Uber, altri guai: il CEO indiziato in Corea per pratiche illegali

Uber, continua la pioggia di provvedimenti legali da tutto il mondo per distruggere il servizio di autisti a noleggio via app mobile. Questa volta il colpo arriva dalla Corea del Sud, e bersaglia il CEO Travis Kalanick

Uber App e servizio

Uber non ha di certo una vita tranquilla. Dopo aver subito lo scandalo della donna stuprata durante una corsa in India, essere stato bandito in diversi paesi e accolto con provvedimenti e tribunali in Europa, ora si ritrova a dover combattere in salita in tutto il continente asiatico. L’ultimo assalto proviene della Corea del Sud, dove i procuratori dello stato hanno iscritto Travis Kalanick, CEO di Uber, nel registro degli indiziati per reati contro le leggi sui trasporti pubblici.

Non è la prima volta che Uber viene combattuto come un invasore straniero, e trattato come un corpo estraneo. L’azienda, a dire il vero, si comporta in modo estremamente aggressivo e la sua filosofia commerciale è quella del “disruptor”, come viene detta in gergo: per potersi creare un mercato nuovo, la sua strategia è di infrangere quello vecchio. Il tessuto in cui Uber va a impiantare la sua infrastruttura di autisti a noleggio tramite app è quello dei “vecchi” tassisti, che fanno molta fatica a reagire a questa minaccia. I tassisti hanno tutti i mezzi per rispondere al fuoco, e combattere Uber sullo stesso terreno. Nulla impedisce di copiare l’app e il servizio offerto da questa aggressiva startup, e rivali come Lyft fanno esattamente questo, con un successo tale da aver indotto Uber a rappresaglie disordinate.

Ma i tassisti di tutto il mondo non sembrano affatto in grado di emulare Uber, né di aggiornarsi, e sono francamente spaventati all’idea di cambiare il loro lavoro per adattarlo ai tempi. E la risposta di una categoria difesa e protetta dalla legge è quella di ricorrere allo stato per combattere la propria battaglia e mantenere lo status quo.

Il caso coreano


Questa è la prima volta che le autorità aggrediscono Uber trasformando il suo CEO in un criminale, e francamente questa tattica ricorda molto da vicino quello che è stato fatto contro Napster, The Pirate Bay e Kim Dotcom. In Corea del Sud è illegale operare un taxi senza licenza - ma lo è quasi dappertutto. Le macchine di Uber però non sono taxi, sono autisti privati a noleggio, e la formula informatica dell’app mobile consente di creare un contratto di noleggio che inizia e termina con una sola corsa.

Questo non è valido per i coreani, che ritengono il servizio addirittura criminale, un’associazione a delinquere che vede Travis Kalanick come il Padrino. Le autorità sono addirittura disposte a offrire ricompense da quasi $1000 a chi li aiuterà a “smascherare” le operazioni di Uber in Corea.

Uber ha già risposto piccato, sostenendo che le sue operazioni sono perfettamente legali secondo l’ordinamento coreano, e che le accuse dei procuratori si basano su regolamenti datati, resi completamente obsoleti dall’avvento della tecnologia mobile. Una cosa è sicura: dubitiamo profondamente che Kalanick si presenterà davanti a un giudice in Corea. Rischia infatti una pena di 2 anni di reclusione, oltre che a milioni di dollari di multa.

Via | Bloomberg

Uber propone esame biometrico e "macchina della verità" per controllare gli autisti


Uber App e servizio

Contenuti 18 dicembre
Uber risponde alla pioggia di accuse che l’ha schiacciato nell’ultimo mese nell’unica maniera che gli sembra concepibile: con l'alta tecnologia. All’inizio di dicembre uno dei suoi autisti è stato accusato dello stupro di una passeggera in India, un disastro di alto profilo che si è andato ad aggiungere ad una sequela di episodi preoccupanti, come ad esempio il sequestro-lampo di un manager negli Stati Uniti.

La soluzione è di migliorare i controlli sul passato (e si spera sul presente) dei conducenti, introducendo anche dei sistemi che riconosceranno la voce e le impronte biometriche di chi ha intrapreso l’innovativa e discussa carriera di autista Uber. La compagnia scrive proprio questo sul suo blog: “Stiamo dando il via a un percorso tecnologico di ricerca su biometrica e riconoscimento vocale di verifica per sviluppare tool personalizzati allo scopo di potenziare lo screening degli autisti”. Tutto bene, risponderei, ma a cosa ti serve sapere che un autista è davvero la persona che dice di essere, se hai già fallito nello scovare il suo passato di violenza?

La risposta della compagnia è che i background check internazionali di Uber sono - almeno sulla carta - piuttosto estesi. Uber in questo campo si sente già “il primo della classe”, anche se ammette che “Rimanere il migliore è una ricerca costante”. La manovra sulla biometrica è il passo successivo per assicurare che un autista non passi in segreto a terzi il proprio account, vanificando questo sforzo investigativo senza neppure un click.

E non solo, Uber parla anche di voler sfruttare delle innovative “macchine della verità”, una ricerca su cui non si vuole ancora sbottonare.

“Chiaro, nessun controllo sul passato di un autista può predire il comportamento futuro, nessuna tecnologia può impedire gli atti scellerati. Ma è nostra responsabilità fare leva su ogni smart tool a nostra disposizione per stabilire un livello più alto possibile nel campo della sicurezza”

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Lo stupro di una passeggera in India


Uber App e servizio

Contenuti 8 dicembre 2014

Il vento delle polemiche, per Uber, non accenna a diminuire, soffiando anzi su più fronti. Dopo le accuse legate alla privacy dei clienti del servizio, dall'India arrivano ora altri dubbi sulla sicurezza degli stessi, dopo che una passeggera è stata stuprata e Nuova Delhi.

Shiv Kumar Yadav, questo il nome del guidatore, è stato infatti arrestato nella giornata di ieri con l'accusa di avere aggredito sessualmente una donna di 25 anni, di rientro a casa venerdì sera. Come immediata risposta a quanto accaduto, il governo indiano ha deciso di bandire Uber dalle attività nella capitale, promettendo altre indagini.

Secondo Reuters, Yadav avrebbe affrontato altre accuse di stupro nel 2011, cadute poi dopo l'accordo con la persona che accusava il guidatore: le attenzioni dell'India si concentreranno proprio sulle procedure interne a Uber, per chiarire quali siano le pratiche con cui la società accetta i collaboratori-autisti.

Il vice commissario di polizia Madhur Verma ha anticipato l'intenzione di valutare eventuali violazioni da parte di Uber, minacciando già da ora vie legali nel caso in cui non si faccia abbastanza per controllare il passato dei guidatori. Nel frattempo è arrivata anche la reazione di Travis Kalanick, CEO di Uber, che ha negato le responsabilità della propria società per l'accaduto, promettendo collaborazione con le autorit:

"Lavoreremo col governo per stabilire chiari controlli sul passato, attualmente assenti nei loro programmi di licenza per trasporti commerciali."

Attualmente, Uber effettua negli Stati Uniti un doppio controllo sul background dei guidatori, sia a livello federale che di contea.

Via | Theverge.com

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