Facebook Apps: che informazioni condividiamo realmente?

Yahoo App su Faceobook

Grazie ad un lungo articolo pubblicato ieri sul Wall Street Journal si è riacceso il dibattito, mai chiuso, sul controllo della privacy su Facebook, non sempre chiaro come il social network vuol farci credere. Il pezzo, firmato da Julia Angwin, è rimbalzato da una parte all'altra del web, tra chi ha subito gridato allo scandalo, sottolinenando per l'ennesima volta la poca trasparenza di Facebook, e chi ha sminuito l'analisi del quotidiano. La verità, come al solito, sta nel mezzo.

Cerchiamo di fare un po' di chiarezza. Tutto è partito dal recente boom delle applicazioni su Facebook, ora vero e proprio fulcro del social network. Il Wall Street Journal ne ha testate 100 tra le più popolari - da MyPad for iPad ad Angry Birds, passando per Farmville e Il Mio Calendario - con lo scopo di capire a quali informazioni degli utenti possono accedere. L'esito di questa analisi, ad una lettura superficiale, può sembrare piuttosto allarmante: c'è chi richiede l'accesso all'indirizzo email e chi va oltre usando anche le preferenze sessuali, politiche o religiose, oltre a fotografie, date di nascita e quant'altro.

Niente di nuovo, però. L'utente, da qualche tempo a questa parte, prima di installare una certa applicazione deve concedere ad essa l'autorizzazione ad accedere a determinati dati, tutti esplicitati uno di seguito all'altro nell'apposita pagina di conferma. Basta provare ad installare l'applicazione di Yahoo, ad esempio, per scoprire che richiede l'accesso a: nome, immagine del profilo, sesso, reti, ID utente, lista di amici e tutte le altre informazioni pubbliche, compleanno e pagine che ti piacciono.

C'è un ma: molte di queste applicazioni richiedono accesso ad informazioni che non servono in alcun modo al loro funzionamento e tali dati, non è certo un segreto, finiscono in mano agli inserzionisti che hanno raggiunto un accordo con Facebook, accordo che vieta loro di raccogliere informazioni personali sugli utenti. PrivacyChoice, però, ha scoperto che molte applicazioni permettono di tracciare gli utenti ad inserzionisti non approvati da Facebook, e quindi non vincolati da alcun contratto che proibisca loro di utilizzare quei dati a loro piacimento.

Tra questi c'è anche Google, che ha sempre ammesso di usare quelle informazioni per fornire annunci pubblicitari mirati e personalizzati. Si può scegliere di fidarsi di quanto dichiarato da Google - e dagli altri pubblicitari non autorizzati - ma resta il fatto che questo comportamento è a tutti gli effetti una violazione delle politiche pubblicitarie di Facebook e punibile, come già accaduto in passato, con l'eliminazione delle app che favoriscono tale pratica.

Il Wall Street Journal, poi, pone l'accento su altri due punti: gli utenti, nonostante i disclaimer che li avvertono dei dati che si apprestano a condividere autorizzando una certa applicazione, tendono a non leggere e a non comprendere correttamente come verranno utilizzate quelle informazioni. Facebook, secondo il quotidiano, dovrebbe tenere conto anche di questa situazione e prendere provvedimenti per rendere il comportamento di queste applicazioni ancora più chiaro.

L'altro punto interessante è che spesso questa app non accedono soltanto ai dati dell'utente che ha concesso l'autorizzazione, ma anche a quelli degli amici. Skype ne è un esempio: collegando l'applicazione al proprio profilo Facebook la si autorizza ad accedere anche ai compleanni e alle foto dei propri amici. Yahoo, invece, lo fa con la posizione degli amici, mentre MyPad for iPad e Between You and Me con le relazioni e le credenze politiche e religiose. Ma di questo gli amici non vengono avvertiti, è l'utente a decidere per loro.

Per saperne di più vi invitiamo a visualizzare il grafico interattivo pubblicato dal WSJ che con una pratica legenda - permessi base, permessi dell'utente, permessi degli amici ed informazioni sensibili - dipinge un quadro più completo della situazione. Voi che ne pensate?

Via | Wall Street Journal

  • shares
  • Mail