Futuro dell'Internet: cosa si gioca al tavolo delle International Telecommunications Regulations


Internet potrebbe essere diverso da quello che conosciamo? Di questa domanda si abusa spesso, ogni volta che un governo propone una legge più restrittiva o un hacker viola il database di una grande corporation. Questa volta però il timore per un cambiamento epocale, che potrebbe cambiare il nostro modo di comportarci online, non è peregrino.

A fine anno è previsto a Dubai l’incontro di 193 delegazioni dei paesi di tutto il mondo che dovranno sedersi a un tavolo per rinegoziare un trattato delle Nazioni Unite dal nome inequivocabile: International Telecommunications Regulations. Il trattato ha normato fino ad ora le “vecchie” telecomunicazioni: il telefono, la radio la televisione. L’incontro di Dubai dovrà decidere se estenderlo anche a internet, prospettiva che solleva l’atavico dubbio su chi finirà per controllare la rete, e come.

In un lungo articolo, pubblicato su Vanityfair.com, Michael Joseph Gross delinea gli scenari di quella che si preannuncia come una “Guerra Mondiale 3.0”.

Gross individua quattro nodi attorno a cui si scontreranno le fazioni in lotta:  

  • Il primo è la sovranità: per definizione un sistema senza confini si fa beffe della geografia e sfida i poteri degli stati-nazione.
  • Il secondo sono la pirateria e la proprietà intellettuale: l’informazione vuole essere libera, come si suol dire, ma i detentori dei diritti vogliono essere pagati e protetti.
  • Il terzo è la privacy: l’anonimato online promuove la creatività e il dissenso politico, ma dà anche copertura a comportamenti disgreganti e criminali – e molto di quello che gli internauti credono di fare anonimamente online può essere tracciato e accostato a identità di persone reali.
  • Il quarto è la sicurezza: l’accesso libero a un internet aperto rende gli utenti vulnerabili a vari tipi di hacking, inclusi lo spionaggio industriale e governativo, il controllo personale, il dirottamento del traffico web e la manipolazione in remoto di processi militari e industriali gestiti da computer.

Sui fronti di questo paventato conflitto, da un punto di vista politico, gli schieramenti sono due. Da un lato ci sono gli Stati Uniti e, in generale, i Paesi occidentali, che puntano a mantenere internet “libero” o meglio libero secondo l’attuale architettura, basata su un D.N.S. (Domain Name System) gestito dell’ICANN (Internet Corporation for Assigned Names and Numbers) - l’organismo indipendente e no profit che ha svolto finora il ruolo di garante della libertà della rete e che ora però, con lo sviluppo davvero globale e capillare del web, fa fatica a mantenere la sua credibilità. Dall’altro ci sono i paesi emergenti come Russia, Brasile e India e quelli a “democrazia limitata” come Cina e Iran - che vogliono imporre regole più restrittive e un maggior controllo alla libera circolazione di informazioni su internet.

Da un punto di vista che potremmo definire più “filosofico”, secondo Gross la partita si gioca tra fautori dell’ordine e sostenitori del disordine. E’ un piano di discussione che si sviluppa su numerosi livelli, da quello normativo-statuale a quello più intimamente individuale e soprattutto genera contraddizioni stridenti e interrogativi irrisolti.

Nei mesi scorsi, per esempio, al Concesso degli Stati Uniti sono stati presentate due leggi, SOPA e PIPA (rispettivamente Stop Online Piracy Act e Protect Intellectual Property Act) che miravano a combattere la pirateria e proteggere  diritti d’autore e con gli stessi strumenti (il blocco del D.N.S.) con cui il governo iraniano aveva interrotto le comunicazioni tra gli attivisti della “Rivoluzione Verde” del 2009. Una vera e propria rivolta del Web ha per il momento fermato l’iter legislativo, una rivolta condotta dagli internauti ma anche da giganti come Wikipedia, Reddit e addirittura Google .

Analogamente non si sopiscono dibattiti vecchi quanto il web, come quello sull’accesso a internet come diritto fondamentale di ogni individuo o quello sul ruolo salvifico dell’ingegnere come unico depositario dell’imparzialità e arbitro capace di discernere cosa siano il bene o il male online (si vedano qui su Nettime, su questo tema, le discussioni a cui ha partecipato anche Vinton Cerf, il creatore dl protocollo TCP/IP, da tanti considerato padre fondatore di internet).

Sul tavolo di Dubai si discuterà di tre aspetti concreti che evidenzieranno la distanza delle posizioni politiche e filosofiche:

  • Una è la tassazione – un prelievo “a click” sul traffico internet internazionale. I Paesi occidentali e le imprese, come possiamo immaginarci, si oppongono. La Cina e molti Paesi del Terzo Mondo la sostengono, affermando che il ricavato aiuterebbe la costruzione di internet nei Paesi in via di Sviluppo.
  • Una seconda questione è la riservatezza dei dati e la sicurezza online. I governi autoritari vogliono legare i nomi e le vere identità delle persone alle attività in rete e vogliono una legislazione internazionale che permetta un sistema di criptazione nazionale per facilitare il controllo da parte del governo.
  • Il terzo aspetto è la gestione di internet. L'anno scorso, Russia, Cina e alcuni alleati compiacenti hanno proposto all’Assemblea generale dell'ONU una risoluzione(che non ha avuto successo) suggerendo l’istituzione di un "codice di condotta" globale per le informazioni e la sicurezza e -come a dichiarare aperta la stagione di caccia all’ICANN e agli altri gruppi non-governativi attualmente in carica-  affermando che "l'autorità politica per le questioni pubbliche relative a Internet è il diritto sovrano degli stati."

A cercare di trovare una sintesi in questo turbine di posizioni antitetiche si trova la fazione, per nulla istituzionalizzata, dei cosiddetti fautori del Caos Organizzato, soggetti provenienti da tutte le parti del mondo e di varia estrazione che concordano sul punto fondamentale: garantire contemporaneamente la legalità e l’anonimato. E’ una visione di internet che implica oneri e onori al singolo utente, chiamato a operare in continuazione una scelta tra l’affermazione della propria libertà di pensiero e la rinuncia a un po’ della sua privacy.

Sarebbe la proverbiale quadratura del cerchio, ma forse vale la pena spendere le energie in questa direzione: l’unica alternativa a questa mediazione sarebbe smettere di usare internet.

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