Il 58% degli iraniani continua ad usare Facebook nonostante la censura

Sappiamo bene che il regime con forti influenze teocratiche che spadroneggia in Iran sta cercando di combattere con tutte le forze contro le influenze occidentali dei social network. Ciò che teme di più è che "gentaglia" come studenti e dissidenti resti in grado di comunicare ed organizzarsi istantaneamente.

Per il momento neppure il progetto di un “internet nazionale” sembra riuscire ad inibire un mostro dalle centomila teste come Facebook, il più onnipresente e pervasivo dei social media.

Secondo una ricerca di Chimigi (in farsi significa “Che succede?”) circa il 58% del campione di 2300 iraniani intervistati ha un account su Facebook e lo usa regolarmente, il 37% ha un account di Google+ e lo usa regolarmente ed il 12% utilizza Twitter e/o LinkedIn. C’è anche un'alternativa locale, il network iraniano Cloob, che è usato dal 14% degli intervistati.

Le attività sono esattamente le stesse di tutto il resto del mondo informatizzato: postare foto, musica e video. Il 22% del campione ha un blog, il 45% legge e partecipa su forum online per condividere i propri interessi. Si tratta di dati “estremamente normali” in un panorama - quello di una dittatura paranoica - che saremmo più portati ad immaginare come costrittivo e portato indurre a comportamenti estremamente divergenti rispetto a quelli occidentali.

Facebook è oscurato molto spesso, al punto da aver indotto più di una volta a ritenere che il social network in Iran sia completamente bloccato. Lo stato vigila con occhio di avvoltoio sui contenuti postati e non è esagerato dire che si può finire facilmente in galera per una parola sbagliata. Si può essere torturati o “venire suicidati”, sempre che non si incorra nelle ire del sistema giudiziario del regime, molto rapido a stringere una corda attorno al collo di un blasfemo.

Le attività che gli intervistati riportano, invece, devono giocoforza essere più “normali”, di basso profilo. Non parliamo di commentari politici, polemiche religiose o dichiarazioni contro al governo, ma di semplici comunicazioni tra amici e colleghi. Tutto nella speranza di non fare un passo falso.

Immagine | Flickr
Via | The Next Web

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