Web e PC sono la "cocaina dei popoli", parola del dott. Whybrow dell'UCLA

Il Dottor Peter Whybrow è professore ordinario all'Istituto Neurologico Comportamentale dell'UCLA e le sue ricerche sulla maniera in cui le nuove tecnologie influenzano il comportamento umano è inziata alla fine del secolo scorso, durante la bolla del Dot Com.

Whybrow si è reso conto che la popolazione a contatto coi PC abbia iniziato a sviluppare molto spesso dei comportamenti simili alle vittime di disturbi delle manie ossessive: ansia, depressione, irritabilità nei momenti peggiori, accompagnati da frenesia per acquisire nuovi oggetti, alta produttività e parlata rapidissima.

Se devo esprimere un'opinione personale la descrizione del buon dottore mi ricorda di più i sintomi dell'adolescenza, il che forse depone altrettanto male per l'attuale generazione. Ma torniano a noi: secondo Whybrow il nostro problema principale è l'impossibilità di distanziarsi dal lavoro e dagli stimoli degli hobby, un problema che rende molto complesso addormentarsi, riposare, staccare il cervello.

Altri studi, che Whybrow evidentemnte considera molto validi, sostengono che i problemi di sonno comunissimi in questo momento storico dipendano da troppi stimoli immediatamente raggiungibili, dalla troppa luce ambientale e dal rumore costante delle città. Il corollario che il neuroscienziato aggiunge a questa tesi è che noi non solo soffriamo di questa eccessiva stimolazione, ma non siamo in grado di liberarcene, non possiamo controllarla, non si può semplicemente smettere. Siamo dipendenti da una vera e propria sostanza eccitante, una "cocaina elettronica".

I nostri cervelli sono già predisposti a trarre godimento dalle ricompense a breve termine e la ricerca di novità che viene subito soddisfatta è la caratteristica principale di Internet. Whybrow ha studiato la chimica del nostro cervello e ritiene che se il meccanismo della soddisfazione è stimolato, allo stesso tempo lo è anche il centro del pericolo, quella parte rettiliana che ci fa fuggire o combattere senza neppure darci il tempo di riflettere. Se tutti i problemi della vita come le tasse, le rate, il traffico e la massa di lavoro vengono identificati come dei "pericoli", allora siamo nei guai.

Già, perchè "il rettile" non viene soddisfatto facilmente dal nostro stile di vita. Se il problema è una jena, scappiamo dalla savana oppure la uccidiamo con la lancia e sfoghiamo lo stress accumulato in poco tempo. Se il pericolo è il fallimento dell'azienda e la cassa integrazione, la "crisi" interiore istintiva può durare anni senza sfogo.

Non possiamo far sparire i problemi della vita con una bacchetta magica, dice Whybrow, ma possiamo fare in modo che il cervello non li insegua anche fuori dall'orario di lavoro. Lui lavora anche 11, 12 ore al giorno - ma poi spegne PC, cellulare e stacca il telefono. Fa lo stesso anche quando si concentra. Se interrompiamo la sovra- stimolazione dei centri della gratificazione, interrompiamo anche l'eccessivo stress. "Non si deve lavorare meno, anzi, è bene impegnarsi. Bisogna creare la possibilità di staccare e farlo consciamente, forgiando una vita che non è spinta dalle priorità altrui".

Facile parlare quando si è un professore universitario con un'ottima paga, che si crea i propri orari.

Via | Pacific Standard

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