
FoxNews riporta la notizia di un’operazione dell’FBI ai danni di LulzSec, gruppo hacker famoso per aver condotto una serie di attacchi soprattutto a metà 2011, affiancando così il proprio nome a quello di Anonymous.
Nell’operazione effettuata nelle prime ore della giornata, agenti in due diversi continenti avrebbero compiuto perquisizioni e arresti, per un totale di tre persone già in stato di fermo e altre due accusate di cospirazione. Mentre L’FBI ha presentato l’operazione come una vera e propria “devastazione all’organizzazione”, in grado di “tagliare la testa a LulzSec”, è da notare anche il presunto legame con le forze dell’ordine di Hector Xavier Monsegur, conosciuto sulla rete come Sabu.
Il ventottenne, disoccupato e padre di due bambini, è riportato come il capo del gruppo hacker LulzSec a livello internazionale: secondo le fonti riportate nella notizia, Sabu sarebbe infatti già da mesi al lavoro insieme alle autorità, dopo essere stato individuato e “pizzicato” nel mese di giugno 2011, durante il quale avrebbe quindi deciso di collaborare con l’FBI.

I bravi artisti copiano, i grandi artisti rubano.
Quando Pablo Picasso pronunciò la frase qui sopra, probabilmente non si sarebbe mai aspettato di vederla diventare una delle più ricorrenti all’interno dell’industria tecnologica, dal giovane Steve Jobs fino ai giorni nostri. Eppure c’è chi proprio negli ultimi anni ne ha fatto un vero e proprio modello di business, come ci racconta la storia pubblicata sulla newsletter settimanale Wikli (curata dal nostro Marco Magnocavallo).
Parliamo di tre fratelli tedeschi, emigrati nel 1996 negli Stati Uniti per apprendere i segreti della Silicon Valley, dove rimangono per alcuni tempi raccogliendo informazioni e intervistando aziende per pubblicare la loro tesi di laurea sulle startup in California. Finiscono il lavoro, tornano in Germania, dove iniziano un vero e proprio lavoro di taroccaggio ai danni dei grandi del Web: la prima a subire il trattamento è eBay, che si ritrova costretta a comprare il proprio clone made in Germany Alando per ben quaranta milioni di dollari. È dunque un modello che funziona, e i fratelli Samwer ci prendono gusto.
Tra i loro “lavori” di copia che farebbe invidia ai migliori taroccatori cinesi troviamo infatti Citydeal, comprato da Groupon, eDarling (eHarmony), Cember.net (Xing), GratisPay (SponsorPay), MyVideo (ProSieben) e i vari Pinspire (Pinterest), Glossybox (BirchBox), Wimdu (AirBnb), Zalando (Zappos), Plinga (Zynga) e Bamarang (Fab). Un giro d’affari che tra moneta sonante e quote nelle società acquirenti frutta ai tre fratelli milioni e milioni di dollari, lanciandoli nell’Olimpo del Web grazie alle loro perfette copie di piattaforme famose, in alcuni casi davvero scandalosamente uguali.
Chi crede nel Karma però, sarà contento di sapere che gli stessi Samwer stanno subendo lo stesso trattamento da loro riservato alle altre aziende: alcuni pezzi grossi della loro società Rocket Internet ne sono infatti usciti per lanciarsi sul mercato con Oryx-Project, ovviamente un clone spudorato di Rocket Internet. Una vera e propria guerra dei cloni.

Nella giornata di ieri avrete probabilmente avuto modo di leggere la vicenda legata a CocaColla.it, blog italiano dedicato ad arte, design e cultura costretto a chiudere - ovviamente - da The Coca-Cola Company, società produttrice della famosa bibita alla quale il nome del blog fa il verso. Riassumendo brevemente, poche settimane fa gli autori di CocaColla ricevevano due lettere da Coca-Cola, nelle quali gli veniva chiesto di cambiare nome al blog e trasferire il tutto verso un diverso indirizzo web per evitare confusione nei consumatori e minacciando di proseguire per vie legali in caso di rifiuto. Consigliati dal loro avvocato, i ragazzi dietro CocaColla si sono quindi visti costretti a fare quanto gli è stato chiesto, non senza sollevare un bel polverone.
Partita da una press release, la protesta è arrivata anche su Twitter con l’hashtag #supportcocacolla, diventato ovviamente un trending topic in poco tempo. Nella lotta di Davide contro Golia, o addirittura contro Godzilla come è stata definita Coca-Cola, il Web solitamente non fa mancare il proprio supporto nei confronti dei più deboli: è un meccanismo comprensibile, che spesso costituisce l’unico baluardo di difesa contro i soprusi dei giganti.
