In morte del cyberflâneur: Evgeny Morozov sul New York Times

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Evgeny Morozov è un esperto della rete da sempre piuttosto critico sulle possibilità miracolose del web di portare la democrazia nei Paesi dove tiranneggiano governi autoritari. E vede internet sia come una risorsa straordinaria, ma anche come un potente strumento di controllo nelle mani dei governi e di chi già detiene il potere. Ma non ha parlato tanto di questo nel pezzo pubblicato sul New York Times il 4 febbraio scorso: bensì della morte di un certo web libero, più votato al cazzeggio che al "getting things done", al "portare a termine le cose" come lo descrive lui.

Insomma, dagli anni novanta, quando internet era un territorio inesplorato - e quella sensazione di terra vergine, di nuova frontiera si rifletteva anche nei nomi dei browser: Explorer, Navigator... - si è passati a un terreno mappato in ogni suo angolo, e in cui i padroni del vapore - due nomi: Google e Facebook - sono riusciti ad uccidere il cyberflâneur, il "gentiluomo che vaga per le vie cittadine" senza una ragione, che osserva senza essere visto lo scorrere della vita nelle strade (digitali).

C'è un bel parallelo che Morozov riesce a tracciare tra la Parigi del XIX secolo - quella che vedrà progressivamente sparire il flâneur - e internet dalla seconda metà degli anni novanta in poi, dove è avvenuto lo stesso fenomeno. Ma con il cyberflâneur

Nella seconda metà del 19° secolo Parigi sperimentò ampi cambiamenti. Sia dal punto di vista architettonico che urbanistico gli interventi del Barone Haussmann nell'epoca di Napoleone III cambiarono lo scenario profondamente: la demolizione delle strette vie medievali, la costruzione di edifici destinati all'amministrazione, la realizzazione di vasti, ariosi, aperti boulevard (realizzati in parte per motivi igienici, in parte per impedire la costruzione di barricate), la diffusione dell'illuminazione stradale con lampioni a gas, trasformarono radicalmente la città. (...) Questa razionalizzazione della vita in città spedì i flâneur nell'underground, costringendoli in una specie di "flaneurismo interiore" che raggiunse il suo apice nell'autoesilio che si era imposto - nella sua stanza - Marcel Proust (ironia della sorte: una stanza proprio in boulevard Haussmann).

Qualcosa di simile è accaduto con internet. Che ha perso la sua originaria identità giocosa, non è più un posto per gironzolare, ma un posto per portare a termine delle mansioni. Difficilmente qualcuno "surfa" ancora sul web. La popolarità del "paradigma app" che su smartphone e tablet ci aiuta a fare quel che dobbiamo senza nemmeno aprire una finestra del browser, ha reso la cyberflânerie meno probabile.


Morozov individua - oltre a Google - un altro "Barone Haussmann" nel web contemporaneo. E si chiama Facebook...

Tutto ciò che rendeva possibile la cyberflânerie - solitudine e personalità, anonimato e opacità, mistero e doppiezza, curiosità e capacità di prendersi rischi - è sotto assalto da parte di quella società. E non è una società qualunque: con 845 milioni di user attivi in tutto il mondo, è molto probabile che dove va Facebook, vada anche internet. È facile dare la colpa di tutto questo al modello di Business di Facebook (la perdita dell'anonimato online permette di fare più soldi con la pubblicità) ma il problema è più complesso. Facebook sembra ritenere che gli ingredienti basi della flânerie debbano sparire. "Vogliamo che tutto diventi social" ha spiegato Sheryl Sandberg, alcuni mesi fa

L'idea che tutto debba essere "social" che tutto debba essere fruito, condiviso, fatto sapere al numero più alto possibile di "amici" nasconde una tirannia della maggioranza? È abbastanza evidente, secondo Morozov, che aggiunge

È l'idea che l'esperienza individuale sia qualcosa di inferiore all'esperienza collettiva che ha ispirato la svolta di Facebook verso il “frictionless sharing”

Per frictionless sharing si intendono ad esempio i social reader che molti di noi già utilizzano: per esempio quello del Washington Post, o quello del Guardian. Leggi un pezzo sul WP? Senza neanche bisogno di un clic sul pulsante di "like" o di "share", la notizia che tu abbia letto quell'articolo apparirà nel tuo stream.
Sempre a quanto scrive Morozov, il lato peggiore una volta che questo schema di frictionless sharing sarà completamente operativo (per cui oltre che per i siti di news, anche per musica, film, ecc) sarà nella chiusura verso il resto del mondo, per cui probabilmente leggeremo tutto su Facebook, senza nemmeno uscire dal social network (domanda: e se a quel punto Facebook avesse "inghiottito" il resto del web?).

Conclude Morozov:

il punto centrale nel vagabondaggio del flâneur è che lui non sa che cosa gli interessi. Come scritto da Franz Hessel, autore tedesco e collaboratore di Walter Benjamin, "per dedicarsi alla flânerie, non bisogna avere le idee tropo chiare in testa". Messo tutto ciò a confronto con l'universo altamente deterministico di Facebook, fa sembrare sovversivi persino gli slogan Microsoft anni novanta come "Dove vuoi andare oggi?". Chi si farebbe una domanda del genere all'epoca di Facebook?

Via | NYT

Foto | Flickr

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