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Tutti gli articoli con tag riaa

Cambio al vertice della RIAA

pubblicato da Marco Giacomello

riaa cambio verticeChi legge il nostro blog non può non conoscere la RIAA (Recording Industry Association of America) ed il suo ruolo primario in tutte le più recenti e controverse dispute sul copyright e diritto d’autore. Legato al nome RIAA è quello del suo CEO Mitch Bainwol che ha da poco annunciato le sue dimissioni (non preoccupatevi ha già trovato un diverso e ben pagato lavoro).

La carriera di Bainwol (qui in una della ultime uscite pubbliche) a capo della più temuta associazione di difesa delle grandi mayor disco/video-grafiche, trova i suoi apici nelle battaglie vinte contro Grokster e LimeWire – anche se il traffico p2p, legale ed illegale, rimane comunque in continuo e costante aumento.

Dalle prossime settimane troveremo a far da accusatore supremo Cary Sherman, già presidente dell’attivissima associazione a tutela dei grandi interessi legati al copyright, il quale ha già fatto sapere che punterà da un lato al coordinamento con le forze di pubblica sicurezza per sconfiggere quello che lui definisce il ‘furto di copyright‘ e dall’altro alla creazione di nuovi modelli condivisi (e su quest’ultima affermazione io ci credo davvero poco). Purtroppo poco o nulla cambia nei progetti dei sostenitori della polizia-digitale, mentre la pirateria incessante dilaga incontrollata.

Via | RIAA
Foto | Flickr

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Usa: a fermare la pirateria ci penseranno i provider

pubblicato da Gianluca Pezzi

I due personaggi che vedete sorridenti nell’immagine qui a fianco sono Cary H. Sherman e Mitch Bainwol, ovvero Presidente e Chairman e Chief Executive di RIAA. Se la ridono di gusto perchè pare proprio che finalmente abbiano vinto una battaglia.

Dopo anni di negoziati, negli scorsi giorni a Washington hanno stretto un accordo con i provider per il quale, se un utente viene scoperto nell’atto di scaricare materiale protetto da copyright, verrà prima avvisato, poi si vedrà ridurre in maniera drastica l’ampiezza di banda. Come scrive il New York Times, i provider hanno concordato un approccio sistematico per identificare i clienti sospettati di violazione del copyright digitale, per poi inviargli avvisi via e-mail o altri mezzi in un sistema di “escalation”. Avvisi via email, riduzione di connessione o della possibilità di navigare via web. Da una parte i provider affermano che questo è un sistema “educativo” e che non porta necessariamente alla disconnessione totale, dall’altra si riservano il diritto di tagliare tutti gli utenti che hanno violato i propri termini di servizio.

Com’è si è arrivati a questo accordo? E’ utile ricordare che solo otto anni fa la RIAA aveva citato Verizon per aver nascosto l’identità di un utente che aveva scaricato musica illegalmente. Nel frattempo ci sono state fusioni tra grandi gruppi, l’ultima delle quali è stata Comcast con NBC. E’ chiaro a questo punto che gli interessi di chi non vuole che si scarichi e di chi non vuole che gli utenti saturino la banda, incominciano a farsi comuni. Tra i provider che hanno accettato l’accordo ci sono AT&T, Cablevision, Comcast, Verizon e Time Warner Cable.

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È davvero finita per LimeWire: sospeso anche il servizio a pagamento

pubblicato da Federico Moretti

LimeWireAbbiamo seguito tutta la vicenda giudiziaria di LimeWire ed è giusto offrire un riscontro del suo epilogo. Il popolare client per il download via P2P è stato portato in tribunale dalla RIAA, l’associazione che rappresenta i discografici statunitensi, diversi anni fa. Quest’estate il processo ha subito un’impennata con la richiesta della chiusura immediata di LimeWire, avvenuta soltanto in autunno con la disposizione della Corte.

Alla lettura della sentenza i legali della società che controlla LimeWire hanno ventilato l’ipotesi che il servizio si trasformasse in qualcosa di simile a Spotify perché fosse saldato il debito con la RIAA imposto dai magistrati. È bene sottolineare come dal 2004 sia stata proposta una versione legale di LimeWire previa abbonamento: una mossa che è servita ad arginare il collasso dovuto alle cause per violazione di copyright.

Tutto ciò non è bastato ed è improbabile che LimeWire possa riemergere in un’altra forma. Dopo l’apparizione della Pirate Edition basata sul client a pagamento è stato posto sotto sequestro anche quanto di legale era stato costruito da sei anni a questa parte. Niente più abbonamenti, né forfait per scaricare contenuti protetti dal diritto d’autore. LimeWire non esiste più e chi ancora resiste è destinato alla chiusura a breve.