Ma in questo caso possiamo parlare di sopruso? Ni, come dimostrano alcune voci fuori dal coro. Prima di tutto, CocaColla stessa dichiara di aspettarsi quanto sarebbe successo:
Un nome facile da ricordare e irriverente che faceva il verso proprio al soft drink più famoso del mondo. Sapevamo che prima o poi qualcosa sarebbe potuta accadere.
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La comunicazione online è diventata ormai parte integrante dei nostri rapporti sociali: i vari livelli d’interazione presenti sulla rete ci portano volenti o nolenti a sostituire le dinamiche della vita reale con chat, email e tutto ciò che Internet ci offre. E poi ci sono i social network, dove non è possibile mantenere l’anonimato: su questi la gente tende a essere più onesta e schietta scoprendo lati della sua personalità che non mostrerebbe al prossimo di persona, allo stesso modo in cui i pazienti sono pronti a offrire maggiori informazioni in caso di consulto online, rispetto a uno che avvenga nello studio di un dottore. La stessa cosa vale anche per i sondaggi: quelli online sono per chi li fa più veritieri di quelli condotti ponendo le stesse domande di persona.
Fin qui il mondo della rete sembrerebbe quasi perfetto nella sua onestà, se non fosse per un piccolo problema: la presenza di altre piattaforme tipo forum e blog, dove è possibile celarsi dietro a uno pseudonimo per esprimere le proprie opinioni. Parlando di blog, chi ne ha uno sa che le critiche nei commenti possono essere spesso più dure di quanto si meriti, non ne parliamo se espresse appunto da chi decide di usare un nickname: la stessa persona può però dimostrare di esprimersi in modo più calmo e ragionato se contattata direttamente; identica dinamica a quanto avviene su Twitter nel passaggio da tweet pubblico a messaggio diretto. Ecco quindi che la stessa onestà e franchezza diventano un potenziale pericolo in grado di trasformare una persona civile in un perfetto maleducato.
Il motivo per cui succede tutto ciò? La natura umana, identica a quella animale dove il contatto faccia a faccia è già visto di per sé come una minaccia. Mettete per esempio due scimmie in una gabbia o due persone sconosciute in un ascensore, il risultato sarà praticamente identico: eviteranno di incrociare gli sguardi quanto più possibile, finendo (ovviamente nel caso degli umani) a parlare di argomenti futili e poco impegnativi dal punto di vista emozionale. Lo sa bene del resto la Chiesa, che da secoli tende a separare confessore e confessato da una griglia o un qualcosa che comunque ne impedisca il contatto visivo, così come gli psicologi invitano i propri pazienti ad accomodarsi sui lettini guardando in aria per aprirsi maggiormente a loro. Più il mezzo di comunicazione è impersonale, più soprattutto tra sconosciuti si tende a essere personali e in confidenza, anche quando ciò è palesemente sbagliato.
Continua a leggere: Disinibizione online: onestà su Facebook e troll due facce della stessa medaglia
Nei giorni scorsi c’è stata una serie di polemiche legata alle politiche di Facebook nella gestione dei contenuti per adulti, o comunque in generale ritenuti in grado di offendere o impressionare una parte degli iscritti al social network, dove ricordiamo la presenza dei minori di 12 anni è vietata.
Il tutto è partito dalla protesta di un gruppo di mamme che si sono viste eliminare le loro foto perché ritraenti l’allattamento del neonato: a fare da discriminante non è stato il soggetto in sé, ma la presenza di capezzoli all’interno delle immagini. Ma c’è qualcosa di strano nelle stesse politiche di Facebook, come sembra testimoniare un documento trapelato citato dal Guardian: se le foto coi capezzoli delle mamme sono vietate, non lo sono infatti quelle ritraenti “animali che mangiano o cacciano come accade in natura”. Allo stesso modo, tutti i liquidi corporei - eccetto lo sperma - sono permessi finché nella stessa immagine non compare anche un essere umano.
