Siria: i ribelli "riscrivono" Google Maps cancellando l'esistenza di Assad


I ribelli siriani non usano solo le sommosse per combattere il regime, ma cercano di sovrastarlo anche sul piano morale e psicologico “cancellandolo dalla mappa”, o per meglio dire da Google Maps e Google Earth.

Un po’ come i rivoluzionari francesi che ribattezzarono persino il calendario, così i siriani stanno usando il programma di geo-crowdsourcing Map Maker di Google per ricreare una Damasco nuova, con viali, strade, ponti e piazze che vantano i nomi dei loro eroi. E non solo Damasco: anche i paesini di campagna lontani dalla capitale stanno venendo lentamente mutati. Non mancano certo martiri da celebrare, in questa infinita Primavera Araba che in Siria è stata affrontata dal regime con violenza spietata.

In quanto crowdsourcing, non si tratta di scelte capricciose, ma approvate dagli altri utenti - E a quanto pare da Google stesso. Le mappe infatti non sono fantasiose, gli eroi non sono “sindaci” di Foursquare e i ribelli stanno lentamente combattendo una guerra serissima e decisa contro i nomi di regime, soppiantandoli poco a poco. E non sta avvenendo solo online: i cittadini stanno fisicamente abbattendo i vecchi cartelli per sostituirli con i nomi creati con il crowdsourcing.

La situazione è arrivata ad un punto tale che Bashar al-Jafaari, inviato ufficiale del regime, ha protestato di fronte alle Nazioni Unite per quella che lui ha chiamato un’intromissione di Google nelle faccende interne della Siria. Dal canto suo Google non ha dato alcuna risposta ufficiale. Il crowdsourcing è parte delle feature di Google, che in realtà non lo intendeva come un’arma politica ma come una maniera per tenersi aggiornato senza dipendere dalle autorità. E’ chiaro che quando le suddette autorità cessano di essere autorevoli, perdono la loro influenza in mille maniere sottili, come qui è successo - Senza contare che anche prima della rivolta non c'è mai stato uno sforzo del regime per fornire dati accurati sugli stradari siriani.

Via | Ogle Earth | Washington Post

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