
Il terremoto in Giappone, seguito dallo Tsunami, ha colpito ormai oltre 48 ore fa e il bilancio riguardo morti e danni cresce. Dopo aver visto le immagini del prima/dopo disastro fornite da Google Maps, vi propongo anche le immagini interattive offerte dal New York Times.
Le fotografie sono interattive perchè consentono di spostare un cursore sull’immagine per vedere nel dettaglio il prima e il dopo Tsunami sulla singola porzione di territorio, permettendo di verificare ulteriormente lo stato delle zone colpite. Dove prima c’era un pullulare di case e campi coltivati, ora vediamo solo una distesa marrone/grigia inerte.
Via | New York Times
Il New York Times starebbe considerando di sviluppare al proprio interno un sistema in grado di raccogliere file coperti da segreto in modo anonimo, inviati da persone interessate a preservare la loro identità. Se tutto ciò vi suona familiare, come suggerisce Mashable, è perché in soldoni il quotidiano americano ha intenzione di creare il proprio WikiLeaks, o comunque una sorta di cosa simile alla creatura di Julian Assange.
Anche se in realtà si tratta ancora di nulla di ufficiale, l’executive Editor del NYT Bill Keller ha fatto sapere che la piattaforma potrebbe essere simile alla Transparency Unit di Al Jazeera, altra sorta di WikiLeaks legata alla questione palestinese di cui abbiamo già parlato anche qui su Downloadblog. Secondo le parole di Keller ai microfoni di The Cutline, si starebbe discutendo tra i vari reparti del NYT una sorta di “Telepass per leakers”.
La creazione di un proprio sistema simile a WikiLeaks darebbe ovviamente al NYT la possibilità di essere indipendente da Julian Assange e dalla sua piattaforma, con i quali lo stesso quotidiano USA ha avuto negli ultimi mesi un rapporto di amore e odio allo stesso tempo. Senza contare che in questo modo il giornale non dovrebbe più condividere con altri i documenti pubblicati grazie a WikiLeaks, ottenendo così una facile esclusiva coi ritorni che ben possiamo immaginare.
Foto | Flickr

La pubblicazione online di più di 90.000 documenti interni riguardanti operazioni militari dell’esercito statunitense in Afghanistan compiute tra il 2004 e il 2009 sta procurando forte imbarazzo alla Casa Bianca. I documenti sono stati pubblicati su WikiLeaks, un Wiki che ha come obiettivo quello di rendere pubbliche informazioni anche senza autorizzazioni ufficiali.
“Crediamo che la trasparenza nelle attività di governo abbia come conseguenze la riduzione della corruzione, il miglioramento del governo e il rafforzamento della democrazia” scrivono i fondatori del Wiki. WikiLeaks era diventato molto noto dopo aver pubblicato in aprile il video della strage di un gruppo di civili (tra cui due giornalisti della Reuters) uccisi in strada a Baghdad nel 2007 dal fuoco di elicotteri Apache.
La documentazione relativa alle operazioni in Afghanistan è stata ripubblicata online dal New York Times, dal Guardian e da Der Spiegel, che hanno realizzato ampi dossier interattivi, dimostrando come la Rete sia ormai fondamentale nello scenario dell’informazione libera e globale.
I documenti riguardano piani e obiettivi della coalizione guidata dagli USA, la descrizione di attacchi nemici e di operazioni militari in cui ci sono state vittime civili, trascrizioni di incontri con politici locali e informazioni riguardanti le strategie dei Paesi coinvolti nello scenario geopolitico del conflitto.
Via | Nytimes.com

Nonostante non sia stato presentato ufficialmente durante il WWDC 2010, Safari 5 è stato rilasciato proprio in questi giorni. Un po’ in sordina, ma con almeno una importante novità che sta già creando molte polemiche, ovvero Safari Reader.
Safari Reader è un nuovo strumento ufficiale che compare come icona accanto alla barra degli indirizzi e che nelle intenzioni dovrebbe rendere più facile e scorrevole la lettura degli articoli sul web. Come? Rimuovendo dalla pagina, portandole in secondo piano, tutte le inserzioni pubblicitarie e gli altri elementi che potrebbero disturbare la lettura. Anche se, come vedremo, non serve per bloccare il caricamento delle stesse.
Reader, oltre a eliminare ogni distrazione visiva, riordina il contenuto testuale in un unico blocco a scorrimento verticale, come se ci si trovasse di fronte ad un’unica pagina, che appare in primo piano mentre il resto sfuma in grigio diventando un semplice background. Oltre alla componente testuale, Reader carica nel pop-up anche le foto e gli altri elementi interattivi, presentando poi delle semplici opzioni per ridimensionare l’area di visualizzazione, inviare il testo via email o stamparlo.




