimentata dal sostegno alle grandi catene librarie come Mondadori e Feltrinelli che stanno mettendo seriamente a rischio la biodiversita' culturale del paese. Se applicassimo dei criteri etici anche a libri, giornali e riviste, dovremmo rifiutarci di comprare quotidiani che rubano soldi dalle casse dello stato spacciandosi per giornali politici e attingendo a finanziamenti pubblici con trucchi e stratagemmi, come accade per il "Foglio" di Ferrara che a parole proclama il liberismo economico ma nei fatti si attacca alla mammella statale grazie al sostegno bipartisan dei parlamentari Pera e Boato che hanno creato una organizzazione ad hoc per far piovere sul panzone di Ferrara decine di migliaia di euro all'anno.

Con la facilità di pubblicare e personalizzare i media digitali in maniera semiprofessionale, va di pari passo anche il rischio di vivere in un piccolo mondo autoreferenziale e chiacchierone.

L'autoreferenzialita' e' il rischio piu' grande del mondo dei blogger, ed e' per questo che non ho mai avuto tempo e voglia di creare un blog personale, ma ho sempre preferito il gioco di squadra redazionale all'interno di comunita' virtuali come quella di PeaceLink, in fin dei conti l'unione fa la forza. In questi mesi, grazie al grande contributo di tutti i volontari (tra cui molti ragazzi) che organizzano le loro energie all'interno dell'Associazione PeaceLink, ho avuto il tempo per ragionare su nuovi progetti di comunicazione, e sto meditando un "ritorno alla carta" per creare una piccola iniziativa editoriale che possa far uscire dal cyberspazio tanti contenuti di valore che rischiano di essere confinati al mondo delle reti e alle ristrette cerchie dei gia' informati. Ad esempio il lavoro del vignettista Mauro Biani, amico e collaboratore di PeaceLink meriterebbe di essere apprezzato anche da chi non frequenta i blog, ma semplicemente le edicole o le librerie. Al momento la mia e' solo una idea. Se qualcun altro vuole ragionarci sopra puo' scrivermi su carlo@gubi.it

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