Il Do Not Track è un’opzione incomprensibile, secondo i pubblicitari

Do Not TrackQuanto è davvero utile il Do Not Track per gli utenti? Affatto, secondo l'opinione dei pubblicitari chiamati a rispondere alle esigenze dei consumatori. L’opzione per escludere il tracciamento delle abitudini di navigazione è di grande attualità, ma gli inserzionisti non condividono l’entusiasmo degli esperti. Anzi, lo minimizzano.

Il problema è, anzitutto, di comprensione: gli utenti pensano che il Do Not Track escluda il tracciamento delle proprie informazioni, tutelando la privacy. Non è così. L’opzione avverte gli inserzionisti della volontà di non ricevere pubblicità basata sui propri interessi, una scelta che può essere o meno rispettata da chi la eroga.

Tecnicamente, il Do Not Track è soltanto un’intestazione del protocollo HTTP: è inviata dal browser ai server che gestiscono i siti visitati. Yahoo!, ad esempio, considera la decisione dei propri utenti ed esclude le informazioni raccolte dalla generazione della pubblicità. È il primo portale così diffuso a onorare il Do Not Track.

Esatto, le informazioni raccolte: è opinione diffusa che il Do Not Track elimini il tracciamento dei dati, però la realtà è molto diversa. L’opzione non esclude l’invio di informazioni dal browser al server. Dichiara, in una forma che aspira a diventare uno standard, la volontà dell'utente di non ricevere pubblicità personalizzata.

In poche parole, attivare il Do Not Track non evita la trasmissione dei propri dati. Le associazioni di categoria dei pubblicitari, forti di questo assunto, ritengono che l’adozione del Do Not Track sia controproducente e non intendono sostenerlo. Sebbene sembri paradossale, gli inserzionisti hanno avanzato delle critiche razionali.

Utilizzando un paragone molto forte, potremmo dire che il Do Not Track equivale giuridicamente al testamento biologico. L’utente esprime la propria volontà, ma i fattori in gioco sono numerosi e non esistono reali garanzie — a tutela della scelta effettuata. Le remore dei pubblicitari hanno colto in pieno i limiti del Do Not Track.

Via | New York Times

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