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Dichiarazione shock del Governo statunitense: in un documento ufficiale reso pubblico dalla “ragioneria dello Stato” americana (il Government Accountability Office), il Governo ha finalmente e pacificamente ammesso che “è difficile, se non impossibile, calcolare l’impatto sull’economia da parte della proprietà intellettuale contraffatta o piratata”.
Questo smentisce anni e anni di credenze “impopolari” e di vittimismo, diramate tramite ogni sorta di media da case discografiche, cinematografiche e rappresentanti del Governo USA (e dei Governi internazionali). Credenze secondo le quali “ogni anni 750.000 posti di lavoro e 250 miliardi di dollari l’anno” vengono persi, per colpa della cosiddetta “pirateria informatica”. O, ancora peggio, credenze secondo le quali “ogni copia contraffata è una copia non venduta”.
Il documento è frutto di una consultazione senza precedenti da parte dell’Amministrazione Obama, con “esperti interni ed esterni al Governo, esaminando tutti i dati in nostro possesso”. Il Governo americano era al lavoro su questi dati e queste problematiche per via del “PRO-IP Act“, del 2008, stipulato sotto l’amministrazione Bush. L’atto ha spinto Obama a dotare la Casa Bianca di un “Intellectual Property Enforcement Coordinator”, nella persona di Victoria Espinel, allo scopo di soddisfare le pressioni di RIAA, MPAA e altre associazioni di titolari di diritto d’autore. Paradossalmente, proprio queste richieste hanno condotto la Espinel ad approfondire la materia della pirateria, fino alle dichiarazioni rese note oggi.
Certo, siamo ancora lontani dall’adorabile sfrontatezza di alcuni rappresentanti del Governo italiano, ma, conoscendo i pachidermi delle major, questo è davvero un bel passo avanti per le libertà digitali
Non si sono ancora spente le polemiche che hanno investito The Pirate Bay, il più grande tracker BitTorrent della rete, che un altro popolare motore di ricerca per file torrent dovrà affrontare un’altra bega legale.
Un giudice di Utrecht ha infatti dato tre mesi di tempo a Mininova per eliminare i link a tutti i contenuti protetti da copyright dal suo sito pena una multa di 5 milioni di €.
Non si tratta di un’accusa di violazione di copyright, visto che nel caso della tecnologia BitTorrent i file effettivi risiedono sui milioni di computer che costituiscono la rete stessa, ma in questo caso è stata usata nuovamente la dicitura “violazione di copyright contributivo”. Si tratta dell’ultimo atto dello scontro legale tra il motore di ricerca Mininova e BREIN, la società antipirateria olandese (una sorta di RIAA).
Il giudice ha anche accusato Mininova di aver tratto profitto dalle sue attività tramite la vendita di spazi pubblicitari. Ed in effetti Mininova ha guadagnato più di un milione di € nel solo 2007. La soluzione, al momento, è quella di eliminare tutti i link o di filtrarli in un qualche modo.
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Se il nome Joel Tenenbaum vi dice qualcosa, probabilmente vi ricordate del caso di accusa di pirateria che ha interessato un giovane studente e il suo avvocato, il professore di legge di Harvard Charles Nesson.
La RIAA, ovvero la più grande associazione di tutela del diritto d’autore negli Stati Uniti, aveva accusato il giovane di aver scaricato da Kazaa alcuni file musicali. Grazie al Web 2.0 Tenenbaum e il suo avvocato erano riusciti a mobilitare l’opinione pubblica contro l’accusa di pirateria.
Tuttavia la giuria federale di Boston ha dichiarato colpevole Tenenbaum, che dovrà pagare una multa davvero salata all’industria musicale, 675.000 dollari, ovvero 22.500 dollari per canzone scaricata.
Continua a leggere: Tenenbaum ha perso: dovrà pagare 675.000 dollari alla RIAA
I DRM sono dei sistemi che, applicati a file musicali o video evitano la copia degli stessi. Per diversi anni la RIAA ha difeso l’uso dei DRM, dichiarando che i clienti ne avrebbero tratto vantaggio.
In realtà le polemiche contro i DRM sono stante numerose e feroci. Già da un po’ di tempo, infatti, molti siti ed etichette discografiche hanno iniziato a rilasciare musica e Mp3 privi dei DRM, visto che molti utenti si sono lamentati in passato.
