BYOA: è un altro acronimo, dopo il BYOD, già destinato al fallimento?

Caricatura di BYODOgni giorno, qualcuno si sveglia e conia un nuovo acronimo in lingua inglese per ostentare professionalità. È una sensazione legittima, ma le teorie legate a queste definizioni non sono sempre aleatorie: Bring Your Own Application (BYOA) è un concetto spiegato da Edwin Schouten di IBM che dimostra una tendenza delle imprese a lasciare che i dipendenti scelgano la propria applicazione preferita per svolgere un lavoro. È un’altra forma di Bring Your Own Device (BYOD), il modello di produzione che lascia la scelta del dispositivo.

Questo trend è stato riconosciuto dagli analisti d’una succursale di Gartner che predicono un aumento delle soluzioni di BYOA per le imprese che operano nell’Information Technology (IT). In termini più semplici, le aziende non chiederebbero agli impiegati d’utilizzare una specifica applicazione: è meglio che i dipendenti lavorino con quella a cui sono già abituati evitando, così, l’organizzazione di costosi e lunghi corsi d’aggiornamento. È un approccio intelligente – almeno, sulla carta – che non può prescindere dagli standard.

Se – ad esempio, riguardo ai documenti elettronici – i formati previsti dalle singole applicazioni non sono compatibili fra loro, il BYOA non ha significato: è impossibile gestire la produttività con un dipendente che salva i file in .docx e un altro in .odt, perché la formattazione dei testi potrebbe essere corrotta nella conversione. I problemi aumentano a seconda della tipologia del lavoro da svolgere: BYOD e BYOA potrebbero essere dei modelli ideali qualora l’adozione degli standard fosse consolidata, ma non è affatto così.

Via | ZDNet
Immagine | Trackur

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