
La Recording Industry Association of America (RIAA), per ovvi motivi, è tra i principali sostenitori dello Stop Online Privacy Piracy Act (SOPA) e del Protect IP Act (PIPA), le due norme statunitensi al momento bloccate dal Congresso a seguito delle proteste. Non tutti i boss dell’industria discografica, però, si trovano d’accordo con le misure proposte dalle due norme. Tra questi c’è Craig Davis, Vice President of Urban Promotions alla EMI, che si è schierato pubblicamente contro i metodi per contrastare la pirateria che sono alla base del SOPA e del PIPA.
Personalmente credo che i metodi usati siano scorretti. Tutto quello che farebbero sarebbe creare problemi a tutti. E’ vero, la pirateria è un problema, ma credo che la chiave per risolvere la questione non sia la legislazione, ma l’innovazione. Cose come Spotify possono essere di grande aiuto per questo problema.
Il discorso di Davis si riallaccia a quello fatto poche settimane fa da Gabe Newell, boss di Valve, secondo il quale è necessario “creare un servizio che abbia più valore di quello dei pirati“. Davis sostiene di trovarsi d’accordo con Newell: “E’ un problema di servizio, non di soldi. Le vendite di concerti e merchandise sono in aumento, è chiaro che i nostri fan amano ancora la musica, forse non stiamo dando loro la musica nel modo giusto. Dobbiamo rivalutare la tecnologia e trovare un modo migliore di fornire musica, le soluzioni DRM non sono il metodo giusto“. Voi che ne pensate?
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Oggi ci addentriamo in un argomento sempre di attualità. Nell’era digitale come persuadere le persone a pagare? Bella domanda, alla quale cerca di darsi una risposta Cory Doctorow, fondatore di Boing Boing, sul Guardian. La sua posizione parte da considerazioni riguardanti i beni materiali. Propensione all’acquisto, scarsità ed esclusività dei beni, stato sociale. Si tratta di questioni sulle quali sono stati scritti centinaia di libri e che sono sostanzialmente trattati in microeconomia e in sociologia. La complessità di questi temi viene amplificata nel mondo digitale perchè i confini tradizionali sono più labili.
Non voglio comprarlo, me lo prendo. E’ ciò che nel mondo reale viene considerato un furto. Ma se una persona “normale” considera questa “attività” potenzialmente rischiosa, nel mondo digitale il rischio è oggettivamente molto più basso. Anzi, è talmente più basso che la maggioranza degli scambi di “media” che avvengono online, sono gratis e senza autorizzazione da parte dei detentori dei diritti. Questo ha portato ad una “retorica” della comunicazione che tende a martellare paradossalmente più chi compra, rispetto a chi “ruba”. Ne sono esempi i messaggi antipirateria nei DVD, o tutti i vari sistemi anticopia installati nei pc con tutti i problemi del caso. Diciamo la verità, chi usufruisce di un media “piratato”, ha meno problemi o scocciature rispetto a chi ha pagato regolarmente. In più, chi ha speso il proprio denaro sente di averne sprecato una buona parte proprio nei messaggi o nei sistemi, assolutamente inutili, di antipirateria.
L’abbiamo ribadito più volte, noi di Downloadblog siamo contrari a qualsiasi forma di pirateria, ma nello stesso tempo siamo contrari alla vessazione degli utenti così come nella demonizzazione tout court del peer to peer. Vediamo allora alcuni dei punti sui quali si sofferma Doctorow.
Continua a leggere: Nell'era digitale come persuadere le persone a pagare?
Pochi giorni fa abbiamo pubblicato la notizia secondo cui gli investimenti contro la pirateria, vicini ai 365 milioni di sterline all’anno, siano ben superiori agli effettivi danni provocati dal download illegale nei confronti dell’industria musicale.
Di diversa opinione è il direttore generale della BPI (British Phonographic Industry), Geoff Taylor, secondo cui queste cifre potrebbero essere esagerate. Infatti Taylor ha affermato che, da febbraio ad oggi, una società antipirateria ha monitorato e raccolto gli indirizzi IP di 100.000 utenti presumibilmente coinvolti in attività illegali di file sharing e clienti del provider BT.
Secondo Taylor è vergognoso che un provider importante come BT non faccia nulla per limitare questo problema e che gli ISP non possono sottrarsi alle loro responsabilità. Se si utilizza un servizio per violare la legge, è giusto prendere delle misure per salvaguardare un business.
