Vint Cerf: l'accesso a Internet non è un diritto umano

Vint Cerf: l'accesso a Internet non è un diritto umanoL'accesso a Internet non è un diritto umano. Arrivati nel 2012, una frase del genere può senza dubbio sollevare polemiche, soprattutto alla luce di mosse "evolute" come quella della Finlandia di qualche tempo fa. Ma se a pronunciarla è Vint Cerf, universalmente riconosciuto come uno dei padri di Internet, allora vale quantomeno la pena stare a sentire le sue motivazioni.

Dal 2010 membro della Broadband Commission for Digital Development fondata dall'UNESCO per rendere le tecnologie a banda larga disponibili più ampiamente sulla faccia della Terra, Cerf ha riassunto il suo pensiero sul New York Times, partendo dalla Primavera Araba e dalla possibilità offerta da Internet a tutti quanti di comunicare, organizzare e promuovere iniziative di ogni tipo, in ogni luogo e pressoché istantaneamente.

In base a questo, secondo Cerf, sarebbe nato il dibattito sulla necessità di ritenere l'accesso a Internet un diritto civile o umano, soprattutto in nazioni dove la rete è strettamente controllata e censurata dalle autorità. Ecco la sua risposta in merito:

"L'argomento, comunque sensato, perde di vista una cosa importante: la tecnologia è un 'attivatore di diritti', non un diritti in sé. C'è un livello alto per cui qualcosa possa essere considerato un diritto umano. Mettendola in modo semplice, deve essere tra le cose che in qualità di umani necessitiamo per condurre vite salutari e che abbiano un senso, come la libertà dalla tortura o la libertà di coscienza. È un errore mettere una tecnologia in questa categoria importante, perché col passare del tempo finiremmo per dare valore a cose sbagliate. Per esempio, se tempo fa non avevi un cavallo era difficile guadagnarsi da vivere. Ma il diritto importante in quel caso era il diritto a guadagnarsi da vivere, non il diritto ad avere un cavallo. Se oggi avessi il diritto ad avere un cavallo, non saprei che farmene."

Il cavallo è ovviamente Internet, cioè il mezzo tramite il quale arrivare a ottenere i propri diritti fondamentali come per l'appunto la libertà d'espressione, non necessariamente legati a qualsiasi tipo di tecnologia in qualsiasi momento. L'accesso a Internet è quindi un diritto civile? Ecco la risposta di Cerf anche in questo caso:

"Lo stesso ragionamento può essere applicato anche qui - l'accesso a Internet è sempre solo un mezzo per ottenere qualcosa di più importante - anche se l'argomento che si tratti di un diritto civile, lo concedo, è più forte di quello che lo vorrebbe un diritto umano. I diritti civili, dopotutto, sono diversi da quelli umani perché sono concessi dalla legge, non intrinsechi alla natura umana. Anche se nessuno ha mai dato un 'diritto' ad avere un telefono, siamo arrivati vicini a questo con la nozione di 'servizio universale' - l'idea che il servizio telefonico (e la corrente elettrica, e ora la banda larga) debba essere disponibile anche nelle regioni più remote. Quando accettiamo quest'idea, accettiamo l'idea dell'accesso a Internet come diritto civile, perché garantire l'accesso è una regola fatta dal governo."

Arriviamo quindi al punto chiave di tutto ciò: la responsabilità di chi crea la tecnologia a supportare sia i diritti umani che quelli civili, attraverso le numerose vie offerte ormai da Internet a chi ne ha l'accesso per esercitarli. Un mezzo che dunque va visto come tale, mettendo nelle mani di chi se ne occupa il dovere di preservarlo:

"Migliorare Internet è solo un modo, anche se importante, tramite il quale migliorare la condizione dell'essere umano. Deve essere fatto con comprensione per i diritti umani e civili che meritano di essere protetti - senza pretendere che l'accesso in sé sia uno di questi."

Una discussione forse dal significato troppo filosofico piuttosto che reale, ma comunque interessante per una discussione. Cosa ne pensate?

Foto | Wikipedia

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