Lotta al P2P: sotto inchiesta avvocati inglesi.

Il mondo della pirateria informatica è spesso composto da luci ed ombre. Intuizioni brillanti, programmi che hanno cambiato la storia di internet, ma anche mancati profitti per i proprietari dei diritti. Cosa succede quando luci e ombre incominciano ad interessare chi dovrebbe proteggere i detentori delle proprietà intellettuali?

Arstecnica dedica un articolo su un caso accaduto in Inghilterra. Cerco di riassumere brevemente la vicenda, senza addentrarmi troppo in questioni legali della legge britannica. Negli scorsi anni uno studio di avvocati inglesi raccoglieva gli indirizzi ip di utenti accusati di pirateria. Trasmetteva quindi i dati ad un magistrato che intimava infine gli ISP di rilasciare i dati degli utenti allo studio legale. Lo studio provvedeva poi ad inviare lettere in cui chiedeva agli utenti rimborsi economici per i danni subiti e per chiudere i contenziosi in sede extragiudiziale. Allo stesso modo sospendeva i procedimenti nel caso in cui le risposte chiarissero l'estraneità dai fatti da parte dell'utente.

Dopo un primo momento sono iniziati ad affiorare i primi dubbi, e nel 2008 una associazione di consumatori ha denunciato lo studio legale per condotta eccessivamente oppressiva nei confronti degli utenti. Si arriva a dire che lo studio non ha agito per tutelare i propri clienti, ma per tutelare sé stesso: lo studio era di fatto diventato una sorta di esattore o di ufficio recupero crediti coatto. Le rimostranze hanno trovato accoglimento, tanto che il primo dibattimento in aula è previsto per il 31 Marzo 2011.

Come avrete notato non ho fatto volutamente nomi, perchè più che la vicenda in sé stessa, credo sia importante focalizzare un punto. Quando si parla di P2P e di diritti d'autore, è facile imbattersi in casi in cui la figura dello studio legale assume funzioni diverse da quelle che tutti ci aspettiamo. Non più, come nel caso citato, uno studio legale che "difende" i clienti, ma una sorta di "giustiziere privato". Lo studio raccoglie le prove, accusa e, se è il caso, passa all'incasso. E' facile capire a questo punto che il "giro del fumo" possa essere colto da qualcuno senza scrupoli e che possa operare al di là della buona fede del detentore dei diritti. E questo in un Paese considerato "civile" come il Regno Unito.

Passando alla situazione italiana di cui ci siamo occupati per le proposte di Agcom, non è lo studio legale ad essere al centro del sistema, quanto piuttosto l'Autorità stessa. Rivediamo insieme la norma proposta. Potrà segnalare il sito fuorilegge l’autore dell’opera trafugata, la società che ne detiene i diritti, la Siae, infine il Nucleo della Finanza specializzato in questi reati. Una volta ricevuta la denuncia, il Garante individuerà il titolare del sito e gli spedirà la contestazione. Il sito sotto accusa avrà 5 giorni per spedire una memoria difensiva a un indirizzo e-mail del Garante, che poi emetterà il verdetto.

Nel nostro caso il dubbio è che l'Autorità possa trovarsi per ovvi motivi più vicina all'accusa che alla difesa, soprattutto per l'esiguo termine dei 5 giorni per la risposta. Sappiamo quanti diversi casi possano nascondersi dietro presunzione di colpevolezza di un "indirizzo ip". Perchè tutta questa fretta, quando magari le indagini hanno richiesto mesi e mesi di lavoro?

Che i detentori dei diritti possano far valere le proprie ragioni è innegabile, ma è necessario fissare dei paletti affinchè l'attività di "caccia al pirata" non sia un'attività così redditizia da indurre comportanti che travalichino la stessa azione contro la pirateria.

Foto | Flickr

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