Via | Ars Technica

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LimeWire è stato chiuso dalla Corte federale degli Stati Uniti

pubblicato da Federico Moretti

LimeWire Legal Notice

La RIAA, alla fine, ce l’ha fatta: a inizio giugno era stata inoltrata una richiesta di chiusura nei confronti di LimeWire, il client P2P in Java per la rete Gnutella. L’accoglimento della domanda della RIAA non è stata immediata, come avrebbe voluto l’associazione, ma la Corte federale statunitense è giunta ugualmente a disporre la chiusura del popolare servizio.

La battaglia legale con le major dell’industria musicale degli Stati Uniti dura già da 4 anni e si riferisce al periodo 2000-2004, quando LimeWire ha inaugurato il servizio a pagamento che ha reso legale il download. Al momento, sul sito campeggia l’immagine che vedete qui sopra in cui il team di LimeWire avvisa gli utenti dell’ingiunzione cui è sottoposto il client.

Cosa accadrà nel prossimo futuro? Le indiscrezioni trapelate dai legali e dagli sviluppatori di LimeWire escludono l’eliminazione del servizio: piuttosto, è probabile che l’azienda sia messa all’asta per coprire i debiti con le etichette discografiche per diventare simile a Spotify. A prescindere, la chiusura cautelare di LimeWire è un grande successo per la RIAA.

Via | Guardian

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La RIAA spende in cause legali più di quanto incassa

pubblicato da Gianluca Pezzi

RIAAQuanto costano le azioni legali di RIAA? Quanto fruttano all’associazione dei discografici americani?

Torniamo a parlare di RIAA e di repressione della pirateria informatica, dopo i presunti casi di privacy violata e dell’amara considerazione su RIAA da parte dello studente che non riesce a recuperare il proprio laptop rubato nonostante ne abbia individuato l’attuale indirizzo IP.

P2Pnet.net ha pubblicato un documento fiscale di RIAA, dal quale è possibile notare come le cause legali nel 2008 siano costate 16 milioni di dollari. Le entrare da risarcimento danni sono state invece ben… 391.000 dollari, ossia un quarantesimo della spesa. Su un periodo di tre anni, di parla di 64 milioni di dollari, con entrate per soli 1.361.000 dollari. Un vero bagno di sangue economico, quindi.

Certo, non tutto è riconducibile al mero aspetto economico. Nei conti va incluso il “messaggio” che RIAA ha voluto mandare agli utenti americani. Già, ma di quale messaggio stiamo parlando? Se lo chiede NewYorkCountryLawyer su Slashdot. Ecco la risposta, più o meno condivisibile.

1) L’associazione delle etichette discografiche è gestita da “idiots“.
2) I legali di RIAA dimostrano più simpatia per gli accusati che per il proprio cliente.
3) Combattere la pirateria sul piano delle cause legali è una battaglia persa.
4) Il capo di RIAA ha fatto un buon lavoro… per gli avvocati.

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Come rintracciare un pc rubato?

pubblicato da Gianluca Pezzi

furtoE’ possibile rintracciare la posizione di un computer rubato? Si, tramite l’indirizzo IP utilizzato dal ladro. Ma come fare a recuperare l’IP?

Il metodo usato da CorporalKlinger e raccontato su SlashDot è geniale quanto semplicissimo. Allo sfortunato studente, è stato rubato un laptop Dell nuovo, lasciato inavvertitamente in auto nel parcheggio dell’università. Dopo aver denunciato il furto, il ragazzo ha pensato come fare per scoprire il ladro.

Sul computer CorporalKlinger aveva installato Thunderbird per poter leggere la posta Gmail via IMAP. Qualcuno di voi avrà già intuito le mosse successive perchè, ricordiamolo, Gmail offre la possibilità di controllare gli ultimi 10 indirizzi IP utilizzati per accedere alla posta. Non solo, c’è anche l’indicazione del tipo di accesso effettuato: browser, mobile, POP3, IMAP, e così via.

Lo studente è perciò entrato nel proprio account, svuotando tutta la posta, evitando di cambiare la password. In questo modo se il ladro avesse usato Thunderbird, Gmail avrebbe mostrato l’indirizzo IP utilizzato. E così è stato, visualizzando 4 accessi da un indirizzo IP di un altro Stato americano.

Tutto bene quello che finisce bene? In questo caso no, perchè la Polizia Locale ha dichiarato che la giurisdizione spettava alla Polizia Universitaria (ebbene si esiste anche questa). Ma la Polizia Universitaria, 10 agenti e 2 detective, non aveva la minima idea di cosa fosse un indirizzo IP. Senza perdersi d’animo, CorporalKlinger si è rivolto all’FBI ma anche in questo caso gli agenti si sono dimostrati poco interessati alla questione, anche se il reato oltrepassava i confini di due Stati. Conclusione amara: possibile che la RIAA riesca a rintracciare presunti pirati, mentre tre autorità di polizia non sono in grado o non hanno interesse a fermare un vero criminale?