Continua a leggere: Safari 5 fa sparire il web con Safari Reader

E’ da poco disponibile il New York Times Reader 2.0. Si tratta di una sorta di programma per leggere su computer il quotidiano newyorkese. Ne parliamo perchè, dopo avere sentito la serie di sciocchezze dette da Rupert Murdoch su Google, si tratta forse del primo esperimento serio di editoria online a pagamento.
Partiamo allora subito dal prezzo. Il costo del servizio è di 4,62 dollari a settimana, non male se si considera che una copia del giornale costa 2 dollari (edizioni domenicali 5, 6 o 7 dollari). Gli abbonati all’edizione cartacea hanno il New York Times Reader 2.0 gratuitamente.
Con l’abbonamento si ha quindi l’accesso a New York Times Reader 2.0, un’applicazione che sfrutta Adobe Air. Questo significa aver coperto tutti i sistemi operativi in un colpo solo: Windows, Mac e Linux. Una scelta davvero oculata, che per una volta non fa gridare allo scandalo utenti esclusi in partenza per “colpa” del proprio sistema operativo. Sulla pagina pubblicitaria del New York Times Reader 2.0 c’è un video con una demo delle principali funzioni. Vediamole insieme.

Una delle posizioni più ambite per un ingegnere informatico con interessi per l’informazione si è appena aperta, presso il sito web del quotidiano più importante del mondo: il New York Times. Più che aperta, però, dovremmo dire creata, visto che, sull’annuncio economico pubblicato dal Times stesso, la carica suona così: “Creative Technologist“.
Ma non basta. Il Times sta cercando anche altri 12 sviluppatori senior e web developer. Lo scopo è quello di “creare nuove sezioni del sito”, in cui saranno implementati sempre più contenuti video e interattivi. Sarà compito del Creative Technologist di individuare questi nuovi servizi e quali di essi saranno disponibili per tutto il vastissimo pubblico di NYTimes.com, e quali solo per quelli che saranno destinati ad essere gli “heavy user”, con più di un certo numero di articoli visti al mese, chiamati a pagare un abbonamento.
E’ alquanto saggio spendersi sempre di più nello sviluppo delle parti “social” del suo sito, per il Times, visto che ospita già 50 blog tematici e il suo account Twitter ufficiale conta più di 2,4 milioni di follower.

Il New York Times ha annunciato che è solo questione di un anno circa (inizio del 2011) perché anche gli articoli e gli aggiornamenti quotidiani del suo sito saranno offerti a pagamento. Non più, dunque, solo gli archivi a pagamento: cosa che del resto avviene già per la maggior parte del grandi organi di informazione online.
Il modello economico sarà di continuare ad offrire un certo numero di articoli gratuitamente e cominciare a far pagare una volta superato questo limite. Ancora non è dato sapere nulla sull’ordine di grandezza di tale limite in quantità. I manager del sito hanno molta fiducia in questo approccio:
“I nostri lettori sono molto fedeli e crediamo che siano disposti a pagare per i nostri contenuti e servizi”.

