Come stare meno sul web ed essere felici

web scalare marcia brian lamCiclicamente ripensiamo la nostra presenza online. E se stessimo esagerando? E se passassimo troppe ore davanti allo schermo, a intossicarci col nulla totale? E se non fosse la cosa migliore avere account su tutte le piattaforme social, se in definitiva questo non fosse un modo per renderci più felici?

Nelle ultime settimane il tema è stato toccato da più punti. Brian Lam su Wirecutter ha citato il 25 gennaio scorso uno studio della Stanford University, secondo il quale le ragazze di età compresa tra gli 8 e i 12 anni che affermano di dedicare molto tempo all’utilizzo di strumenti multimediali si descrivono come meno felici e meno sicure socialmente rispetto alle coetanee che passano meno tempo dinanzi agli schermi.

Da lì Brian riflette sul rapporto tra uomo e tecnologia. Lui, che già da un annetto ha "scalato marcia", ha scelto di avere una presenza online meno totalizzante

Devo la mia sopravvivenza alla tecnologia e mi piace come strumento, ma, al tempo stesso, la temo un po' più della maggior parte della gente. È uno strumento ma non come un bel martello: perché un martello non vi sedurrà tenendovi seduti da soli in mutande per sei ore di seguito cliccando su di un video di YouTube e aggiornando Twitter. Temo la tecnologia perché temo la brutta sensazione che provo ogni anno a ridosso delle festività dopo una baldoria di tre giorni con la XBox. Temo non la tecnologia, in quanto male, ma perché è troppo facile iniziare a cliccare e non smettere mai (...) tutto ciò che ho fatto nell'ultimo anno, professionalmente e personalmente, è stato ridurre il peso eccessivo della tecnologia e del rumore nella mia vita il che ha fatto sì che la mia felicità aumentasse moltissimo. La felicità è il metro più importante nella tecnologia personale: se ti migliora la vita, è importante.

Ecco: la felicità. Quella stessa felicità di cui scriveva nel dicembre scorso Pico Iyer sulla Sunday Review del New York Times, parlando di "The joy of quiet", la gioia della tranquillità che proviamo una volta che ci siamo volontariamente privati dell'eccesso di informazione.

Iyer cita l'esempio del designer Philippe Starck

Avevo letto un'intervista a un designer perennemente all'avanguardia, Philippe Starck. Che cosa gli permetteva di restare sempre così "avanti"? "Non leggo magazine e non guardo la tv" affermava, forse esagerando "Né vado agli aperitivi, alle cene, o niente del genere". Viveva al di fuori delle idee convenzionali "Vivo da solo, in the middle of nowhere" (in originale, ndt)

Ecco, sento già la prima obiezione. Certo, è facile fare l'isolazionista se sei Philippe Starck. Prova ad applicare questo concetto al terziario avanzato, o a chi entra ora nel mercato del lavoro o è all'interno da qualche anno, o a chi lavora sul web e col web. Saresti gettato fuori dal mercato del lavoro nel giro di poche settimane. La soluzione? Non se ne vede una al momento.

Ma è facile capire perché. Manca il manuale di istruzioni, scrive Pico Iyer:

Quindi, che fare? Il paradosso centrale delle macchine che hanno reso le nostre vite molto più stimolanti, lunghe, sane, è che non ci possono insegnare il miglior utilizzo che possiamo fare di esse; la rivoluzione è arrivata senza un manuale di istruzioni. Tutti i dati del mondo non possono insegnarci a come utilizzarli; le immagini non ci spiegano come elaborare le immagini. L'unico modo per rendere giustizia alle nostre vite davanti allo schermo è fare appello a quel genere di serenità emozionale e morale che non troveremo davanti a nessuno schermo

E qui torniamo a Brian Lam su Wirecutter. Che avendo ripensato la sua presenza online, cita il parere di un'amica, Xeni Jardin, ovvero "madam Boing Boing". In questo periodo Xeni sta affrontando una battaglia contro un tumore al seno e ha un'opinione interessante sulla qualità dell'informazione in rete (qui il suo account Twitter).

La trovate nel quote qui sotto:

Dal punto di vista dell’informazione stiamo diventando come asini grassi. In un’economia che si basa su pagine visualizzate, i contenuti troppo frequentemente sono progettati per essere proprio come il cibo spazzatura e aumentare rapidamente il numero dei visitatori. Se create dei contenuti che equivalgono intellettualmente ai lecca lecca, allora avrete un sito molto visitato. Xeni Jardin mi ha detto: “Solo il tumore e i siti di stronzate crescono tanto in fretta”. È successo in tv con i reality show, alla radio con i programmi demenziali e accade anche con le parole online.