Ed ora veniamo a sapere che Jonathan Lamy, portavoce della RIAA, ha dichiarato che il DRM è morto, riferendosi ai siti come iTunes che hanno iniziato ad offrire musica senza restrizioni.
La notizia della multa di 1.9 milioni di dollari data alla signora Jammie Thomas per aver scaricato e condiviso 24 canzoni su Internet, ha fatto il giro del mondo. E, nonostante la soddisfazione degli avvocati della RIAA, alcuni musicisti hanno espresso dei pareri negativi.
E’ il caso di Moby e Radiohead, due artisti che hanno spesso appoggiato le cause a favore degli utenti, accusando la RIAA e le società di tutela del diritto d’autore.
Secondo Moby è assurdo pagare 80.000 dollari per ogni canzone: l’industria musicale dovrebbe pubblicare musica a prezzi più economici e smetterla con queste cause.
Probabilmente ricorderete il caso di Jammie Thomas-Rasset, la signora e madre di famiglia, che fu accusata dalla RIAA di aver scaricato 24 canzoni dalla rete Kazaa. Inizialmente il giudice aveva ribaltato la sentenza, dichiarando la non colpevolezza della signora Thomas.
Sentenza che, però, è cambiata ieri, quando la signora Thomas è stata condannata a pagare 1.9 milioni di dollari per aver condiviso le 24 canzoni su Internet. A nulla è valsa la difesa degli avvocati, secondo cui erano stati i figli a condividere le canzoni.
La nuova giuria ha quindi aumentato la pena della sentenza, inizialmente indicata su 222.000 dollari. Secondo la signora Thomas la sentenza è “ridicola”. La RIAA, da parte sua, ha sempre sostenuto di essere disponibile ad un patteggiamento. Infatti negli Stati Uniti è prevista una multa di 150.000 dollari per ogni MP3 condiviso illegalmente su Internet, il che sospinge gli utenti a patteggiare invece che affrontare un processo.
E’ vero che scaricare e condividere sulla rete è un reato, ma davvero il danno provocato dalla signora Thomas è stato di circa 80.000 dollari per ogni canzone condivisa? Voi cosa ne pensate?
Via | Torrentfreak.com
Dal giorno della sua comparsa, la tecnologia P2P ha sempre sollevato grosse polemiche. La questione sulla legalità del file sharing è più accesa che mai, in questo periodo, come testimoniano i numerosi processi a carico degli utenti accusati di scaricare, e quelli ai grandi siti di condivisione come ThePirateBay.
Nel caso Joel Tenenbaum, accusato dalla RIAA di aver scaricato e condiviso file sulla rete, il professore di legge dell’Università di Harvard, Charles Nesson, ha aggiornato la sua difesa, dichiarando che non importa se il suo cliente abbia scaricato dei file musicali dalla rete. Nesson, infatti, sostiene che l’impatto della pirateria sull’economia è “zero” e che l’uso non commerciale è possibile.
Si tratta di una strategia audace, che prende in considerazione l’assurdità della multa richiesta, ovvero 150.000 dollari, in confronto al presunto danno economico provocato dalla condivisione di un file Mp3 su Internet.
Continua a leggere: Il professor Nesson contro la RIAA: è possibile scaricare se per "uso personale"
Ci piace, ogni tanto, segnalare alcune iniziative interessanti che riguardano il mondo del peer-to-peer, soprattutto quando si tratta di un uso legale di questa tecnologia, spesso oggetto di critiche feroci e ingiustificate.
Il South by Southwest (SXSW) è un festival di musica molto popolare negli Stati Uniti. Per il quinto anno di fila ha rilasciato tutto il materiale della rassegna musicale liberamente su Internet, tramite protocollo BitTorrent, libero da DRM. E’ possibile scaricare ben 6 gigabyte di musica senza problemi legali.
Ancora una volta BitTorrent si dimostra il protocollo p2p migliore per la condivisione di file grandi. Utilizzando questo protocollo si elimina il problema del carico sui server, facendo risparmiare denaro e costi sulla banda. E, per una volta, la RIAA non potrà avanzare nessuna richiesta su un’iniziativa del tutto libera e legale.
