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Troppa privacy su Facebook può essere un boomerang?

pubblicato da Rosario

Troppa privacy su Facebook può essere un boomerang?

Il problema della privacy su Facebook è sicuramente uno degli argomenti più caldi riguardanti il social network di Mark Zuckerberg, più volte accusato in passato di voler aprire troppo i dati personali dei suoi iscritti alla piazza pubblica del web. Un punto di vista differente dal solito ci arriva oggi da Lifehacker, che si chiede se troppa privacy su Facebook non possa essere addirittura un boomerang per le persone.

Ovviamente, il discorso riguarda soprattutto il trend di datori di lavoro che cercano i propri candidati su Facebook, sempre più in crescita: giusto o sbagliato che sia (ci aspetteremmo di vedere accadere una cosa del genere su Linkedin, piuttosto), può essere utile pensare come sfruttare comunque al meglio il social network. E dopo un sorriso iniziale, a pensarci bene forse la teoria non è del tutto campata in aria: pensiamo infatti a quei profili totalmente bloccati verso l’esterno, dai quali si deduce ben poco sulla persona proprietaria del profilo Facebook visualizzato.

In assenza di elementi concreti, è un dato di fatto che le altre persone tendano a crearsi comunque una propria opinione di chi si trovano di fronte, così come nella vita reale: nel caso di nessun contenuto che ci riguarda quindi, gli altri potrebbero farsi una visione distorta della nostra persona. Senza contare la possibilità sempre presente di vedersi pubblicate foto sgradite da amici e conoscenti: il tag può ovviamente essere rimosso e la foto tolta dal proprio profilo, ma le probabilità che l’immagine resti comunque sul web sono alte, e non è detto che prima o poi qualcuno possa comunque incapparci.

Come fare dunque sì che troppa privacy su Facebook si trasformi in un autogol? Secondo lo stesso articolo, ognuno dovrebbe rendere pubblico qualcosa che non sveli la vita privata, ma che possa però dimostrare la propria “rettitudine”: una recensione di un gadget, il racconto di una festa in famiglia, la foto di un paesaggio o un messaggio d’auguri, tutte cose che possono contribuire a creare un’immagine pulita della nostra persona, senza andare a svelare particolari che si preferisce tenere - giustamente - per sé. Evitando così di far pensare a qualcuno che si abbia qualcosa da nascondere.

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Guai per Scott Thompson: il CEO di Yahoo! avrebbe mentito sulla sua laurea in Informatica

pubblicato da Rosario

Guai per Scott Thompson: il CEO di Yahoo! avrebbe mentito sulla sua laurea in Informatica

Vento di tempesta sulla figura di Scott Thompson, CEO di Yahoo! da poco eletto come successore di Carol Bartz. A quanto pare, Thompson avrebbe mentito sulla sua laurea in Informatica, o almeno questo è quanto emergeva dalla pagina a lui dedicata sul News Center di Yahoo!, ora modificata proprio eliminando l’informazione relativa alla laurea.

Ma partiamo dall’inizio: la denuncia è arrivata dall’azionista Dan Loeb di Third Point, che ha scritto una lettera al consiglio d’amministrazione di Yahoo! facendo appunto notare che la laurea ottenuta da Thompson presso lo Stone Hill College in realtà non esiste. La reazione ufficiale di Yahoo! è arrivata quasi subito, portando per l’accaduto la definizione di “errore accidentale”.

Anche le reazioni sul web non si sono fatte aspettare: il fondatore di TechCrunch, Michael Arrington, ha attaccato duramente dal suo nuovo blog il CEO di Yahoo!, chiedendone le dimissioni e definendo “non appartenente alla Silicon Valley” chi mente sul proprio curriculum. Ha fatto di più Business Insider, andando a scavare nel passato di Scott Thompson come CTO di PayPal e riscontrando lo stesso tipo di bugia, con tanto di prove che sembrerebbero smentire clamorosamente la tesi dell’errore non voluto citata da Yahoo!.