Ma le cose più strane devono ancora arrivare: foto di persone che fanno uso di marijuana sono permesse, mentre non lo sono quelle di persone ubriache o incoscienti, mentre sono addirittura pubblicabili ferite profonde e parti del corpo rotte, a patto che non vengano mostrate le interiora della persona. Parte delle foto segnalate vengono trattate in outsourcing dalla società oDesk, che si occupa appunto di deciderne la rimozione o il mantenimento sulla piattaforma del social network. Il manuale di cui parlavamo sopra arriverebbe infatti proprio da un impiegato di tale azienda stufo di essere maltrattato: si tratta di Amine Derkaoui, marocchino di 21 anni che ha dichiarato anche di essere pagato 1$ all’ora per questo tipo di lavoro. Ed ecco come ha reagito Facebook a tutto tramite un portavoce:
“Per processare in modo rapido ed efficiente milioni di segnalazioni che riceviamo ogni giorno, abbiamo deciso di appoggiarci a società esterne per effettuare una classificazione iniziale di una piccola parte dei contenuti segnalati. Queste società sono soggette a rigorosi controlli di qualità e abbiamo implementato diversi livelli di tutela per proteggere i dati degli utenti che usano il nostro servizio.
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Continua a leggere: Facebook e la sua policy per i contenuti "adulti"

Pinterest è sicuramente l’applicazione web del momento. Anche in Italia la sua diffusione ha visto un vero e proprio boom nelle ultime settimane, nelle quali tante persone si sono divertiti a “pinnare” i contenuti sparsi in giro per il web.
Se anche non avete un account in prima persona per Pinterest, molto probabilmente arrivati a questo punto ne avrete sentito parlare talmente tanto da conoscerne sicuramente le funzionalità principali. Il nostro sondaggio del lunedì di questa settimana vuole proprio sapere cosa ne pensate dell’applicazione: mi raccomando, votate!

Chi di voi ha avuto modo di provare la versione Developer Preview di Windows 8 è ben consapevole della scadenza fissata da Microsoft: 11 marzo 2012, mentre per la Developer Preview di Windows 8 Server la data fissata era l’8 aprile. Ora Microsoft ha deciso di posticipare la scadenza delle due build, rendendole entrambe utilizzabili fino al 15 gennaio 2013.
Per estendere la data di scadenza, e continuare così a testare la build, è necessario scaricare ed installare l’aggiornamento KB2671501 direttamente da Windows Update. Se tutto è filato liscio, Windows 8 dopo il riavvio riporterà la nuova data. Potete effettuare una verifica avviando Esegui e digitando “winver.exe“. Se non eseguirete l’aggiornamento, la vostra copia di Windows 8 Developer Preview scadrà come stabilito in precedenza e a partire da quella data il computer verrà riavviato ogni due ore.
Vi ricordiamo, intanto, che la versione Consumer Preview sarà rilasciata il 29 febbraio e potrà essere scaricata ed installata da tutti gli utenti.
Via | NeoWin
Ricorderete forse il “diritto a essere dimenticati”, grazie al quale l’Unione Europea vuole regolamentare la presenza dei dati personali online, dando alle persone la possibilità di cancellarli a loro piacimento quando ritenuto opportuno. Tale diritto è riassunto nelle parole di qualche tempo fa da Viviane Reding, capo della commissione UE per la società dell’informazione e dei media:
“Le persone devono essere in grado di dare il loro consenso informato sul trattamento dei loro dati. Devono inoltre avere il “diritto a essere dimenticati” quando le informazioni non sono più necessarie o quando vogliono che i loro dati siano cancellati”
All’epoca dell’annuncio dell’intenzione di garantire tale diritto, le reazioni immediate furono principalmente favorevoli. Il dibattito però è andato ancora avanti, sia per la difficoltà di mettere in atto l’intera operazione, per la quale è stata avviata una consultazione pubblica, sia per punti di vista inizialmente ignorati che sono venuti fuori nel corso del tempo.
Tra le varie reazioni “alternative”, è interessante quella di Jeffrey Rosen su Stanford Law Review, che vede di fatto il diritto a essere dimenticati come “la più grande minaccia alla libertà di parola su Internet nel decennio che verrà”. Queste le sue parole:
“Il diritto a essere dimenticati potrebbe privare per esempio Facebook e Google fino al due percento dei loro ricavi globali, nel caso di fallimento nel rimuovere foto che le persone postano e di cui poi si pentono, anche se tali foto sono state distribuite ampiamente via rete. A meno che il diritto non sia definito in modo più preciso quando sarà promulgato nei prossimi tempi, potrebbe causare un drammatico scontro tra i concetti europei e americani di bilanciamento tra privacy e libertà di parola, portando a un’Internet molto meno aperta. “
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Ricorderete probabilmente il caso Eolas di cui abbiamo parlato qualche giorno fa. A beneficio di chi non sapesse di cosa stiamo parlando, oltre a rimandare al link precedente riassumiamo anche in breve: una società con due brevetti ritiene di aver diritto a chiedere royalty ai cosiddetti “siti web interattivi”, in possesso cioè di video in streaming o immagini con effetti. Al processo, in svolgimento in Texas, le società della difesa (tra le quali anche Google, Yahoo e Amazon) hanno chiamato a testimoniare personaggi di spicco del web, come il suo “papà” Tim Berners-Lee, il fondatore di Netscape, Eric Bina, il creatore del browser Viola, Pei Wei, e l’inventore del tag HTML <embed>, Dave Raggett.
