
Con il passaggio definitivo di The Pirate Bay ai magnet link finisce un’epoca, quella in cui i suoi file torrent erano conservati su server, direttamente riconducibili al sito.
I gestori dovrebbero portare a termine questa “mutazione” entro febbraio, ed a fine mese il vecchio sistema sarà definitivamente abbandonato. I magnet link non sono poi tanto diversi dai normali URL, ma non contengono informazioni sulla destinazione o posizione di una risorsa, bensì sul contenuto del file che linkano. La maggior parte del lavoro, quindi, finiscono per farla i client BiTorrent, che usano questi dati per localizzare il contenuto del file tra i peer che lo stanno condividendo.
Un effetto collaterale del passaggio ai magnet link è uno snellimento considerevole di The Pirate Bay, tanto che un utente , “allisfine”, colto da curiosità ha usato uno script per copiare titolo, id, dimensioni, seed, leechers e ovviamente magnet link di tutti i torrent che fanno capo alla Baia. Ai commenti, invece, si è dovuto rinunciare. Il risultato è che i 1.643.194 torrent linkati da TPB “pesano” solo 90MB (zippati). Vale la pena notare che The Pirate Bay dice di contenere più di 4 milioni di torrent, ma che la maggior parte di essi è in comune con altri tracker pubblici, quindi farne un backup non è strettamente necessario.
Questa novità fa certamente comodo a tutti coloro che temono la scomparsa improvvisa della Baia, che potrebbe d’un tratto cedere agli assalti della legge. Chiunque, infatti, potrebbe fare backup settimanali del sito senza problemi. Allo stesso tempo un peso di soli 90MB rende creare un proxy davvero facile e rapido, una strategia che di certo non è sfuggita ai gestori. Insomma, nonostante le numerose sconfitte i “pirati” non si perdono d’animo, e continuano a ordire piani su piani per eludere i tentativi di incastrarli che si susseguono a ritmo regolare.
Via | TorrentFreak
Nel 2010 tanto The Pirate Bay quanto Megaupload sono stati sull’orlo della confisca del dominio da parte del governo degli Stati Uniti. Nel caso di Megaupload la faccenda si è evoluta molto male per i gestori e per il sito, mentre TPB è stata temporaneamente graziata perchè in Svezia era in corso il processo d’appello.
Ora che il processo si è risolto sfavorevolmente contro tre individui collegati al sito, non esiste più questa barriera legale ed il governo americano potrebbe imporre la stessa sorte disgraziata alla Baia, confiscandole il dominio .org. Coloro che stanno gestendo TPB, però, sono dotati di riflessi rapidissimi, ed hanno già fatto in modo di trasferire il dominio su suffisso .se, al di fuori delle grinfie dell’autorità federale a stelle e strisce.
A chi si chiedesse perchè “avvicinare” metaforicamente il dominio a chi li ha appena condannati (i compatrioti svedesi), la faccenda è presto spiegata: il processo era contro tre individui (peraltro condannati in contumacia), non contro il sito che sta continuando ad operare normalmente. Gli americani, invece, hanno dato prova di essere prontissimi ad agire alla minima denuncia.
Assieme al cambiamento di dominio è arrivato anche una dichiarazione dai toni intransigenti:
“Il 2012 è l’anno della tempesta. Dopo aver assaggiato irruzioni, spionaggio e minacce di morte siamo ancora qui. Siamo stati all’inferno e siamo tornati più forti che mai.
I nostri tre amici e fratelli di sangue sono stati condannati alla prigione. Questo potrebbe suonare peggio di quanto in realtà non sia. Siccome nessuno di loro vive più in Svezia, non andranno in galera. Sono tanto liberi oggi quanto lo erano ieri.
In quest’anno della tempesta, i vincitori innalzeranno mulini a vento ed i perdenti costruiranno rifugi. Quindi flettete i vostri muscoli, compagni pirati, e donateci il vostro potere! Costruite più siti! Più reti! Più protocolli! Urlate più forte che potete e portate la lotta ad un livello di intensità superiore!”
Via | TorrentFreak
La Corte Suprema svedese ha appena annunciato di aver respinto il ricorso presentato da tre dei quattro fondatori di The Pirate Bay contro la sentenza emessa nel novembre 2010 nei loro confronti, rendendo di fatto definitive le loro condanne: 8 mesi di carcere per Peter Sunde, 10 mesi per Fredrik Neij e 4 per Carl Lundström, oltre alla salatissima multa di 46 milioni di corone svedesi (6,8 milioni di dollari). Per il quarto imputato, Gottfrid Svartholm, assente per motivi di salute durante il processo d’appello, è diventata definitiva la condanna a 12 mesi di carcere inflittagli in primo grado.
