Dropbox, una storia di successo della cultura del reverse engineering

Logo di DropboxDropbox – che distribuisce l’omonima piattaforma di cloud computing – nel settore è tra le società che hanno avuto maggiore successo: alla base di tanta fortuna c’è soprattutto il reverse engineering, un metodo di programmazione basato sull’analisi delle soluzioni esistenti per realizzare nuovi prodotti, compatibili con l’originale, in assenza del codice sorgente. Applicandolo al file manager di Mac OS X, gli sviluppatori di Dropbox hanno attratto l’interesse di Steve Jobs che sarebbe stato intenzionato ad acquisire la società.

Drew Houston e Arash Ferdowsi non avevano alcuna intenzione di vendere, perciò Jobs ha dovuto desistere. In compenso, l’utilizzo del reverse engineering per Dropbox ha continuato a produrre delle funzionalità di rilievo: ad esempio, l’upload automatico delle fotografie dagli smartphone con Android e iOS. Mentre il sistema operativo di Google prevede una versione open source, quello di Apple obbligherebbe gli sviluppatori all’utilizzo delle funzionalità previste dal Software Development Kit (SDK). Non è stato affatto un problema.

Il ricorso al reverse engineering ha permesso a Dropbox di realizzare delle funzioni in anticipo, rispetto alle esigenze degli utenti o alle possibilità garantite dagli strumenti di sviluppo a disposizione. È una delle parole-chiave che hanno permesso a Houston e Ferdowsi di rifiutare l’offerta di Jobs e sopravvivere: in appena un anno, Dropbox è passata da 10 a 170 impiegati e ha ottenuto milioni di dollari in venture capital. E dire che Jobs pensava alla piattaforma giusto come a una «feature», anziché a un prodotto completo.

Via | AllThingsD

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