A quanto pare, una prima immediata vittoria è stata ottenuta: uno dei due brevetti è stato infatti ritenuto non valido, come annunciato dallo stesso Berners-Lee via Twitter:
“La giuria in Texas ha deliberato che il brevetto Eolas 906 non è valido. Buona cosa!”
Soddisfatte per il momento anche le società coinvolte nella difesa, come riportato da Google ad Arstechnica.com:
“Siamo felici che la corte abbia trovato il brevetto non valido, il che afferma la nostra affermazione che le pretese sono senza fondamento.”
Ma la strada per debellare eventuali minacce è ancora lunga, o almeno lo sarà fino a quando il sistema di brevetti USA (fortemente criticato da Tim Berners-Lee come riportato nel post precedente sull’argomento) non sarà cambiato alla radice.
Foto | Flickr

Se qualcuno vi dicesse di essere peggio di Internet Explorer 6 la prendereste probabilmente come una grande offesa. Ma andiamo per gradi: Daniel Glazman è un programmatore francese, famoso soprattutto per essere stato lo sviluppatore principale dell’editor open source Nvu e per aver lavorato alla standardizzazione di HTML 4 e CSS 2. Proprio nel W3C, Glazman è dal 2008 co-presidente del gruppo che lavora su CSS: uno che di browser, standard e compagnia bella ne capisce, insomma.
Torniamo all’offesa di cui sopra, scritta proprio da Glazman in una cosiddetta call to action:
“Non tanto tempo fa, IE6 era il browser dominante sul Web. Tecnicamente, il Web era pieno di siti del tipo funziona-solo-con-IE6 e per gli altri browser gli utenti piangevano. IE6 è morto, quei tempi sono passati, e tutti i fornitori di browser inclusa Microsoft gioiscono. Tutto risolto? Non interamente… IE6 è andato, ma il problema è tornato.
WebKit, il motore di rendering cuore di Safari e Chrome, presente in iPhone, iPad e dispositivi Android, è ora il browser dominante nel Web mobile, e tecnicamente il Web mobile è pieno di siti funziona-solo-con-WebKit mentre gli altri browser e i loro utenti piangono.”
Scherzi a parte su offese varie, il problema riguarderebbe il modo in cui attualmente gli standard Web vengono definiti e avanzano: nuovi browser introducono tecnologie che poi diventano standard, ma che inizialmente funzionano su un solo browser. Questo sarebbe in teoria risolvibile con l’uso dei prefissi che individuano istruzioni sperimentali, ma la pratica è che mentre il prefisso “-webkit” viene usato, gli sviluppatori spesso si dimenticano dell’esistenza di “-o” per Opera, “-ms” per Internet Explorer e “-moz” per Firefox, addirittura anche quando i browser in questione supportano la proprietà CSS usata.
“Quello che chiedo alla comunità di sviluppatori Web è di smettere di costruire siti che funzionino solo su WebKit, in particolare aggiungere il supporto agli altri browser è solo questione di aggiungere alcune proprietà CSS aggiuntive coi loro prefissi.”
I pericoli in tutto questo? Più di quelli che si potrebbero immaginare: l’uso di una sola soluzione, in questo caso WebKit, creerebbe nei programmatori l’aspettativa che quella di WebKit sia effettivamente la strada per fare qualcosa. Questo porta tale soluzione a diventare uno standard di fatto, e con IE6 sappiamo quali sono stati (e sono ancora) i danni. Un’ulteriore conseguenza è costituita dal fatto che un’eventuale gestore degli standard come il W3C diventi praticamente irrilevante, facendo così affondare agli standard di fatto le loro radici all’interno del Web.
Come dicevamo, non sono paure teoriche: lo spettro di IE6 è ancora vivo e le parole di Glazman dovrebbero essere prese in considerazione. Noi almeno ce lo auguriamo.

