Marissa Mayer contro il telelavoro: accuse per il CEO di Yahoo!

Ritratto di Marissa Mayer

Primo vero fronte di polemiche per Marissa Mayer, CEO di Yahoo! arrivato a metà luglio del 2012 per fronteggiare la crisi in cui la società americana si trovava. Dopo aver portato con sé nuove interfacce e rinnovamenti alle applicazioni, nei giorni scorsi la Mayer ha sancito la fine del telelavoro in Yahoo!, costringendo quindi i suoi dipendenti in remoto a trasferirsi o affrontare il licenziamento.

Secondo le nuove regole imposte dalla Mayer, a partire dal prossimo mese di giugno tutti i dipendenti dovranno recarsi ogni giorno in ufficio, ovunque essi siano: poco importa se proprio all'epoca della loro assunzione la flessibilità faceva parte dell'accordo. I tempi cambiano, dirà qualcuno, ma la decisione di bandire il telelavoro suona tremendamente anacronistica.

È così che Marissa Mayer è stata investita dalle polemiche, per quella che agli occhi di molti sembra una mossa destinata a mascherare i licenziamenti che Yahoo! vorrebbe effettuare nei prossimi mesi. Una mossa in grado di scoraggiare grandi quantità di dipendenti, dai genitori che sfruttano il telelavoro per passare più tempo coi propri figli a chi, parlando in termini pratici, dovrebbe fare altrimenti ore di viaggio al giorno per arrivare in ufficio.

Polemiche accresciute ancora di più dalla condizione di neomamma della Mayer, che secondo chi l'accusa dovrebbe essere quindi in grado di capire la situazione in cui si trovano le dipendenti dell'azienda nella stessa situazione. Ufficialmente, il provvedimento mira a massimizzare "comunicazione e collaborazione", lavorando fianco a fianco.

Ma come dicevamo, la mossa suona tremendamente anacronistica: soprattutto in un mondo come quello attuale dove la tecnologia e la globalizzazione hanno reso il telelavoro una cosa possibile, dando da un lato al datore di lavoro i mezzi per controllare il dipendente, e dall'altro a quest'ultimo di lavorare come se fosse davvero in ufficio. Un trend crescente, come dimostra un post di TechCrunch sull'argomento.

Steve Woods, fondatore di Quack.com, ha così commentato l'argomento su Technorati:

"Mayer sta cercando di mettere insieme un'azienda tecnologica del ventunesimo secolo usando mentalità da posto di lavoro del diciannovesimo secolo."

Mentre Yahoo! non ha dato commenti ufficiali, AllThingsD ha ricordato che molte aziende tecnologiche, da Google a Microsoft, permettono il telelavoro. Un modo di dare flessibilità apprezzato anche dai dipendenti, come dimostra una ricerca di CareerBuilder e HarrisInteractive su 3.900 lavoratori a tempo pieno, dove per il 59% gli orari flessibili sarebbero la cosa più importante seguiti dalla possibilità di lavorare da casa per il 33%.

Mi permetto a questo punto di recuperare una riflessione dal mio vecchio blog personale (giustificandone finalmente l'export in formato XML). Senza forse neanche rendersene conto, molte attività fanno già largo uso di tecnologie di virtualizzazione: si lavora sempre più usando chat, email, telefoni, videoconferenze e tutto ciò che il progresso ci mette a disposizione, così come Internet è diventato ormai centro di gran parte delle attività lavorative di molte persone.

Non voglio credere che le aziende, arrivati ormai nel 2013, siano così cieche da credere ancora che il telelavoro sia una cosa da scansafatiche che non vogliono alzarsi dal letto la mattina, senza considerare i vantaggi: prima di tutto economici, visto che tenere una persona in ufficio ha comunque i suoi bei costi, e che forse potendo lavorare da casa c'è chi sarebbe propenso a sacrificare una fetta di salario.

Ma i vantaggi esisterebbero anche dal punto di vista della ricerca di personale, proprio come fatto a suo tempo da Yahoo! per reclutare le menti migliori anche a distanza di chilometri. Perché limitare la propria ricerca al circondario, o comunque a quella che sarà sempre solo una parte della forza lavoro disponibile nel proprio settore, quando c'è la possibilità di andare a cercare il proprio candidato ideale tra tanti e tanti volenterosi disponibili in rete?

Anche nel caso della lontananza più grande, i mezzi per raggiungere i diversi luoghi del nostro Paese (riconducendo la problematica all'Italia) in tempi relativamente brevi sono ormai alla portata di tutti. Eppure, molte aziende italiane vogliono la presenza in ufficio solo per esercitare il loro controllo sui propri dipendenti, dimostrando cecità: incluse anche quelle che amano professarsi "2.0", "innovative", "all'avanguardia" e tante altre belle parole.

Non si tratta di cercare il posto di lavoro accanto a mamma e papà, come qualcuno in passato ha sostenuto, ma di estendere il campo delle possibilità di tutti: parlando delle singole persone, oltre all'abbattimento dei costi sempre più esagerati per gli spostamenti giornalieri (parlo di auto e treno, se andate a lavorare in bicicletta il telelavoro a che vi serve?) si tratterebbe anche di porre un freno ai flussi migratori. Molti potrebbero risparmiare sugli spropositati affitti e sul costo della vita nelle grandi città, restando nel luogo d'origine.

Non dimentichiamo che tra i vari fattori in grado d'influenzare la qualità della vita c'è anche la densità demografica: meno si è, meglio si sta ed è facile renderci conto che molte zone metropolitane sono ormai pronte a scoppiare da un giorno all'altro. Una cosa che ho sempre pensato è che oltre a sottrarre posti di lavoro automatizzando processi, la tecnologia dovrebbe migliorare la qualità della vita di ognuno di noi, aiutandoci nelle attività di tutti i giorni. Per alcuni lavori ne sarebbe perfettamente in grado, siamo noi però che non glielo permettiamo.

Via | Qz.com

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