Gli USA vogliono un Internet libero, ma producono gli strumenti per la repressione online


Su Foreign Policy, prestigiosa rivista patinata d’oltreoceano, è apparso un editoriale estremamente interessante, che mette in luce il problema della schizofrenia della politica americana nel trattare la libertà di informazione su web: da un lato c’è il desiderio di promuovere il riconoscimento di questo mezzo di comunicazione quale diritto fondamentale dell’uomo, dall’altro gli interessi commerciali del paese che produce la maggior parte delle tecnologie di prevenzione e controllo del traffico su web.

La firma è di Rebecca MacKinnon (nella foto), giornalista d’eccellenza e membro del consiglio direttivo della Global Network Initiative, un’organizzazione non governativa focalizzata sulla lotta contro la censura informatica operata dai regimi autoritari.

Secondo il suo parere è estremamente positivo che il mondo politico americano sia interessato alla Grande Rete, a partire da Hillary Clinton che due anni fa ha definito la libertà di Internet uno dei cardini della politica estera statunitense e per finire con le recenti affermazioni di Obama (“Una cortina di ferro elettronica è calata attorno all’Iran”). Purtroppo però sono proprio le corporation americane ad esportare gran parte del software e hardware necessari alla repressione e alla censura in tutto il mondo. C’è all'opera una potentissima lobby, che lotta per mantenere molto breve la lista dei paesi che vanno additati come nemici della libertà su web.

Infatti è facile accusare l’Iran e la Cina, che sono notoriamente vittime di regimi oppressivi, ma non sono solo le dittature a censurare e spiare. Anche le grandi democrazie non esitano ad affrontare con mano pesante ed illiberale certi problemi concreti, che si trasformano in giustificazioni per reprimere la libertà d'espressione. Molte leggi contrarie ai diritti umani sono state infatti promulgate nel nome della salvaguardia della proprietà intellettuale, per esempio, per difendersi da atti di cyberwar, per proteggere i bambini o lottare contro il crimine. Inghilterra, India e Germania sono solo alcuni dei paesi che eleggono il proprio governo liberamente, ma si trovano a fronteggiare un’emergenza più o meno preoccupante di autoritarismo governativo sulla Rete.

Una proposta di legge si aggira tra le sale del Congresso americano da 6 anni a questa parte, il cosiddetto GOFA, un complesso di norme che vorrebbe creare una lista di paesi che sottopongono a restrizioni oppressive l’accesso a Internet, in modo da impedire l’esportazione di tecnologie che ne faciliterebbero l’opera censoria. Inoltre, tutte le aziende che operano nel settore sarebbero costrette da tale legislazione a spiegare in quale modo proteggono gli utenti dei paesi oppressi, se hanno dei rapporti commerciali di qualche tipo con essi.

La proposta sarebbe utile, ma è inibita dalle lobby da un lato, e dagli stessi gruppi per i diritti umani dall’altro. Nel primo caso è nell’interesse delle aziende restringere al massimo la lista di “paesi canaglia”, ignorando del tutto casi di flagranti violazioni di alleati e governi democratici. Secondo le associazioni umanitarie, invece, una simile legge catturerebbe nelle proprie maglie anche il tipo di tecnologia che aiuta i cittadini repressi dai propri governi e che rende difficile la loro individuazione. Come al solito è estremamente difficile legiferare su tali questioni, gli interessi in gioco sono tanti ed affari molto torbidi si nascondono sotto alla superficie.

Foto | Rebecca MacKinnon
Via | Foreign Policy

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