Tutti gli imputati erano stati condannati per aver reso disponibile per file sharing illegale materiale protetto da copyright. Immediato il commento di Per E. Samuelsson, difensore di Lundström: “Questo verdetto è assurdo. Mi spiace che alla Corte non interessi dissezionare ed analizzare le varie sfaccettature di uno dei casi legali di più alto profilo di tutti i tempi“. E dire che le motivazioni dell’appello erano tutte molto valide, come vi avevamo spiegato a suo tempo:
Secondo il ricco fondatore di Rix Telecom AB infatti la colpa delle violazioni compiute da The Pirate Bay dovrebbe ricadere su chi ha in realtà fondato e gestito il sito, e non quindi su chi come lui ha fornito solo i servizi necessari a tenerlo in piedi, con la pericolosità tra l’altro di creare uno spinoso precedente nei confronti di tutti i provider. […] pone anche l’accento sul perché si possa ritenere The Pirate Bay colpevole delle violazioni al copyright, mentre altri siti dai quali è possibile accedere ai medesimi contenuti (come anche Google) non sono al momento sotto processo. Terzo motivo infine, il presunto fallimento delle autorità nel dimostrare il suo aver agito “unitamente e in concerto” con gli altri imputati.
Alla luce di questa decisione, comunque, è già stato annunciato il ricorso alla Corte di giustizia dell’Unione europea.
Via | TorrentFreak
The Pirate Bay, il portale che negli anni è diventato un sinonimo di Torrent, s’appresta ad abbandonare il protocollo. Più precisamente, non indicizzerà i file con estensione .torrent per adottare Magnet — una tecnologia che può supportare diversi protocolli. La decisione risale a due anni fa ed è diventata effettiva soltanto ieri.
In sé, Magnet è una particolare struttura di link che utilizza un algoritmo di cifratura per la creazione degli indirizzi. Nello specifico, la codifica di Magnet implementa Secure Hash Algorithm (SHA-1) a 32-bit. La tecnologia, ideata nel 2002, è stata adottata da diversi protocolli per il peer–to–peer. Incluso quello di BitTorrent.
Oltre a Magnet, The Pirate Bay utilizzerà DHT e PEX: due soluzioni per recuperare gli indirizzi dei nodi in assenza di tracker. In poche parole, per il portale significa eliminare qualsiasi contenuto passibile di querela sul diritto d’autore dal proprio server. Quindi, il vantaggio per gli utenti è nel superiore livello di privacy.
Via | TorrentFreak
BayFiles è la nuova creatura di due ex-membri di The Pirate Bay, ovvero Fredrik Neij e Peter Sunde. Il portale riprende la falsariga di Megaupload, RapidShare, ecc. per condividere documenti via HTTP: non è richiesta la registrazione per file fino a 250Mb. Gli utenti registrati possono usufruire di 500Mb e quelli a pagamento di 5Gb.
Neij, parlando del progetto, ha sottolineato l’importanza d’accedere ai documenti via HTTP, anziché via BitTorrent: i provider potrebbero bloccare soltanto quest’ultimo. BayFiles rispetta le norme sul diritto d’autore (almeno, nei termini d’utilizzo) e se dovesse avere successo potrebbe diventare qualcosa di molto simile a Dropbox.
Non mancano delle curiosità particolari su BayFiles. Ad esempio, qualcuno avrà già riconosciuto il logo: la “freccia” non è altro che metà dell’emblema del Kopimism, la religione del file sharing a più riprese rifiutata dalla Svezia. Inoltre, la società di BayFiles è stata registrata a Hong Kong (nonostante la nazionalità svedese).
Via | TorrentFreak
BTjunkie è di nuovo navigabile dall’Italia: il popolare tracker per BitTorrent, il più utilizzato dopo la débâcle di The Pirate Bay, è accessibile grazie a un proxy installato via Google App Engine. Una soluzione più difficile da censurare, per le autorità italiane, perché dovrebbero rivalersi su Google. Certamente non è finita qui.
Le vicissitudini di BTjunkie in Italia sono iniziate con l’accusa di avere provocato il fallimento di Dahlia TV, un’emittente a pagamento sul digitale terrestre. La magistratura italiana aveva ordinato il blocco del tracker per il nostro Paese: recentemente, è stato istruito un processo a Fastweb ed NGI, accusati di favoreggiamento.
