Parigi, questione di hashtag: la differenza fra retorica e impegno

Perché #jesuisparis e #porteouverte non parlano allo stesso pubblico

Si sente spesso dire, con un’approssimazione per difetto, che i social siano lo specchio della società: i social sono una parte consistente della società di oggi e ne fanno parte in maniera organica.

Una prova? Gli hashtag lanciati questa notte nell’emergenza degli attacchi dell’estremismo islamico a Parigi.

Ne scelgo due fra i più significativi, #jesuisparis e #porteouverte (con le variabili #PortesOuvertes, #OpenDoor e #OffeneTüren), per spiegare come le proiezioni dei sentimenti che percorrono la società difronte a questi eventi siano differenti, pur nella comunanza della posizione.

#jesuisparis è l’hashtag che evoca il precedente #jesuischarlie. In continuità con il marketing commerciale e politico, #jesuisparis fa proprio un brand di consolidato successo e lo rimodella ampliandone l’orizzonte. Questo hashtag serve a dare visibilità fine a se stessa a chi lo utilizza, ma non ha alcun valore di servizio nell’emergenza. In tal senso è un hashtag intimamente politico, nel senso peggiore del termine. Serve a fare politica per slogan, per semplificazioni e generalizzazioni, con quell’abuso di retorica che nei social trova un facile e rapido veicolo di diffusione. Che atti come quelli di ieri siano da condannare è una tale ovvietà da rendere superfluo qualsiasi contenuto che non contribuisca a comprenderli. Nella maggior parte dei casi si tratta di una logica egocentrica mascherata per eterodiretta: “Ok, abbiamo capito che sei contro e allora?”

#porteouverte (e le variabili #PortesOuvertes, #OpenDoor e #OffeneTüren), al contrario, rappresenta la vera partecipazione. Nei momenti confusi e concitati dopo gli attacchi molti parigini decidono di aprire le porte delle loro case per permettere a tutti coloro che sono in pericolo di mettersi in salvo. È una soluzione spontanea proposta dal basso, quindi infinitamente più rapida, spontanea ed efficace di tutte le soluzioni che può dare la politica in questi casi. Per molte persone una porta aperta può essere stata salvifica. C’è chi, come il giornalista Daniel Psenny ha smesso di riprendere con il proprio smartphone la fuga degli spettatori del Bataclan per provare a metterli in salvo. Non ha dato la priorità alla copertura giornalistica del fatto – se non nella prima fase quando chiede ai fuggitivi che cosa stia succedendo, come mostra il suo video -, ma è sceso al pianoterra e ha aperto la porta del suo immobile prendendosi una pallottola nel braccio sinistro. Ovviamente il coraggio di Psenny è l’eccezione non la regola, ma rappresenta una scelta di campo (faccio invece di limitarmi a osservare) all’interno di un’altra scelta di campo (sto dalla parte dei più deboli e contro gli aggressori).

Qualcuno potrebbe obiettare: già, ma cosa possiamo fare se non siamo a Parigi? Chi non abita a Parigi come può essere d’aiuto?

Semplice: usando l’intelligenza. Visto che gli stream di Twitter verranno presi d’assedio da tweet di solidarietà e riprovazione, si può iniziare a twittare o ritwittare informazioni di servizio per dare loro maggiore visibilità. E questo lo si può fare anche se si abita a Roma, Vladivostok, Città del Messico o Sydney. Sono quelli gli hashtag che servono nell’emergenza, non slogan che fanno il verso alle lacrime di coccodrillo della politica che in realtà specula su tragedie come questa per innalzare i controlli sui propri cittadini.

Fra hashtag come #porteouverte e quelli come #jesuischarlie c’è lo scarto che c’è fra impegno e retorica, fra azione e propaganda, a voler estremizzare fra slancio altruistico ed eccesso di protagonismo.

A Parigi, questa notte, qualcuno ha dato veramente il buon esempio, dimostrando come i social non siano intrinsecamente un vuoto contenitore per il cazzeggio. Se usati con intelligenza, con capacità di adattamento, lungimiranza e altruismo possono diventare importantissimi. In condizioni come quelle createsi ieri sera una #porteouverte, una porta aperta, può fare davvero la differenza. Chi ha lanciato questo hashtag merita davvero un applauso.

Mentre la politica – anche la nostra ovviamente - compiva la sua quotidiana opera di sciacallaggio, dalle comunità nasceva spontaneamente una soluzione. Le risposte che i governi e le autorità di sicurezza e gli enti deputati al soccorso non sono più in grado di dare arrivano dai cittadini. E, dopo le porte aperte, nella notte e in mattinata sono stati lanciati hashtag per fornire ai donatori di sangue gli indirizzi dei centri di prelievo allestiti nell’emergenza (#dondusang), mentre negli ultimi minuti viene ritwittato il nome di Valeria Solesin, l’italiana irrintracciabile da ieri sera.

La politica e le entità deputate a far fronte alle emergenze prendano nota.

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