Come al solito, quando parla Tim Berners-Lee il nostro rispetto per quello che viene universalmente riconosciuto come papà del World Wide Web ci impone di prestare attenzione a ciò che egli dice. L’argomento di oggi ci arriva dall’insolito scenario di un’aula di tribunale del Texas, dove Berners-Lee è stato chiamato a testimoniare nel caso che vede un gruppo di società difendersi contro l’accusa di violare alcuni brevetti, che la società Eolas e l’Università della California sostengono essere di loro proprietà. Qualora dovesse essere riconosciuta, tale proprietà garantirebbe all’accusa il diritto di pretendere royalty praticamente da chiunque possieda un sito con “funzionalità interattive”, come un video in streaming o immagini con effetti.
Mentre su Wired USA è riportato il background dell’intera faccenda, che vede tra i vari soggetti impegnati nella difesa società come Google, Amazon e Yahoo, proprio tali aziende hanno chiamato Berners-Lee a testimoniare sul caso, insieme ad altri veterani del web come il fondatore di Netscape, Eric Bina, il creatore del browser Viola, Pei Wei, e l’inventore del tag HTML <embed>, Dave Raggett. Come dicevamo, nel caso in cui la tesi di Eolas dovesse risultare vincitrice, il suo fondatore Michael Doyle potrebbe decidere di rivalersi nei confronti di praticamente qualsiasi sito web moderno, nonché di sancire la definitiva vittoria dei cosiddetti patent-troll, in un sistema di brevetti USA che appare sempre più bacato quanto pericoloso.
La presenza di Berners-Lee al processo è motivata dalle sue stesse parole, quando interrogato dall’avvocato di Yahoo e Amazon, Jennifer Doan:
“Sono qui perché voglio aiutare a fare chiarezza su qualcosa di ovvio, e quello che era il senso dell’informatica all’ inizio degli anni ‘90. Gli attrezzi che avevo nella mia borsa, per dirla così.”
Perché all’epoca della nascita del WWW, non pensò a brevettare l’idea?
“Internet era già in giro. Mi occupavo dell’ipertesto, ed era già in giro da parecchio anch’esso. Mi occupavo di cose che conoscevamo già… tutto quello che facevo era mettere insieme i pezzi che erano sparsi da anni, in una combinazione particolare che incontrasse i bisogni che avevo. […] Noi (inteso come la collettività, NdR) siamo proprietari del web.”
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Per i nati negli ultimi 20 anni, Internet è praticamente un dato di fatto: quello che è inizialmente stato un servizio per pochi è in modo rapido diventato d’accesso immediato e gratuito per tutti, al punto che proprio tale accesso è stato paragonato a un diritto umano. Gli ultimi anni ci hanno abituato a una rete aperta, spesso libera dall’intervento delle autorità (tranne casi particolari relativi a piattaforme ben precise o governi particolarmente “sensibili”): ma tutto questo è destinato a durare? Quelli che ricorderemo come i tempi d’oro di Internet sono destinati a finire? Tech Republic ha provato a rispondere a tali domande, individuando una serie di minacce più o meno concrete alla rete così come la conosciamo oggi.
Le prime due sono strettamente legate tra loro, visto che si parla di leggi e censura: gli ultimi arrivati SOPA (Stop Online Piracy Act) e PIPA (Protect IP Act) hanno causato un’ondata di proteste dentro e fuori gli Stati Uniti, in grado almeno per ora di limitare i danni. Ma siamo sicuri che tali provvedimenti possano considerarsi davvero scomparsi? Mentre anche in Italia iniziano a esserci segnali inquietanti (per fortuna anche in questo caso respinti), la risposta alla domanda è difficile: come ci suggerisce la fonte, “mai sottovalutare il potere dei governi nel distruggere ciò che tentano di proteggere, portando leggi e ordine in Internet”.
Veniamo poi alla censura: si potrebbe pensare che sia universalmente ritenuta un qualcosa di sbagliato, e invece un sondaggio BBC World Service ha dimostrato che “solo” il 53% degli intervistati ha dichiarato di ritenere che Internet non debba essere controllata dai governi. Percentuale vicina al 50% e quindi pericolosamente in bilico verso quella che potrebbe diventare una richiesta di censura proveniente dal basso: ipotesi fantascientifica? Chissà, ma anche in questo caso mai sottovalutare la conseguenze di eventi particolari. Per quanto riguarda la pericolosità della censura del resto, basta rivolgere il proprio sguardo alla Cina per vedere come Internet può essere ridotta con un controllo del genere.
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