Via | Torrentfreak.com
Michael Arrington di TechCrunch.com ha riportato sul suo blog di una conversazione avuta con un non meglio precisato dirigente di una big dell’industria musi-discografica da cui è scaturito un’inaspettato scenario nella guerra tra la RIAA e lo scambio in rete di files protetti da diritto d’autore.
Pare infatti che l’industria dell’intrattenimento, accortasi del declino (si parla del 20% su base annua) che ha investito le vendite di cd e dvd, nonchè dello scarso (a paragone) mercato che offre la vendita di brani online, stia pensando ad un nuovo modello di business, in cui la musica sarà soltanto marketing e non più il soggetto da vendere. Ciò accadra non prima del 2011, forse 2013, quando l’attuale mercato non avrà (se non cambia qualcosa) più ragione di esistere per dei colossi come le attuali label.
In un possibile futuro quindi, non sarà più il social network di turno a pagare un artista affinchè questo presenti i propri nuovi lavori su quel sito, bensì avverà il contrario, esattamente come è accaduto con le radio, che inizialmente offrivano compensi agli artisti per averli sulle loro frequenze, mentre adesso le radio affermate vendono ai musicisti (e alle case discografiche) i passaggi dei brani nelle ore più allettanti e nelle trasmissioni più ascoltate.
Comcast, d’accordo con la RIAA, ha tutta l’intenzione di disconnettere i propri clienti che saranno accusati di copyright infringment, ma è partita con il piede sbagliato visto che ha accusato un utente innocente e completamente estraneo all’accusa mossagli.
John Aprigliano ha ricevuto da Comcast una nota in cui lo si accusava di aver scaricato il film Cadillac Records ma, sicuro della sua innocenza, ha contattato l’ISP ed ha scoperto che l’accusa gli era stata mossa poichè erano risaliti al suo nome dall’indirizzo MAC (id univoco di ogni scheda di rete) del suo modem. Ma i dati di Comcast erano errati, visto che si trattava del vecchio modem di John, non più in suo possesso.
Continua a leggere: Comcast disconnette per presunta pirateria l'utente sbagliato
Sull’Isola di Mann è al vaglio una legge che introduce una tassa obbligatoria per tutti coloro che sottoscrivono un abbonamento ad internet a banda larga: gli utenti pagheranno quindi di più al fine di poter condividere legalmente la musica.
Rimane qualche dubbio relativo ai benefici e soprattutto ai beneficiari di quest’operazione: sarebbe forse stato più corretto dare la possibilità agli utenti di scegliere se sottoscrivere o meno questa specie di abbonamento forzato. Inoltre i provider in questo modo vedono soltanto aumentare il traffico (e quindi le spese) senza trarre alcun vantaggio apparente; per non parlare di RIAA ed IFPI..
Per chi non lo sapesse, l’Isola di Mann è un paradiso fiscale che si trova tra Gran Bretagna ed Irlanda, poco meno di 600 km quadrati di terra abitati da circa 75mila persone. Forse la scarsa entità della popolazione ha convinto le case discografiche a non opporsi a questo esperimento rivoluzionario (o forse è solo questione di tempo).
Via | TechRadar.com
Un brutto tiro, quello che il giudice statunitense James P. Jones ha giocato alla RIAA nella causa “United States of America v. Dove”, il cui imputato è Daniel Dove, fondatore di Elite Torrents, accusato di innumerevoli violazioni del diritto d’autore e di istigazione alla violazione dello stesso.
Dopo una prima dura sentenza in cui Dove era stato condannato a 18 mesi di reclusione, 2 anni di condizionale e 20mila dollari di multa, gli avvocati della RIAA hanno chiesto un risarcimento in base al mancato guadagno su ogni traccia o album di cui Dove è stato trovato colpevole di copyright infringement, valutando 7,22 usd per ogni album: totale 124.769 dollari, oppure 47000 se Daniel avesse preso parte a spot antipirateria.
Ma il giudice Jones ha stabilito che non c’è corrispondenza tra una traccia scaricata ed un mancato guadagno, cioè non tutto quello che viene scaricato sarebbe stato altrimenti comprato: con questo precedente le future richieste di risarcimento della RIAA saranno dure da portare avanti. Chi troppo vuole…