Una bella gatta da pelare soprattutto in termini di credibilità, per un’azienda che sta attraversando un momento non favorevole. Per noi Italiani, a questo punto, la (magra) consolazione è che cose del genere non accadono solo da queste parti.

Via | Allthingsd.com
Foto | Wikimedia

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Festival del Giornalismo Perugia 2012 - Giornali e giornalisti su Facebook e Twitter

pubblicato da Gabriele Ferraresi

festival giornalismo perugias vincenzo cosenzaBlogo e Blogosfere sono al Festival del Giornalismo di Perugia 2012: da oggi fino a domenica continueremo a raccontarvi gli incontri dell’ijf12. Stamattina è stato interessante l’incontro “Giornali su Facebook e giornalisti su Twitter” dove Vincenzo Cosenza ha presentato qualche dato [li trovate tutti sul suo sito: qui stampa italiana e Facebook e qui giornalisti italiani e Twitter].

Partiamo dai numeri:

La semplice rilevazione del numero di fan mostra come, tra i quotidiani, La Repubblica sia riuscita ad aggregare oltre 900.000 sostenitori, seguita da Il Fatto Quotidiano con oltre 750.000, dal Corriere della Sera con oltre 670.000, dalla Gazzetta dello Sport con oltre 450.000. Nella fascia tra i 100.000 e i 200.000 si trovano L’Unità, Leggo, Il Sole 24 Ore, il Corriere dello Sport. Tra i 100.000 e i 50.000 TuttoSport, Il Mattino, il Giornale.

Aggregare fan però non vuol dire un bel nulla. Perché in un ambiente dove per forza di cose contano il coinvolgimento e l’interazione, serve altro. Ecco i volumi di interazione, quello che in gergo si chiama engagement:

la Repubblica primeggia con 364.000 interazioni, pur non permettendo ai lettori di postare, seguita a ruota dal Fatto con 348.000. In terza posizione spunta Leggo con 313.905 interazioni sviluppate. Segue il Corriere della Sera con 122.754.

Riassumendo: tra gli engagers la sorpresa è Leggo, un free press, poi ci sono i leaders, dove spiccano Fatto e Repubblica, i laggards, cioè i ritardatari - chi è arrivato dopo su Facebook - tra cui Il Giornale, Il Mattino, Corriere dello Sport, Sole24Ore, l’Unità. E poi i fan collectors, con ai primi posti Gazzetta dello Sport e Corriere della Sera.

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Google Drive, Dropbox e SkyDrive: di chi sono i dati? Licenze a confronto

pubblicato da Rosario

Google Drive: di chi sono i dati? Licenze a confronto con Dropbox e SkyDrive

Come sicuramente saprete, finalmente Google Drive è arrivato ufficialmente. Tra le varie curiosità legate al nuovo servizio di Mountain View destinato a entrare in concorrenza con altre piattaforme come Dropbox e Microsoft SkyDrive, c’è ovviamente quella relativa alla proprietà dei contenuti inseriti su Google Drive. In poche parole, di chi è un file dopo che è stato effettuato l’upload?

I termini d’uso di Google sembrano abbastanza chiari:

Alcuni dei nostri Servizi permettono all’utente di inviare contenuti. L’utente mantiene gli eventuali diritti di proprietà intellettuale detenuti su tali contenuti. In breve, ciò che appartiene all’utente resta di sua proprietà.

Quando carica o invia in altro modo dei contenuti ai nostri Servizi, l’utente concede a Google (e a coloro che lavorano con Google) una licenza mondiale per utilizzare, ospitare, memorizzare, riprodurre, modificare, creare opere derivate (come quelle derivanti da traduzioni, adattamenti o modifiche che apportiamo in modo che i contenuti dell’utente si adattino meglio ai nostri Servizi), comunicare, pubblicare, rappresentare pubblicamente, visualizzare pubblicamente e distribuire tali contenuti. I diritti che concede con questa licenza riguardano lo scopo limitato di utilizzare, promuovere e migliorare i nostri Servizi e di svilupparne di nuovi.