Foto | Arenamontanus

Risultati RIAA contro il P2P, privacy violata?

pubblicato da Alberto

La Riaa combatte il peer to peer risalendo al provider Internet che l’utente utilizza, lo avverte che qualcuno sta usando la sua rete per scaricare illegalmente e fa scattare la notifica al cliente da parte della compagnia telefonica. Si tratta solo di un “avvertimento”, ma che secondo RIAA dovrebbe bastare per far cambiare atteggiamento agli utenti.

La società ha reso pubblica un’indagine secondo la quale dal 2008, circa 1,8 milioni di utenti, tra cui 269,609 studenti dalle sedi dei vari college, hanno infranto i copyright. Da notare come le università stiano rischiando di perdere i fondi federali se non riusciranno a fermare i numerosi download illegali nei propri campus. Per dare un’idea del fenomeno, i college hanno speso dai 350 ai 500 mila dollari, per trovare il modo di combattere la pirateria, con risultati ovviamente non del tutto efficaci.

Premettendo che siamo contrari al download illegale, poniamo anche in questo caso la domanda che ci eravamo fatti anche per il caso Fapav. Fino a che punto è giusto avvalersi di una società privata per scoprire gli utenti che scaricano? Certo, la legislazione americana è sicuramente diversa da quella Italia, ma c’è sempre da rimanere perplessi quando una società privata si sostituisce all’autorità di polizia sul fronte delle indagini. Chi garantisce l’accuratezza dei report ottenuti da RIAA? Fino a che punto più spingersi la società di spionaggio dati incaricata da RIAA? Come può un cittadino onesto, che utilizza il P2P per la condivisione ad esempio di distro linux, essere certo che nessun privato si metta a monitorare la propria connessione?

Domande senza risposta, che le major dovrebbero porsi prima di tentare una caccia alle streghe dai risultati deludenti.

Via | TorrentFreak
Foto | Flickr

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La RIAA pretende la chiusura immediata di LimeWire

pubblicato da Federico Moretti

LimeWireA pochi giorni di distanza dal decimo anniversario di LimeWire, gli avvocati della RIAA hanno presentato un documento alla corte di New York per chiederne la chiusura: il servizio di P2P avrebbe recato danni economici all’industria discografica per miliardi di dollari. La documentazione presentata dalla RIAA è volta alla sospensione immediata di LimeWire, poiché quest’ultimo aumenterebbe di giorno in giorno i consistenti ammanchi delle major.

Già nella prima metà di maggio la RIAA aveva ottenuto un’importante vittoria contro Lime Group, la società che controlla LimeWire, grazie alla sentenza emessa da Kimba Wood: il giudice del distretto meridionale di New York aveva riconosciuto infrazioni al copyright da parte di Lime Group e del fondatore di LimeWire, Mark Gorton. Le motivazioni si riconducono alla presunta ottimizzazione del client per consentire anche il download digitale di contenuti protetti dal diritto d’autore.

LimeWire è disponibile in tre soluzioni, una gratuita con funzionalità di base e due a pagamento: stando alla sentenza newyorkese queste ultime conterrebbero tecnologie atte a rendere più semplice e rapido il download illegale di film, musica e software. Secondo gli analisti la decisione della corte sarà fatale per LimeWire. Una consultazione con Kimba Wood era stata programmata per il 1 giugno da Lime Group. Se non si dovesse giungere alla chiusura coatta di LimeWire, la società dovrebbe corrispondere $150,000 per ogni infrazione e andrebbe comunque in fallimento.

Via | CNET News

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RIAA e MPAA chiedono al Governo USA uno spyware ufficiale per cercare file illegali sui computer dei cittadini

pubblicato da giovanni de stefano


Forse il documento che il Governo americano ha pubblicato questa settimana, riguardo l’impatto economico (irrilevante) della pirateria informatica, non ha sortito gli effetti che ci eravamo prefigurati.

Quel che è certo è che RIAA e MPAA hanno presentato all’Office of Intellectual Property Enforcement (lo stesso, diretto da Victoria Espinel, che si è occupato degli studi dietro al documento in questione), una proposta di reazione alla pirateria online inquietante come poche altre.

RIAA e MPAA vorrebbero che l’amministrazione Obama, in sostanza, si dotasse di un apparato di spyware “governativi”, atti a individuare materiale contraffatto sui computer dei cittadini americani; filtri su tutte le connessioni internet, per prevenire lo scaricamento di file illeciti; perquisizioni di dischi rigidi, computer e lettori musicali; sprone alle altre nazioni per adottare misure simili (la richiesta più ridicola, suppongo); aiuti dall’FBI per applicare il tutto.

