Uno studio analizza il legame tra multitasking umano e densità della materia grigia

Al momento non è chiaro se sia il multitasking a modificare il cervello, o viceversa una determinata struttura a permettere questo tipo d'attività.

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Il concetto di multitasking, proprio dei dispositivi tecnologici, viene ormai spesso usato per esprimere un'attività dell'essere umano, o meglio una serie di attività svolte in contemporanea. Nell'era in cui ci troviamo, capiterà sicuramente a tutti di guardare la TV mentre si inviano SMS col proprio telefono, leggendo magari nel frattempo anche qualcosa su di un tablet.

Il multitasking effettuato dall'essere umano potrebbe modificare la struttura del suo cervello: è il risultato di uno studio effettuato dall'University of Sussex, secondo il quale le persone che usano allo stesso tempo più dispositivi innescherebbero un meccanismo di modifica in negativo di densità della materia grigia presente in un'area ben definita del cervello.

Prima di buttare tutto quello che avete in mano, sappiate che secondo i ricercatori il tutto potrebbe essere più un effetto che una causa, non potendo ancora stabilire al momento se il multitasking diminuisca la materia grigia o se invece le persone dotate di una certa struttura del cervello siano maggiormente predisposte a esso.

Il ricercatore Kep lee Loh dell'università che ha svolto lo studio ha commentato così i risultati:

"Il multitasking tra diversi media sta diventando prevalente nelle nostre vite al giorno d'oggi, ed esiste un interesse crescente sui suoi impatti nelle nostre capacità cognitive e sul benessere socio-emozionale. Il nostro studio è il primo a rivelare collegamenti tra multitasking e la struttura del cervello."

Secondo Loh, sarebbe ancora da chiarire dunque se sia il cervello a permettere l'attività o l'attività a modificare il cervello: nel caso in cui quest'ultimo caso sia confermato, gli sviluppi porterebbero ad appoggiare gli altri studi secondo i quali il multitasking può predisporre a depressione, ansia e scarsa concentrazione.

I più curiosi possono trovare i risultati dello studio anche online.

Via | Engadget
Foto | Flickr

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