Le app per bambini a rischio privacy, condividono i dati con terze parti

Le app mobile per bambini non sono affatto meglio di quelle per i grandi, almeno per quello che riguarda il rispetto della privacy dei loro utenti.

Secondo uno studio della Federal Trade Commission americana le app pensate apposta per i più piccoli raccolgono dati sul posizionamento, ma anche sugli apparecchi usati, numeri di telefono, dati personali e contatti - Nulla di quanto avviene, ovviamente, viene mai comunicato ai genitori, che per essere sinceri sacrificano lo stesso “set” di dati personali ogni volta che accedono ad un social network od usano la maggior parte delle app gratuite (che, peraltro, incidono molto sulla batteria).

L’FTC si è preoccupata di analizzare 235 app per l’infanzia trovate sul Google Play e sull’Apple App Store: Il 60% di esse trasmetteva l’ID dell’apparecchio a qualcuno, che di solito finiva per essere un network di advertising, un’azienda che si occupa di analisi del traffico o una terza parte ignota. 14 di queste app faceva anche di peggio, trasmettendo la posizione ed il numero di telefono.

I network pubblicitari sono tutto sommato in numero piuttosto limitato e questo significa che molte app diverse inviavano dati alle stesse persone. Siccome l’ID dell’apparecchio è sempre uno dei dati inviati, è un dato di fatto che i pubblicitari ed i loro colleghi analisti sono in grado di ricostruire quali app sono quelle usate da un singolo bambino, quali siano i suoi comportamenti e talvolta persino dove vive il piccolo.

Anche senza entrare in scenari fantascientifici di controllo degli individui, l’idea che un gruppo di sconosciuti sappia cosa fa nostro figlio con il suo smartphone o tablet per bombardarlo di pubblicità personalizzata è inquietante. È già brutto pensare che accada a noi, ma il desiderio di sapere chi guarda i nostri figli da lontano per strumentalizzare i loro desideri è perfettamente naturale.

Negli Stati Uniti la situazione in merito è molto chiara: esiste un decreto chiamato Children’s Online Privacy Protection Act, che impone ai fornitori di servizi online di ottenere il permesso dei genitori dei bambini al di sotto dei 13 anni per poter raccogliere e condividere i loro dati. Presto ci sarà un’indagine in merito e sono certo che molti piangeranno amare lacrime, dato che le violazioni in questo caso sono lapalissiane.

Foto | Flickr
Via | Los Angeles Times

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