USA, donna fa causa a Twitter per aver permesso la propaganda dell’ISIS

Allarme Twitter per cyberattacchi su account

Una cittadina statunitense, Tamra Fields, sta tentando di portare Twitter in tribunale per aver permesso ai jihadisti dello Stato Islamico di utilizzare il social network per fare propaganda e incoraggiare alla violenza. Tra i risultati di questa libera comunicazione su Twitter c’è anche l’omicidio del marito della donna, Lloyd Carl Fields Jr., imprenditore statunitense deceduto il 9 novembre scorso in un attentato in Giordania rivendicato dall’ISIS.

Nella causa, presentata mercoledì presso il tribunale distrettuale del nord della California, si legge:

per anni Twitter ha permesso consapevolmente al gruppo terrorista ISIS di usare il proprio social network come strumento per diffondere propaganda estremista, raccogliere fondi e attirare nuove reclute. Questo materiale di supporto è stato determinante per l’ascesa dell’ISIS e ha permesso di portare a compimento numerosi attacchi terroristici.

Proprio dopo l’attacco del 9 novembre - un uomo armato si introdusse in un centro d’addestramento della polizia e uccise 5 persone, inclusi due cittadini statunitensi - l’ISIS diffuse un comunicato citando direttamente Twitter: “il tempo trasformerà in lupi centinaia di sostenitori del califfato su Twitter”. La causa riporta anche qualche cifra, sostenendo che al dicembre 2014 sulla piattaforma c’erano 70 mila account legati allo Stato Islamico, di cui almeno 79 sarebbero ritenuti ufficiali.

Twitter, si legge nel documento, avrebbe fatto ben poco per impedire allo Stato Islamico di utilizzare la piattaforma. Un portavoce del social network, intanto, ha respinto ogni addebito:

Crediamo che la causa sia senza alcun merito e siamo profondamente colpiti dalla perdita di questa famiglia. Siamo inorriditi dalle atrocità commesse dai gruppi estremisti e dell’effetto domino su Internet. Le minacce di violenza e la promozione del terrorismo non merita spazio su Twitter e, come altri social network, le nostre regole lo spiegano chiaramente.

La sezione 230 del Communications Decency Act spiega chiaramente che servizi come Twitter, Facebook e YouTube non possono essere ritenuti responsabili per le azioni dei loro utenti. La causa, messa così, non sembra avere un grande futuro.

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