Le foto imbarazzanti su Facebook possono minacciare la ricerca di lavoro per ben 7 anni

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Facebook potrebbe mettere in pericolo la ricerca di un nuovo lavoro: uno spauracchio di cui si parla ormai da tempo, da quando la cronaca è stata invasa da notizie di licenziamenti riconducibili a comportamenti tenuti su Facebook. La possibilità che status o fotografie imbarazzanti, scritti in un momento di euforia o di particolare confidenza con gli amici, arrivassero un giorno a condizionarci la vita lavorativa è cresciuta con l'aumento del predominio di Facebook su Internet, diventando una dimensione che non coinvolge più solo le amicizie.

Su Facebook siamo scrutati da amici, amanti, curiosi, dai telegiornali (avete mai fatto caso quanto spesso i giornalisti ricorrano ai gruppi o alle pagine personali quando si parla di cronaca? Ormai non serve più intervistare i vicini del malcapitato, basta trovare la sua bacheca e analizzarne i contenuti), ma anche dai possibili datori di lavoro.

La scorsa settimana la Federal Trade Commission ha dato la propria approvazione ad una società che effettua l'analisi e la selezione di possibili candidati per nuovi posti di lavoro basandosi anche su fotografie e post pubblicati su Internet. La FTC ha stabilito che la Social Intelligence Corp. lavora in conformità con la legge Fair Credit Reporting Act: la ricerca di ciò che abbiamo scritto e pubblicato su Facebook/Twitter/Flickr/blog/forum (e più in generale, Internet) può diventare parte standard di un'analisi del nostro background in caso di candidatura per un lavoro.

L'aspetto più pericoloso riguarda l'archiviazione di questi dati da parte della Social Intelligence per ben sette anni. Il COO Geoffrey Andrews della compagnia si affretta a specificare che questi dati vengono salvati, ma non verranno riutilizzati nel caso nuove aziende cerchino informazioni su di noi:

Nonostante vengano salvate le informazioni per oltre sette anni, non le riutilizziamo per nuovi report. Per via delle nostre policy e degli obblighi derivanti dalla Fair Credit Reporting Act, scriviamo nuovi report sui soggetti per ogni nuova ricerca assicurando le informazioni più accuratamente aggiornate possibili, salvandole per mantenere una catena di custodia delle stesse verificabile in caso di ragioni legali. Non stiamo costruendo un “database” sui singoli individui che verrà preso in considerazione ogni volta che cercheranno un nuovo lavoro o che possano essere usati nel caso in cui ripuliscano i propri profili. Nel caso in cui i dati registrati vengano contestati, li cancelliamo e registriamo nuovi dati.

Ciò che preoccupa è però la possibilità che un utente non abbia più una valvola di sfogo su Internet che comprenda la propria identità: niente foto stupide per scherzare, niente ironia potenzialmente pericolosa, niente gruppi strambi su Facebook. Niente di ciò che viene registrato sembra "macchiare" per sempre l'individuo, ma lo costringe a dover reclamare magari una foto imbarazzante caricata e taggata su Internet da altri amici. Chi cerca lavoro deve essere consapevole dell'utilizzo dei media su Internet e delle possibili ripercussioni, il che potrebbe essere positivo, ma potenzialmente troppo invasivo.

In ogni caso la compagnia cerca dati pubblicamente disponibili: siti legati al social networking come Facebook, profili professionali come LinkedIn, blog, wiki, siti con condivisione di video e foto.

[Via Forbes | Foto FailBook]

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