Nel frattempo BTjunkie aveva realizzato un primo proxy per riattivare l’accesso agli utenti italiani. Lo Stato ha bloccato pure quest’ultimo. Insoddisfatti, i manutentori del portale hanno optato per una nuova soluzione: Google sarà ritenuta corresponsabile? Al momento BTjunkie è in Italia e la parola passa alla Guardia di Finanza.
Via | TorrentFreak
Il sito di Hadopi, l’autorità francese nota per la legge delle «tre disconnessioni» nella lotta alla pirateria telematica, è stato trasformato in The Pirate Bay dal Presidente del Pirate Party d’oltremanica. La modifica è stata rimossa, tuttavia sono bastati dieci minuti a Paul Da Silva per violare il server istituzionale di Hadopi.
L’exploit è stato possibile grazie a una vulnerabilità di tipo XSS: Da Silva era già riuscito a sfruttare una situazione simile in ottobre, attraverso il form di contatto che permette d’inviare le segnalazioni ad Hadopi. Queste falle s’aggiungono all’omissione commessa da Hadopi sul copyright del proprio logo sostituito a dicembre.
Qualunque sia l’opinione sul P2P, sulla pirateria informatica e sui metodi da adottare per combatterla, è quantomeno “curioso” che un’autorità rigida come Hadopi finisca per commettere degli errori così banali. Un motivo in più per legittimare i dubbi sull’infallibilità dell’intero sistema francese, già criticato in tutto il mondo.
Via | TorrentFreak
Dopo il verdetto d’appello in cui tre dei quattro fondatori (solo perché uno era malato) di The Pirate Bay sono stati nuovamente confermati colpevoli di fronte alle accuse, ci si aspettava l’arrivo del caso di fronte alla Corte Suprema svedese, cosa accaduta proprio in questi giorni prenatalizi.
Carl Lundström nel suo appello chiede alla Corte Suprema di riconsiderare le proprie responsabilità, in quanto fornitore di banda (e quindi ISP a tutti gli effetti) di The Pirate Bay. Secondo il ricco fondatore di Rix Telecom AB infatti la colpa delle violazioni compiute da The Pirate Bay dovrebbe ricadere su chi ha in realtà fondato e gestito il sito, e non quindi su chi come lui ha fornito solo i servizi necessari a tenerlo in piedi, con la pericolosità tra l’altro di creare uno spinoso precedente nei confronti di tutti i provider. Una posizione che sarà comunque difficile da mantenere, visto che lo stesso Lundström ha fatto in passato anche da investitore nel progetto, oltre che “semplice” ISP.
L’appello di Lundström comunque non si ferma a un’unica motivazione, e pone anche l’accento sul perché si possa ritenere The Pirate Bay colpevole delle violazioni al copyright, mentre altri siti dai quali è possibile accedere ai medesimi contenuti (come anche Google) non sono al momento sotto processo. Terzo motivo infine, il presunto fallimento delle autorità nel dimostrare il suo aver agito “unitamente e in concerto” con gli altri imputati.
Carl Lundström ha chiesto inoltre che venga rivista la propria sanzione pecuniaria, ritenendo per l’appunto il proprio ruolo di ISP al di fuori delle colpe immeritevole della multa di 6,5 milioni di dollari decisa in fase di appello. Non ci resta a questo punto che attendere i documenti relativi ai ricorsi di Fredrik Neij e Peter Sunde, anch’essi in dirittura d’arrivo sul tavolo della Corte Suprema.
Via | Torrentfreak.com
Peter Sunde e gli altri fondatori di The Pirate Bay l’avevano detto già in occasione del primo verdetto della giuria, promettendo battaglia in fase d’appello per tentare di stravolgere la sentenza che dava a ognuno di loro come pena un anno di carcere, più vari danni da pagare per aver contribuito alle violazioni del copyright attraverso la loro piattaforma.
La sentenza d’appello è però arrivata, cambiando la forma ma non la sostanza per Peter Sunde, Fredrik Neij e Carl Lundström, tutti confermati colpevoli, col caso di Gottfrid Svartholm solo rinviato per motivi di salute dell’imputato. In sostanza, Peter Sunde dovrà scontare 8 mesi di prigione, mentre Fredrik Neij ne toccheranno 10 e a Carl Lundstrom 4: per tutti invece una salatissima multa di 6,5 milioni di dollari.
Cambia la forma ma non la sostanza come dicevamo, visto che la sentenza d’appello ha sì ridotto l’anno di carcere chiesto per tutti, ma ha allo stesso tempo aumentato la pena pecuniaria: c’è poco quindi da essere contenti per i tre, che con ogni probabilità porteranno il caso alla Corte Suprema, massimo grado di giudizio presente in Svezia.
