Nextconf Berlino: quattro prospettive sulla privacy nel web 2.0

Ecco l'ultimo dei post dalla Nextconf di Berlino, vista anche qui su Gadgetblog. Riporto le note da una sessione che ha visto sul palco quattro idee molto diverse di come viviamo la nostra privacy nell'epoca di un web 2.0 ormai maturo.

Andrew Keen, imprenditore e noto polemista critico del web 2.0, si dice nostalgico di quando viveva in una città fisica: ormai si è "persa la possibilità di perdersi", tutto lascia una traccia indelebile. Il mondo virtuale non è più nemmeno virtuale: il legame con identità reali è così forte da far sembrare il web un luogo reale - Second Life è un anacronismo. Il nuovo petrolio sono le basi di dati, e il carbone sono le informazioni personali: il web 3.0, nella definizione di Hoffman, è costituito dalle enormi quantità di dati che produciamo con la nostra serie di identità virtuali. Siamo noi stessi a sprigionare energia e valore: può anche essere un fatto positivo, ma nella visione di Keen diventa un fattore di pessimismo - siamo noi stessi in pratica che ci sfruttiamo da soli. Partecipando al web, accettiamo di condividere quelle informazioni personali che le aziende monetizzano. Nel web 2.0, siamo noi stessi i prodotti delle aziende, siamo noi i primi ad alimentare un circolo vizioso di mercificazione. La soluzione saranno solo nuove aziende capaci di creare valore dalla privacy.

Fabio Sergio di Frog Design porta una visione molto più serena e compatibile con gli sviluppi del web. Si dice scandalizzato dalla mancanza di senso critico dei media: (a proposito del caso iPhone tracking) Apple opera esattamente come Android, e spesso all'utente è consapevole di lasciar registrare la propria posizione - accetta perchè questo rende possibile servizi utili. Secondo Sergio il problema non è tanto di privacy quanto di etiquette: servono nuove norme sociali per regolare pratiche appena nate. L'importante è poter controllare i propri dati e poterne disporre in un contesto che crea fiducia, quella che generalmente si crea tra le persone in maniera naturale e che non manca ad Apple. Ovviamente non dimentica i contesti in cui può esser pericoloso diffondere la propria posizione geografica precisa, come ad esempio nel caso di manifestazioni di piazza negli Stati antidemocratici.

Johan Staël von Holstein, imprenditore della prima onda di sviluppo del web, presenta una visione al limite del paranoico. Sostiene che la condivisione dei dati porta ad un controllo tipicamente socialista da parte dello Stato. Per lui addirittura il problema non sono nemmeno Google o Facebook, ma gli open data della Pubblica Amministrazione. Sostiene l'esigenza di arrivare ad un bilanciamento tra l'informazione che si offre e il valore che ne derivano le aziende: una parte di questo valore deve tornare alla persona - in effetti, spesso ci accontentiamo di briciole, di un servizio gratuito che ci imprigiona in una schedatura elettronica molto stringente.

Ultimo a parlare è il Partito Pirata. La posizione è di buon senso: perchè un datore di lavoro dovrebbe desiderare solo dipendenti assolutamente astemi e sempre presentabili in maniera impeccabile sui social network? E' una paura irrazionale, poi chiunque scuserebbe l'occasionale foto sbracata fatta ad una festa, non è un peccato capitale. E' importante la tolleranza, è importante capire la storia: come una volta era raro per un omosessuale vivere pubblicamente la propria diversità, così oggi molti si sentono nudi davanti ad un social network troppo aperto - di qui la richiesta dell'opinione pubblica che vuole meno apertura nel mondo digitale. Ma, rispetto al passato, abbiamo imparato a convivere meglio con qualcosa che prima ci scandalizzava: oggi essere apertamente gay è considerato normale e così sarà in futuro per le nostre diverse identità digitali che a volte si scontrano all'interno di un solo gruppo di contatti indistinti.

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