Cina, censura online: 4 arresti e decine di ammonimenti

Il governo di Pechino sta inasprendo le misure contro la libertà di informazione online. Ecco gli ultimi provvedimenti.

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Pugno sempre più duro della Cina contro la libertà di parola e la libertà di informazione online, da sempre già precaria nel Paese di Xi Jinping. Solo nelle ultime settimane abbiamo visto il blocco preventivo di Google in vista del venticinquesimo anniversario di Piazza Tienanmen e raid negli uffici cinesi di Microsoft, ma nelle ultime ore il governo locale è andato oltre.

La polizia cinese ha arrestato quattro persone e fermato o ammonito altre 81 persone, principalmente blogger, accusati di aver diffuso false informazioni online, notizie non veritiere che avrebbero messo a rischio la sicurezza del Paese.

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Fonti ufficiali parlano di “previsioni di un terremoto a Pechino entro 2 o 6 giorni e notizie di colpi da fuoco esplosi nell’area ovest della capitale Cinese”. Rumors, dicono i quotidiani cinesi, senza alcun fondamento e in grado di seminare il panico tra la popolazione.

La notizia degli arresti - e del blocco di 16 siti internet - arriva direttamente dall’agenzia di stampa locale Xinhua, che evita però di fornire indicazioni temporali. Non è chiaro, quindi, se si tratta di azioni intraprese ieri o nei giorni scorsi.

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Non è certo la prima volta che la Cina intraprende azioni così radicali sul fronte della libertà di informazione, online in modo particolare. Sarebbero centinaia, ad oggi, le persone finite in manette per aver criticato il governo su Internet, condannate al carcere di fronte al rifiuto di smettere di scrivere online.

Solo il mese scorso Dong Rubin, blogger noto per le sue posizioni antigovernativa, è stato condannato a 6 anni e mezzo di carcere per la sua attività online. E la situazione non può che degenerare: il Governo di Pechino ha iniziato da qualche tempo a bannare gli utenti che pubblicano messaggi politici senza autorizzazione, mentre sono sempre di più i siti e i servizi che giorno dopo giorno si vedono inibito l’accesso nel Paese.

Via | Bangkok Post

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