Social network e dilemma etico: come gestire l'utilizzo politico sociale dei gruppi di protesta?

Hossam el-Hamalawy

Se i social network si sono eletti a specchio della società, quale dev'essere la loro posizione in caso di dilemma etico? Nel caso delle proteste avvenute in Medio Oriente, Facebook e company devono accettare i contenuti dei "ribelli" e fare informazione o restare fedeli alle policy più stringenti? È questa l'interessante riflessione che il New York Times fa prendendo ad esempio la vicenda di Hossam el-Hamalawy, un blogger egiziano ed attivista a sostegno dei diritti umani, che si è visto cancellare alcune foto della polizia egiziana da Flickr.

Hossam el-Hamalawy ha caricato su Flickr per due giorni le foto degli agenti di polizia egiziani utilizzati dallo Stato per gestire la sicurezza durante la rivolta. Le foto, recuperate dagli attivisti su un CD trovato nel quartier generale della polizia di Stato di Nasr, sono scomparse una ad una dalla celebre piattaforma:

Credevo di essere stato oggetto di hack.


L'attivista ha ricevuto alcune ore dopo un'email da Flickr con la quale veniva giustificata la rimozione delle immagini: non aveva scattato personalmente le fotografie, come richiesto dalle regole della community. Ha quindi dichiarato:

Ciò è assolutamente ridicolo. Flickr è pieno di account con foto non scattate dagli stessi utenti.

Si tratta di una questione spinosa poichè Flickr, insieme a Facebook, Twitter e YouTube, viene sempre più frequentemente utilizzato come strumento di informazione da parte degli attivisti e delle forze pro-democrazia, soprattutto in Paesi scossi dalle rivolte come in Nord Africa e nel Medio Oriente. La posizione di questi social network si complica notevolmente: come gestire l'utilizzo politico e sociale che molti ne fanno, coniugandolo alle regole e alle policy originarie dei servizi stessi?

YouTube è stato uno dei primi servizi a combattere il conflitto tra messaggi sui diritti umani e violazioni dei termini di servizio: nel Novembre del 2007 la piattaforma ha rimosso come "inappropriato" un video in cui una persona in Egitto veniva torturata dalla polizia. Il video fu caricato da Wael Abbas, un altro blogger egiziano che si oppone alla tortura. A seguito della polemica scatenatasi, YouTube ha rimesso il video al proprio posto, ma il dilemma non si è risolto: le immagini forti e violente sono vietate, ma il video denunciava qualcosa di assolutamente tragico.

Facebook era rimasto abbastanza neutro in questo territorio. Molti gruppi di protesta del Medio Oriente hanno utilizzato i gruppi del social network per condividere e diffondere informazioni, oltre che per mobilitare la protesta. Ora Facebook si trova a dover sottolinare l'approccio neutro nel conflitto Israele-Palestina: Yuli Edelstein, ministro israeliano della diplomazia e della diaspora, ha inviato una lettera a Mark Zuckerberg in cui chiede di rimuovere la pagina Facebook "Third Palestinian Intifada". La pagina, che inneggia ad una rivolta nei territori palestinesi occupati a maggio, ha oltre 240.000 membri.

Facebook non ha rimosso la pagina, non riscontrando violazioni nei termini del servizio e difendendo la possibilità che gli utenti possano esprimere la propria visione delle cose. I problemi sollevati sono questi e molti altri ancora: il potere dei social network è diventato enorme, difficile da gestire, e le questioni etiche comportano mille pericolose sottigliezze.

Un regolamento più flessibile e adattabile caso per caso è forse la soluzione del dilemma?

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