Social network, rivoluzioni, giornalismo digitale: un'intervista con Michael Anti

Spesso la vita professionale di un giornalista è legata a qualche articolo che, pubblicato nel momento giusto e nel posto giusto, fa nascere un dibattito o lo porta avanti in maniera decisiva. Nella vita professionale di Michael Anti, pseudonimo dietro il quale si cela un giornalista e blogger cinese tra i più interessanti della nuova generazione giornalistica internazionale, sono stati gli articoli pubblicati sul ruolo delle compagnie occidentali nel sistema di censura cinese a garantirgli la visibilità internazionale.

Al Festival del Giornalismo di Internazionale, chiusosi ieri a Ferrara, Michael Anti è intervenuto in uno dei più interessanti dibattiti, incentrato sui limiti dell'attivismo online e sul futuro del web. Alla fine di quel dibattito lo abbiamo intervistato, discutendo con lui del ruolo dei social network nelle primavere arabe e su alcune delle questioni aperte sul futuro del giornalismo in questa nostra epoca digitale.

Seguiteci dopo il salto per leggere l'intervista completa.

Che ruolo hanno avuto secondo lei i social network nelle primavera arabe?

Secondo me hanno avuto un ruolo importante nella comunicazione nell'organizzazione, ma di certo non sono state il volano della rivoluzione. Il vero volano di questi movimenti è l'opposizione a questi regimi, la crisi economica, le difficoltà di vita della gente. Molte persone si sono trovate senza lavoro e hanno quindi potuto concentrare le proprie forze sulle manifestazioni in strada. Attraverso i social media si sono potute organizzare le manifestazioni in Tunisia perché i server non si trovano sotto il controllo del potere, il presidente non può fare nulla per controllarli. E' per questo che la popolazione ha potuto mobilitarsi usando Facebook.

Qual è l'aspetto più rivoluzionario di queste nuove tecnologie?

Un aspetto geniale è che grazie a questi nuovi media, se un movimento di protesta nasce in qualsiasi parte del mondo, anche la più piccola, la sua eco può diffondersi e raggiungere il resto del mondo. Per esempio, per le rivoluzioni arabe, è potuto succedere che i blogger cinesi le seguissero, dettaglio per dettaglio, molto chiaramente.

All'interno delle rivoluzioni arabe, il caso libico non rappresenta un caso particolare?

Sì, nel contesto delle primavere arabe credo la Libia sia stata un caso particolare. Senza social media non credo che l'opposizione, i ribelli, avrebbero potuto arrivare ad avere il supporto della comunità internazionale. E senza quel supporto avrebbero perso, come era già successo prima tante volte. Senza i social media infatti, la eco della lotta che stavano portando avanti non sarebbe mai potuta arrivare fino all'opinione pubblica europea e ai governi dell'Unione. E' stato per questo che poi la NATO ha potuto intervenire e bombardare le forze di Gheddafi. Senza Twitter e Facebook, insomma, non credo che l'opposizione avrebbe potuto vincere questa battaglia.

Internet è un medium che concede nuove libertà agli utenti rispetto ai media tradizionali, ma che, nello stesso tempo, contribuisce a controllare gli utenti. Quale delle due facce della medaglia ritiene più decisiva?

Internet è un media assolutamente decentralizzato, questa è la sua forza: ora è molto più facile mettere le informazioni in comune, condividerle, portarle all'attenzione di un pubblico enorme. Direi quindi che, comparata alla realtà dei media tradizionali, internet garantisce più libertà, proprio per questa sua decentralizzazione. Certo, c'è anche un carattere di controllo sulla popolazione, ma la funzione di libertà, sia di informazione che di partecipazione alla vita politica credo che superi quella di controllo. In ogni caso spesso è una questione di calcolo, il risultato della comparazione tra il controllo e la libertà dipende infatti in larga parte dal peso dei controlli che vengono attuati tramite questi nuovi media. E questo dipende molto da paese a paese.

Qual è la sfida che devono vincere i giornalisti nativi digitali?

Il giornalismo dell'epoca digitale si basa soprattutto sulla velocità. Se puoi raccontare una storia una volta alla settimana, hai perso. Il pubblico ormai vuole leggere tutto subito, tutto in una volta, se non riesci a stare sul pezzo istantaneamente è finita. Non abbiamo più la pazienza di aspettare il mattino successivo per leggere le notizie del giorno, non vogliamo più dover aspettare una settimana per leggerci un settimanale. La gente vuole sempre di più le notizie veloci. Nello stesso tempo l'attenzione del pubblico è diventata più volatile. I nuovi giornalisti devono essere dei maestri dell'arte di carpire la concentrazione del pubblico, bisogna che siano veloci e puntuali. Se riesci a conquistare la concentrazione dei lettori hai vinto.

E per quanto riguarda i pagamenti?

Io credo che la gente compri i giornali perché i giornalisti ne sanno molto più di loro. E' quindi la perizia, l'expertise che attira il pubblico. Nel mondo contemporaneo siamo sepolti di informazioni, ne abbiamo troppe. Quindi l'abilità nel selezionare e nel commentare con perizia le notizie che valgono è la l'unica e decisiva arma del giornalismo. Se vogliamo è sempre stato così. Se osserviamo bene anche in questo momento, con la diffusione del giornalismo online che garantisce un flusso enorme di notizie gratis, sono ancora i giornali cartacei che hanno la funzione di think tank, sono ancora loro a dare al pubblico un'informazione autorevole - almeno come sensazione. Quindi, mi chiedevi una previsione per il futuro: io sono convinto che il pubblico cercherà sempre le informazioni più affidabili e più autorevoli. Se i giornalisti nativi digitali saranno in grado di fornire una informazione di qualità sono convinto che il pubblico pagherà. Questo è il futuro.

Intervista di Andrea Coccia, che ha scritto da Ferrara anche qui su Polisblog e qui o qui su Ecoblog.

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