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In Gran Bretagna la questione della pirateria online è particolarmente sentita. Non solo il governo, ma anche alcuni artisti si stanno esprimendo sulla questione del file sharing. Dopo le dichiarazioni della cantante Lily Allen anche Elton John ha detto la sua.
Secondo Elton John “la proliferazione incontrollata di download illegali avrà un effetto negativo sui musicisti, in particolar modo i giovani musicisti e quei compositori che non svolgono attività artistica”.
Peccato, però, che le attuali leggi in territorio britannico siano particolarmente restrittive, soprattutto nei confronti dei fan di musicisti come Elton John. L’industria musicale, infatti, invece di affrontare il problema della pirateria e trovare dei sistemi per soddisfare l’enorme richiesta di musica online, ha dichiarato guerra proprio a coloro che scaricano musica ma che sarebbero disposti a pagare un prezzo equo.
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La lotta contro il file sharing è diventato un problema importante e ci sono governi e associazioni antipirateria in tutto il mondo, che stanno cercando delle soluzioni per arginare la pirateria online.
Un giornalista del “The Mirror” ha condotto un’inchiesta sui costi delle promozioni antipirateria e della lotta contro il file sharing, arrivando alla conclusione che la guerra contro il P2P costa più dei danni economici causati nei confronti delle etichette discografiche.
Infatti, mentre gli investimenti degli ISP per sconfiggere il P2P costeranno nel 2009 circa 365 milioni di sterline, le perdite dell’industria musicale saranno “solo” di 200 milioni di sterline. Se questi dati venissero confermati, verrebbero a cadere gran parte delle motivazioni che oggi spingono a combattere la pirateria con i mezzi classici.
C’è sicuramente qualcosa di sbagliato nei sistemi che gli ISP adottano in questo caso, ed è errata anche la convinzione che ogni brano scaricato sia illegale, così come pure l’accanimento contro la tecnologia P2P, che di per sè non ha nulla di illegale, tranne l’uso che ne fanno gli utenti. L’industria musicale spesso riceve, dalle campagne antipirateria, dei danni all’immagine, mentre la guerra contro il P2P potrebbe condurre gli ISP e i governi ad una corsa agli armamenti tecnologici per scovare gli utenti che trovano nuovi sistemi per agire nell’anonimato.
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Anche il Brasile si scaglia contro il peer-to-peer e mette al bando la condivisione illegale di file. L’azione legale, lanciata dalla APDIF due anni fa, ha portato al blocco di un famoso programma di condivisione. La APDIF è l’associazione di tutela del diritto d’autore in Brasile, e recentemente si è unita alla Anti-Piracy Association of Film and Music (APCM), insieme ad etichette come EMI, Sony, Univesal e Warner.
Il sito sotto accusa è iPlay.com.br, sito controllato dalla società Cadare Information Technology Ltd. Il sito si occupava di distribuire un software chiamato K-Lite Nitro che permette agli utenti di scaricare file attraverso diverse reti, tra cui Gnutella, OpenFT e Ares.
Il giudice, a febbraio, decise che, invece di bloccare del tutto il software, questo avrebbe dovuto comprendere un sistema per filtrare i contenuti protetti da diritto d’autore. I gruppi antipirateria hanno fornito immediatamente un elenco di 4 milioni di brani da filtrare.
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La polizia russa ha eseguito quello che può essere considerato il primo raid contro un tracker BitTorrent. Fino ad ora la Russia è sempre stata considerata un rifugio per i siti BitTorrent.
Tuttavia sembra che in questo caso la MPAA abbia agito spingendo il Ministero degli Interni Russo ad aprire una commissione di inchiesta che ha portato al raid contro i fondatori di Interfilm.
La polizia ha arrestato i fondatori del sito, una coppia di sposi conosciuti online con i nomi di Ripper e Nadezhda. Secondo le autorità Interfilm è una delle principali fonti di film registrati via Cam e con diversi accordi con gruppi di pirati nel paese. Nonostante il raid, il sito Interfilm continua ad essere operativo poichè sembra essere stato spostato in Olanda. I fondatori del sito ora rischiano sei anni di carcere e 500.000 rubli di multa (circa 16.200 dollari) in caso di condanna.
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