Brian cita anche i social network. Non è solo la rete ad essere diventata un posto diverso rispetto a come la conoscevamo agli inizi - diciamo metà anni novanta, a riguardo avevamo pubblicato qualche tempo fa il requiem sul cyberflâneur di Evgeny Morozov - anche i social network hanno le loro "colpe" nell'inquinamento del nostro ecosistema informativo. Luca De Biase segnalava il 12 febbraio il volume Facebook Log Out, di Ivo Quartiroli, scaricabile liberamente su smashwords, ma vediamo cosa scrive Brian:

Ho anche smesso di leggere Twitter e Facebook con regolarità, perché la maggior parte dei miei conoscenti online sono simpatici, ma mi piace pensare a queste esperienze come superficiale e sì, anche perché non me ne frega un bel niente del 99% delle persone che interagiscono con i giochi online. Ho incontrato alcuni grandi amici online, ma, comunque, preferirei impiegare tempo ed energia con quei pochi per i quali farei qualsiasi cosa. Inoltre, cliccare su like anche un miliardo di volte non vi farà avere un orgasmo o assaporare un abbraccio o provare l’emozione di una mano amica. Grazie a tutti questi tagli, sono riuscito a ritagliarmi circa tre ore al giorno tutte per me. Ho comprato un modello di barca: la monterò e la dipingerò. Nello stesso lasso di tempo potrei vedere cento trailer di Batman online o postare lo stesso trailer sui social network e avere migliaia di like.

Coincidenza, proprio oggi su l'inserto domenicale del Corriere della Sera Beppe Severgnini racconta la sua settimana offline. Severgnini ha da anni un forum molto frequentato su Corriere.it, è una delle twit-star italiane, a quota 180mila e rotti follower. Si è sottoposto a una settimana di "cold turkey" digitale: niente web, niente Google, niente Facebook, niente Twitter, niente iPhone, niente iPad, niente di niente. Una comunicazione col mondo che torna a quindici, vent'anni fa, a base di fax, sms e pezzi da mettere in pagina dettati al dimafonista:

Nel giorno di San Valentino mando sms a Ortensia, faccio colazione in albergo leggendo i giornali, osservo dopo decenni la strada verso Fiumicino. All’imbarco, in attesa del volo per Milano, siamo in due a non giocare con iPhone/ Blackberry/Android: il sottoscritto e un bambino di tre anni. Al «Corriere» passo in direzione, evitando Corriere.it, che potrebbe tentarmi. I colleghi chiedono «Come va?», e non è una formalità. L’idea di vivere senza Internet attrae e spaventa, come certi film o i cannoli siciliani. Sull’«Herald Tribune» (di carta) leggo The new mantra for tech firm: All things to all people, all day. Si dice, in sostanza, che l’obiettivo di Google, Facebook e compagnia non è più quello di arricchire le nostre giornate, ma «possedere ogni nostro momento di veglia»

Ecco: il punto è proprio quello, «possedere ogni nostro momento di veglia». Siamo disposti a offrirlo? E per avere cosa in cambio poi? L'unico deal interessante sarebbe in cambio di più felicità. Ma sembra che le cose stiano diversamente, almeno a quanto spiega Brian Lam

La tecnologia ci permette di fare le cose in maniera più veloce ed efficiente: perché dovremmo usare questo ritrovato tempo libero per fare sempre le stesse cose? Non sto dicendo solo di fare un consumismo più intelligente, ma voglio dire di mandare proprio al diavolo il consumismo stesso. Con le mie tre ore extra al giorno, posso andare spesso in spiaggia. Posso cucinare un pasto sano. Fare esercizio fisico. Prendere un drink con gli amici. Leggere un libro. Scrivere una poesia. Falciare il prato. Andare a sciare mentre controllo le email dalla seggiovia. Visitare un museo. Prendere il mio camper la sera tardi e guidare fino alla mattina successiva senza dover rendere conto al mio editor. Il mio camper è dotato di un letto, di un fornello, di un armadio, di un frigorifero, di una batteria di emergenza, di un modem 4G e di un computer portatile. Posso lavorare stando nel deserto, tra le montagne fino a quando la connessione regge. La mia vita non è mai stata così piena e non sono mai stato connesso in maniera così significativa. Non sto guadagnando tanto quanto prima, quando il mio lavoro era più frenetico, e forse potrei rimanere al verde tra poco e aver bisogno di lavorare presso un McDonald's. Ma per il momento posso pagare il mutuo e le cose vanno bene. (...) Non si può fare molto mentre si marcisce nella lettura della spazzatura online. Andate online, prendete le informazioni più significative e poi tornate offline. Quindi vivete felici. Perché non ho mai incontrato una persona che ha trascorso i suoi giorni e le sue notti online ed è felice come lo sono io ora.

[i passi di Happiness takes a little magic sono stati tradotti da Roberto Russo]

Foto | ©TMNews

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