L’occasione era delle più ambite nel mondo della West Coast che blogga, che digita, e che non compra più poi tanta stampa. Un party in casa di Arianna Huffington, in cui era presente mezza Hollywood vecchia maniera, e un pezzo di Silicon Valley talmente grosso che si chiamava Erich Schmidt.
Il CEO di Google, re dei due mondi, perché controlla il motore di ricerca più usato della Terra - di cui hanno però bisogno vitale anche i media tradizionali, per sopravvivere - si è visto recapitare una patata bollente da una Sharon Waxman in grande spolvero. “Google comincerà a produrre notizie, invece che indicizzarle soltanto? Comprerà il New York Times o il Washington Post?”.
La risposta di Schmidt è stata un secco no, ma c’è dell’altro. Il CEO più potente del mondo dell’informazione (e, probabilmente, del mondo) ha aggiunto che Google implementerà un sistema nuovo per distribuire notizie di alta qualità, in collaborazione proprio con Times e Post. Non sarà più necessario cercare quei contenuti tramite Google News, ma essi saranno “consegnati” all’utente del motore di ricerca direttamente dalla home page di Google, tramite nuovi algoritmi sempre più sofisticati e nuovi sistemi di pubblicità sempre più “premium”. Per nuovi lettori sempre più “interessati” alle notizie.
Deve essere un momento di grande attenzione per i social network, da parte delle grandi catene americane di distribuzione di alimenti. Prima, il caso Dominos Pizza. La più grande catena al mondo per la consegna a domicilio di pizza a dotarsi di un account Twitter, per gestire la folla del web inferocita, dopo che due suoi impiegati avevano dato scandalo su YouTube “giocando” col cibo che preparavano.
Ora è il turno di Pizza Hut. La catena sta cercando uno stagista competente in materia di Twitter, che voglia occuparsi per un’estate di gestire l’account aziendale, raccontando la vita all’interno del quartier generale di Dallas (Texas) e che monitori quello che il popolo dei social media abbia da dire (o da ridire) del marchio in questione. L’invito a candidarsi per un colloquio è esteso ai soli cittadini americani che frequentino il college. Il lavoro sarà anche ben pagato, promettono.
E’ interessante osservare come un grande marchio, nel cercare un lavoro da “innovatori”, segua per le ricerche in tal senso un metodo a sua volta innovativo, e non i soliti canali delle pubbliche relazioni “pro”. Speriamo che accada presto che qualcuno possa trovare lavoro così anche da noi in Italia.
Via | New York Times
Per anni, la stragrande maggioranza dei giornali non ha considerato le opportunita’ della rete e ha ignorato, almeno in parte, la sua filosofia, ovvero la condivisione gestendo siti blindati. Anche molti giornalisti hanno sempre considerato internet come un mondo a parte, col quale loro non volevano interagire. Ma oggi le cose sono cambiate. Le vendite cartacee stanno diminuendo. E all’improvviso, aziende e redattori scoprono la potenza della diffusione digitale dei loro contenuti. E per questo, Espn, Business Week e New York Times hanno chiesto a Google di dare maggiore risalto a cio’ che producono: vogliono ottenere un ranking di favore rispetto alle pagine che contengono notizie “copincollate”. La loro tesi e’ che i contenuti originali siano piu’ importanti di quelli riciclati. La notizia e’ stata pubblicata, per prima, su Advertising Age…
Ci risiamo: a pochi mesi dalla conclusione delle Olimpiadi, la Cina fa parlare nuovamente di sè, per una questione di censura online. Questa volta si tratta del New York Times. Da venerdi, tutti i navigatori connessi da città come Pechino, Shanghai e Guangzhou che hanno cercato di accedere al sito nytimes.com hanno ricevuto una risposta secondo cui il sito non era disponibile.
Il ministero degli Esteri ha detto questa settimana chela Cina si è impegnata molto durante le Olimpiadi ad agosto, ma che è anche loro diritto di bloccare siti web con contenuti illegali per la legge cinese.
Diversi siti sono stati bloccati all’inizio di dicembre: BBC, Voice of America e diversi media di Hong Konk non sono più raggiungbili dal cosiddetto “grande firewall cinese”. Un problema grave se si considera che la Cina ha il numero più alto di utenti su Internet.
Via | News.yahoo.com
Il New York Times oggi pubblica un articolo critico su Google News, forse uno dei servizi meno curati di Google, anche se certamente non destinato a fare la fine di altri come Froogle. I dati sulla crescita sono più blandi rispetto alla media dei siti di news e, cin 11.4 milioni di lettori in Maggio, Google News rimane molto dietro a Yahoo News che vanta i suoi 35.8 milioni rilevati da NIelsen Online. Non va meglio nemmeno il discorso sulla monetizzazione, dato che per evitare enormi problemi con gli editori, Google News non ha pubblicità di alcun tipo.
Ma il punto della discussione è un alrto: scarsa innovazione e risultati che a volte lasciano a desiderare. I commenti esistono ma non sono quasi usati, mentre le lamentele abbondano sia per risultati troppo lenti, come nel caso recente della scomparsa dello showman Tim Russert, sia per risultati di qualità non eccelsa dovuti a fonti eterogenee e non sempre giornalistiche. Qualche giorno fa addirittura ho incrociato nella versione francese uno spamblog vero e proprio (purtroppo non riesco a riesumarlo dalla cronologia, potrebbe essere un caso di hacking come questo)!
Dibattiti ancora più impegnativi sono nell’aria da tempo: aggregatore o editore non dichiarato? E voi usate Google News? Il New York Times dice che lo usano i navigatori più attivi nella ricerca, quindi forse anche quelli più esperti e con asapettative di servizio alte. Quali sono le priorità che dareste allo sviluppo e alla manutenzione di Google News? Da parte mia ho apprezzato i nuovi cluster che dovrebbero permettere di seguire la storia in maniera unitaria attraverso le ondate successive di articoli e la ricerca nell’archivio storico con la timeline, che per alcuni lavori è veramente preziosa.