Sono richieste talmente gravi che, se non fossimo al 16 di aprile, potremmo quasi pensare ad uno scherzo. Anche le ovvie difficoltà tecniche, dal punto di vista software, che un progetto del genere presenterebbe, non depongono in favore della serietà delle richieste. Eppure sono state avanzate. Questo va ben oltre le più funeste paure dei parlamentari europei che hanno chiesto più trasparenza su ACTA.

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Il Governo USA fa marcia indietro sull'impatto economico della pirateria sulla proprietà intellettuale

pubblicato da giovanni de stefano

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Dichiarazione shock del Governo statunitense: in un documento ufficiale reso pubblico dalla “ragioneria dello Stato” americana (il Government Accountability Office), il Governo ha finalmente e pacificamente ammesso che “è difficile, se non impossibile, calcolare l’impatto sull’economia da parte della proprietà intellettuale contraffatta o piratata”.

Questo smentisce anni e anni di credenze “impopolari” e di vittimismo, diramate tramite ogni sorta di media da case discografiche, cinematografiche e rappresentanti del Governo USA (e dei Governi internazionali). Credenze secondo le quali “ogni anni 750.000 posti di lavoro e 250 miliardi di dollari l’anno” vengono persi, per colpa della cosiddetta “pirateria informatica”. O, ancora peggio, credenze secondo le quali “ogni copia contraffata è una copia non venduta”.

Il documento è frutto di una consultazione senza precedenti da parte dell’Amministrazione Obama, con “esperti interni ed esterni al Governo, esaminando tutti i dati in nostro possesso”. Il Governo americano era al lavoro su questi dati e queste problematiche per via del “PRO-IP Act“, del 2008, stipulato sotto l’amministrazione Bush. L’atto ha spinto Obama a dotare la Casa Bianca di un “Intellectual Property Enforcement Coordinator”, nella persona di Victoria Espinel, allo scopo di soddisfare le pressioni di RIAA, MPAA e altre associazioni di titolari di diritto d’autore. Paradossalmente, proprio queste richieste hanno condotto la Espinel ad approfondire la materia della pirateria, fino alle dichiarazioni rese note oggi.

Certo, siamo ancora lontani dall’adorabile sfrontatezza di alcuni rappresentanti del Governo italiano, ma, conoscendo i pachidermi delle major, questo è davvero un bel passo avanti per le libertà digitali

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Mininova ha tre mesi di tempo per eliminare tutti i link a contenuti illegali dal suo indice

pubblicato da blogo

Mininova ha tre mesi di tempo per eliminare tutti i link a contenuti illegali dal suo indiceNon si sono ancora spente le polemiche che hanno investito The Pirate Bay, il più grande tracker BitTorrent della rete, che un altro popolare motore di ricerca per file torrent dovrà affrontare un’altra bega legale.

Un giudice di Utrecht ha infatti dato tre mesi di tempo a Mininova per eliminare i link a tutti i contenuti protetti da copyright dal suo sito pena una multa di 5 milioni di €.

Non si tratta di un’accusa di violazione di copyright, visto che nel caso della tecnologia BitTorrent i file effettivi risiedono sui milioni di computer che costituiscono la rete stessa, ma in questo caso è stata usata nuovamente la dicitura “violazione di copyright contributivo”. Si tratta dell’ultimo atto dello scontro legale tra il motore di ricerca Mininova e BREIN, la società antipirateria olandese (una sorta di RIAA).

Il giudice ha anche accusato Mininova di aver tratto profitto dalle sue attività tramite la vendita di spazi pubblicitari. Ed in effetti Mininova ha guadagnato più di un milione di € nel solo 2007. La soluzione, al momento, è quella di eliminare tutti i link o di filtrarli in un qualche modo.

Leggi tutte le nostre ultime notizie sui tracker torrent e il peer to peer (p2p) in questa pagina di Downloadblog.it

Tenenbaum ha perso: dovrà pagare 675.000 dollari alla RIAA

pubblicato da PG

Tenenbaum ha perso: dovrà pagare 675.000 dollari alla RIAASe il nome Joel Tenenbaum vi dice qualcosa, probabilmente vi ricordate del caso di accusa di pirateria che ha interessato un giovane studente e il suo avvocato, il professore di legge di Harvard Charles Nesson.

La RIAA, ovvero la più grande associazione di tutela del diritto d’autore negli Stati Uniti, aveva accusato il giovane di aver scaricato da Kazaa alcuni file musicali. Grazie al Web 2.0 Tenenbaum e il suo avvocato erano riusciti a mobilitare l’opinione pubblica contro l’accusa di pirateria.

Tuttavia la giuria federale di Boston ha dichiarato colpevole Tenenbaum, che dovrà pagare una multa davvero salata all’industria musicale, 675.000 dollari, ovvero 22.500 dollari per canzone scaricata.

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