Lomography è una società analogica che sopravvive nel mondo digitale

Lomo LC-A+ – LomographyLomography è un portale cresciuto attorno agli appassionati di lomografia, ovvero a quelle macchine fotografiche analogiche che applicavano alle immagini i filtri diventati popolari di recente con Instagram. Una comunità e un negozio virtuale: rivende dei modelli scomparsi dal mercato dagli anni ’80 e sopravvive nel mondo digitale.

La società è stata fondata nel 1998, prima che i social network e Instagram facessero la propria apparizione, ma soltanto nel 2011 ha guadagnato $2 milioni e possiede trentacinque negozi in ventiquattro Paesi del mondo. Probabilmente, è stata Instagram a ispirarsi a Lomography. E non il contrario. Qual è il motivo di tanto successo?

La lomografia non è tanto un metodo, quanto un approccio alla fotografia: rapido, spensierato. L’abbassamento dei prezzi delle macchine, la società dell'immagine e i social network hanno fatto il resto. Lomography permette a quanti volessero approfondire la storia degli scatti approdati su Instagram di conoscere dei professionisti.

È avvenuta una democratizzazione della lomografia: complici la moda – che riprende i look del passato – e i social network, Lomography è sopravvissuto al digitale, contando oltre quattrocentomila “like” su Facebook. Un fenomeno paragonabile a quello di Apple, prima con iPod e dopo con iPhone e iPad. Da radical chic a status symbol.

È curioso che entrambe le società siano cresciute esponenzialmente grossomodo nello stesso periodo: il primo iPod, infatti, è del 2001. Alcune versioni più amatoriali delle macchine vendute da Lomography sono persino apparse tra le vetrine italiane dei negozi d’abbigliamento di marca. Tuttavia, Instagram è lo strumento più popolare.

Che il prezzo fosse esorbitante o meno, Facebook ha avuto un’ottima intuizione, acquisendo Instagram per $1 miliardo. Escludendo i giochi – quali FarmVille, Angry Birds, ecc. – sono le fotografie scattate dagli smartphone il settore maggiormente in crescita. Instagram è appena l’applicazione più diffusa: le alternative si sprecano.

Via | The New York Times

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