Google X, il laboratorio “segreto” di Mountain View, ha appena rivelato il prototipo degli occhiali per la realtà aumentata con Android: Project Glass, un progetto avveniristico che ha subito attratto l’attenzione di tutti e ha ottenuto immediatamente una parodia. Qual è, però, l’effettivo impatto del dispositivo sulla vista umana?
Mark Changiz, il neurobiologo autore di The Vision Revolution, ha cercato di dare una risposta basandosi sul filmato pubblicato da Google. In linea di massima, Project Glass non dovrebbe influire negativamente sulla vista dei consumatori: gli aspetti controversi degli occhiali prodotti da Oakley con Android sarebbero, invece, altri.
Le immagini proiettate da Project Glass non offuscherebbero la vista degli utenti, compromettendo – ad esempio – la guida d’un veicolo. Tuttavia, la posizione delle notifiche sarebbe percepita dal cervello umano a livello più subliminale che conscio — e la qualità dell’immagine non corrisponderebbe a quella pubblicizzata da Google.
Via | Technology Review
Project Glass è il nome in codice del progetto “segreto” di Google X, atteso in commercio entro la fine dell’anno. Ieri, infatti, Mountain View ha svelato gli Heads-Up Display (HUD) che tanto avevano fatto parlare di sé: gli occhiali per la realtà aumentata con Android. Funzionano col riconoscimento vocale e promettono grandi cose.
Al momento, non esistono dei dettagli sulla tecnologia degli HUD. Mountain View ha preferito limitarsi a pubblicare un filmato e alcune fotografie del design di Project Glass. Per l’annuncio è stato utilizzato Google+, una scelta inedita. La prima domanda che sorge spontanea è sul prezzo: quanto costeranno degli occhiali del genere?
Lo sviluppo degli HUD, guardando le immagini pubblicate, ha superato la sperimentazione. Se Google ha deciso d’offrire un’anteprima di Project Glass è perché, evidentemente, l’ipotetica tabella di marcia è stata rispettata e il dispositivo potrebbe essere davvero commercializzato già nel corso del 2012. Ricordano un po’ Terminator.
Via | AllThingsD

Stamattina abbiamo “evocato” Layar e, siccome non è un caso che sia ancora il servizio leader nel settore della realtà aumentata mobile, ci ha “risposto” con una pronta nuova feature, subito attiva.
Si tratta di un vero e proprio motore di ricerca di “layers” (livelli di realtà, comprendenti differenti filtri e tipi di informazione: gastronomia, mercato immobiliare, e chi più ne ha più ne metta). La mossa di creare il motore si è resa quasi necessaria, dopo l’apertura di una sorta di “layer store”: un solo luogo destinato alla compravendita, all’interno dell’applicazione “madre” Layar, di questi “livelli”.
Il nuovo servizio si chiama Layar Stream e non solo cataloga e rende ricercabili per parola chiave i “livelli”, ma permette anche la scoperta delle informazioni più rilevanti per l’utente, in base alla sua posizione geografica. Layar, usato ormai da 1,6 milioni di utenti, è ormai uno dei nuovi modi di intendere la ricerca e la condivisione di informazioni online, su mobile web. Su ReadWriteWeb è apparsa un’intervista al fondatore di Layar, che ci spiega dettagliatamente di questa novità odierna.

La realtà aumentata sta facendo sempre più breccia nell’immaginario degli sviluppatori e degli utenti della rete. Più ha successo e più percorre la strada inversa, rispetto a quella che è la solita delle applicazioni web: dal mobile al desktop, invece che dal desktop al mobile. Guardate solo cosa è venuto in mente alla Cheerios, a riguardo.
TagWhat è un servizio che promette di essere il primo al mondo in grado di permettere anche “all’uomo della strada” di creare e distribuire proprie realtà aumentate. La possibilità che libera TagWhat è quella di elaborare delle mappe personalizzate, basate su proprie fotografie, su cui collocare le più svariate informazioni: testo, immagini, video e link. Dei veri e propri ipertesti fortemente contestualizzati.
Un sistema decentralizzato come questo, rispetto a quello, per ora egemone nel settore, rappresentato da un servizio come Layar, potrebbe davvero permettere alla realtà aumentata di fare un ulteriore passo verso la diffusione capillare e, soprattutto, un’effettiva utilità come mezzo di informazione sul locale. La cosa, oltretutto, è davvero divertente e anche piuttosto “addicting”.
Oltre ad essere perfettamente usabile anche da desktop, TagWhat è già presente come applicazione su Android Market e, prossimamente, su App Store per iPhone.
A tutti è capitato di fissare qualcuno per strada domandandosi chi fosse: benché l’applicazione sia stata concepita per scopi più utili, Comverse Social AR potrebbe risolvere anche questi problemi. Concepita da Face.com – l’azienda che in collaborazione con Facebook ha dato vita ad applicazioni come Photo Tagger – e Comverse, serve proprio a recuperare informazioni da un volto.
Già provata nell’ambito di una conferenza, consente di visualizzare sul proprio dispositivo cellulare informazioni che riguardano l’individuo “puntato” dalla fotocamera, prendendole dal web: inevitabilmente ciò contribuirà a preoccupare ulteriormente quanti sono chiamati a gestire le informazioni di privacy cedute dai propri utenti — del resto internet è ovunque.
L’applicazione e il software di face recognition alla sua base rimangono comunque particolarmente interessanti: purtroppo le tariffe per la connettività mobile in Italia non sono ancora abbastanza competitive, ma i professionisti potrebbero già avvantaggiarsi di un prodotto simile e in un futuro non troppo remoto la gestione della web reputation anche in relazione a questo tipo di programmi diventerà cruciale.