Via | Torrentfreak.com
Flattr, il servizio di microcredito in rete, ha superato la fase a invito ed è ora aperto a tutti quelli che volessero iscriversi. La piattaforma era stata annunciata in febbraio e in meno di una settimana di reale attività ha riscosso un grande successo. Per fare un esempio, è stata la scelta di WikiLeaks per “regolare” il rapporto col Partito Pirata svedese (che da qualche giorno ne mantiene l’hosting a sue spese).
Creato da Peter Sunde, il co-fondatore che ha decretato «la morte di The Pirate Bay», e Linus Ollson, Flattr è un sistema innovativo per effettuare pagamenti di modeste entità su internet. Perché la registrazione al servizio sia attiva occorre attivare un primo mean, cioè bloccare una somma non inferiore ai $2. I trasferimenti di denaro a Flattr possono avvenire con le principali carte di credito e PayPal.
Impostare un mean significa destinare in automatico la cifra prevista per Flattr ogni mese. Il denaro accumulato sul proprio conto serve per supportare uno o, più progetti iscritti alla piattaforma. Dopo l’attivazione dell’account sarà anche possibile richiedere somme ad altri utenti per sé. Quanto è stato inviato a Flattr come mean non può essere recuperato in liquidità, a differenza di ciò che si riceve da terzi.
Foto | Facebook
Grazie al Pirate Partiet svedese, un paio di mesi fa The Pirate Bay aveva trovato la sua Mompracem: e non in un luogo qualunque, ma all’ombra del Parlamento europeo.
Il Partito dei pirati, che è riuscito a ottenere un seggio nel Parlamento Europeo alle elezioni del Giugno 2009, aveva offerto banda alla Baia, mettendo fine alla perenne fuga del motore di ricerca, costretto a cambiare fornitore in occasione delle ripetute azioni legali messe in atto nei suoi confronti dalle Major e dalle Organizzazioni anti-pirateria. Adesso il Pirate Partiet va oltre, annunciando di avere in cantiere il primo ISP “pirata” che ha chiamato PirateISP, che fornirà servizi Internet commerciali agli utenti residenti in Svezia.
PirateISP si differenzierà dagli altri fornitori di servizi per la sua “ontologia hacker” e per la particolare attenzione alla difesa della privacy dei suoi clienti, assicura Gustav Nipe, membro del Partito e CEO del nuovo Provider. Il Pirate Partiet sottolinea che PirateISP non permetterà il monitoraggio dei suoi server da parte dei Governi e che non rilascerà all’esterno alcun tipo di log.
Certamente, sarà interessante vedere cosa ne penseranno dell’iniziativa i detentori di diritti di opere coperte da copyright, ma soprattutto cosa accadrà nel caso in cui degli utenti di PirateISP dovessero compiere gravi reati. Non è chiaro infatti per ora quali saranno in quest’ultimo caso le procedure che metterà in atto il Provider, per collaborare con i soggetti preposti alle investigazioni.
Il nuovo ISP “pirata” inizierà i primi test nelle prossime settimane con un numero limitato di utenti e i responsabili sperano di riuscire a strappare alla concorrenza “tradizionale” una buona fetta del mercato svedese.

Nelle ultime ore The Pirate Bay, noto tracker di nodi per la rete BitTorrent, è stato attaccato da un gruppo di hacker argentini che sono riusciti a violarne il database e il pannello d’amministrazione. Esportando i dati sono stati rivelati più di 4 milioni d’indirizzi e-mail associati ai nickname degli utenti registrati sul portale. L’attacco è stato “rivendicato” da Ch Russo, pseudonimo dell’amministratore di Insilence Labs.
L’hacking di The Pirate Bay è stato possibile grazie alla realizzazione di un SQL injection, ovvero una pratica che consiste nell’inserimento di codice malevolo nel database. I dettagli dell’attacco sono disponibili sul blog di Ch Russo (@chrusso99), aperto appositamente allo scopo. Un video riassuntivo mostra la rapidità con cui gli hacker hanno violato il server della baia: una facilità davvero impressionante.
Le immagini dimostrano tanto l’esposizione di MySQL agli attacchi, quanto la precarietà della sicurezza dei server di The Pirate Bay. Un problema non proprio indifferente se si considera che l’attività degli utenti del motore di ricerca è nella maggioranza dei casi illegale. I dati reperiti non sarebbero sufficienti a denunciare qualcuno per pirateria digitale, ma le statistiche sui download sono state ottenute facilmente.
Via | TheNextWeb