Dall'information technology alla trasformazione della consapevolezza

Ho avuto l'occasione di fare quattro chiacchiere nel fine settimana con un pioniere dell'editoria informatica italiana: quando ho scoperto che aveva pubblicato il primo libro su Internet in italiano, ho pensato di fare un podcast per fissare qualche brano di storia orale della tecnologia. Poi non siamo riusciti a registrare, ecco quindi la versione scritta, che fra l'altro è anche più comoda da seguire.

L'intervistato è Ivo Quartiroli, fondatore delle case editrice Apogeo ed Urra (ora del gruppo Feltrinelli), oggi attivo sul web con la rivista Innernet.it (percorsi di conoscenza e spiritualità) e da poco con il blog Indranet (*), dove scrive di media, psicologia e impatto interiore delle tecnologie.

Prima di essere stato editore, eri programmatore ed autori di libri. Come ricordi quei tempi?
Pionieristici. Nel 1980 era appena partita la facoltà di Scienze dell'Informazione a Milano sotto la guida di Giovanni degli Antoni e, nel giro di pochi mesi, come attività didattica siamo passati dalle schede perforate ai primi Apple II e quindi a macchine Unix che, con 512 K di Ram (sì, K, non Mega!), gestivano otto studenti in multiutenza che compilavano a manetta programmi in C, Pascal e shell.

Diversi studenti di quei primi anni sono poi stati poi i protagonisti di aziende della new economy, anche se non tutti hanno finito gli studi, come io stesso, in quanto c'erano molte più opportunità lavorative rispetto ad oggi da prendere al volo.

Avevo avuto la fortuna di gestire le macchine Unix su cui gli studenti si esercitavano e ancora da studente, nel 1982, avevo scritto un libro su Unix con altri due studenti, un successo di vendite enorme. Allora, come adesso per Lunix, l'intenzione era quella di divulgare conoscenze che erano talvolta chiuse in ambiti ristretti. Recentemente, un coautore mi ha ricordato che per consegnare all'editore un impaginato ben visibile per il processo di stampa, avevamo creato un programmino speciale per la stampante ad aghi (l'unico tipo di stampante disponibili ai tempi) in modo che la testina passasse tre volte sulla stessa riga. Era lentissima e stampavamo di notte, e facevo un rumore terribile che ricordava un tram in curva. Non vi erano monitor grafici nè programmi di desktop publishing, tuttavia usammo un rudimentale ma efficace software dei tempi: nroff, una utility di Unix che consentiva di dare delle direttive di impaginazione ai testi.

Probabilmente quel libro era uno dei primissimi creati in desktop publishing, anche se questo termine non esisteva ancora. Successivamente ho scritto altri libri sul linguaggio C e su applicativi, ma la parte tecnica mi interessava più come strumento che come fine. Mi ricordo ad esempio che avevo creato un programma in Pascal che suonava delle "improvvisazioni" su scale musicali di blues. Ma, per le parti di programmazione più ostiche, chiedevo consigli a chi era più smanettone di me.

Come era la comunicazione tra gli studenti che usavano già i computer in quegli anni?

Alla vecchia maniera, faccia a faccia! Prima dell'avvento di Internet vi erano ben poche modalità di comunicazione al di là del MOTD (message of the day), che il system manager poteva impostare come messaggio quando un utente si collegava al suo terminale. Ma si trattava di comunicazioni tecniche, di servizio. Mi ricordo che in università, pur essendo disponibile su Unix un primordiale sistema di posta elettronica anche nei primi anni '80, di fatto quando volevamo comunicare lo facevamo di persona, era molto più piacevole. A quei tempi "scrivere sul computer" un messaggio personale sarebbe stato considerato come qualcosa di strano.

Qual è stato il tuo primo portatile?

Sinceramente non lo ricordo perchè ne sono passati tanti di mano, ma tutt'ora possiedo un Compaq del 1992 che ho utilizzato fino a pochi anni fa per scrivere con MS Word 5 per DOS, a mio parere una delle poche opere d'arte software di Microsoft. Un word processor flessibile, efficiente nell'utilizzo, con cui avevo impaginato diversi libri ancora negli anni ottanta, flessibile e programmabile con macro.

Poi è arrivato Internet e tu facevi già l'editore come Apogeo, che ha contribuito alla divulgazione della cultura informatica in Italia.

Sì, ricordo che nel 1993 ad una fiera del libro negli Stati Uniti che qualche editore americano mi parlava di questo Internet. Nessuno in Italia ancora lo conosceva al di fuori dei ricercatori delle università. Non vi erano ancora nè browser nè motori di ricerca e molti computer funzionavano ancora in DOS. I modem, quando andava bene, erano a 9600 baud. Tuttavia, pur non capendo bene cosa fosse, questo Internet aveva l'aria di qualcosa di importante, così chiesi i diritti di traduzione di Navigare con Internet, il primo libro pubblicato sul tema. Un successo immediato. Nel 1995 esplode il ciberspazio anche in Italia e Apogeo pubblica ben venti titoli su Internet.

Cosa ti ha portato poi ad occuparti di percorsi di consapevolezza, spiritualità orientale e simili?

In realtà ho sempre avuto un'attenzione per questi temi. Già nel 1983 scrivevo articoli per Informatica Oggi sulla psicosomatica e la tecnologia, e i motivi psicologici del rapporto con computer. Ero considerato piuttosto stravagante. Mi ha sempre interessato comprendere la divisione nella nostra società tra la mente apollinea brillante, tecnologica e razionale, la via dionisiaca, sensuale e istintiva e i percorsi orentali che vanno oltre la mente. Io amo e ho bisogno di tutte queste modalità. Poi come Apogeo e in particolare Urra abbiamo dato molto spazio alla riflessione sulle tecnologie pubblicando i libri di McLuhan, Sherry Turkle ed altri.

Che consigli daresti a chi oggi inizia ad operare nel mondo dell'Information Technology?

Occuparsi del proprio equilibrio corpo/mente: bilanciare il lavoro mentale con lo svuotamento mentale. Occuparsi del corpo, cercare il silenzio da un eccesso di informazioni, praticare la meditazione,. A livello più imprenditoriale suggerisco di non avere paura ad esporsi, sappiamo che le burocrazie all'italiana tendon a scoraggiare qualsiasi iniziativa, ma come italiani abbiamo ancora una grande creatività che è un peccato rimanga inespressa. E poi, occuparsi di cultura, non limitarsi alle informazioni tecniche. Allargare la visione, leggere i flosofi, i maestri spirituali, leggere di psicologia e di ecologia. Imparare un buon inglese (siamo purtroppo tra gli ultimi al mondo in questo senso) e viaggiare quanto possibile.

(*) La rete del Dio Indra è una metafora hindu e buddista del terzo secolo sulla interconnessione di tutte le cose. La metafora dice che la rete di Indra si può magicamente estendere all'infinito in tutte le direzioni; ad ogni nodo della rete si trova un gioiello splendente, poichè la rete è infinita i gioielli sono infiniti. In ogni gioiello vengono riflessi tutti gli alri gioielli della rete, e in ogni gioiello riflesso vengono a loro volta riflessi tutti gli altri gioielli in un modo che oggi definiremmo olografico.

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