Questa licenza permane anche qualora l’utente smettesse di utilizzare i nostri Servizi (ad esempio nel caso di una scheda di attività commerciale aggiunta a Google Maps). Alcuni Servizi potrebbero offrire modalità di accesso e rimozione dei contenuti forniti a tale Servizio. Inoltre, in alcuni dei nostri Servizi sono presenti termini o impostazioni che restringono l’ambito del nostro utilizzo dei contenuti inviati a tali Servizi. L’utente dovrà assicurarsi di disporre dei diritti necessari per concederci tale licenza rispetto a qualsiasi contenuto inviato ai nostri Servizi.

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Lo ZX Spectrum compie 30 anni

pubblicato da Rosario

Lo ZX Spectrum compie 30 anni

Era il 23 aprile 1982 quando Clive Sinclair e la sua Sinclair Research mostrarono per la prima volta al mondo lo ZX Spectrum, destinato a diventare una delle piattaforme storiche sia per l’informatica in generale, sia per l’industria videoludica, dove il modello sopra citato riuscì a fare concorrenza al mostro sacro Commodore 64, anche grazie al suo prezzo notevolmente minore.

Chi all’epoca optava per un ZX Spectrum riusciva infatti a portarsi un computer a 8-bit dotato di CPU Zilog Z80A da 3,5MHz, RAM di serie da 16KB espandibili fino a un massimo di 128KB e display da risoluzione massima di 256×192 pixel: numeri sicuramente irrisori visti ora nel 2012, ma che nel 1982 contribuirono come dicevamo a fare di questa piattaforma una delle più ambite sul mercato, grazie a un notevole processo d’ingegnerizzazione che ne conteneva il costo: tanto per fare un esempio, secondo quanto ci ricorda Wikipedia nel 1984 lo ZX Spectrum da 16KB veniva venduto a 398.000 lire, mentre lo ZX Spectrum da 48KB a 499.000 lire, ben lontane dalle 973.500 richieste per il Commodore 64 in occasione del suo lancio.

Anche Google come qualcuno avrà già notato ha deciso di festeggiare il trentesimo compleanno di ZX Spectrum, dedicando al computer un doodle nella homepage della sua versione .co.uk: la creatura di Sinclair Research fu infatti un cardine per la diffusione dell’Information Technology all’interno del Regno Unito, lanciando l’industria informatica tra i sudditi di sua maestà.

Come i nostri colleghi di Geek.com anche noi vogliamo festeggiare ZX Spectrum coi suoi spot dell’epoca, reperibili grazie al solito YouTube: li trovate dopo il break.

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Come internet conquistò l'Estonia

pubblicato da Gabriele Ferraresi

estonia internet

Davvero straordinario il lavoro fatto dal Guardian per Battle for the Internet, uno speciale pubblicato a partire da lunedì scorso. Sarebbe da avere il tempo per leggerselo tutto. Noi oggi però ci concentriamo su uno Stato europeo meno popolato di Milano: l’Estonia, che conta circa 1,4 milioni di abitanti.

Una Stato che ha puntato molto fin dalla metà degli anni novanta sul web, guadagnandoci parecchio col passare degli anni: mentre si legge, viene da pensare a come è cambiata e come si è costruita la rete in Italia da quello stesso periodo a oggi.

Nel 1995, quattro anni dopo la liberazione dell’Estonia dal giogo dall’URSS, Toomas Hendrik Ilves [attualmente presidente dell’Estonia] ha letto un libro “decisamente luddista” di Jeremy Rifkin intitolato The end of work [edizione italiana: La fine del lavoro. Il declino della forza globale e l’avvento dell’era-post mercato, pubblicato da vari editori – tra cui Mondadori e Baldini&Castoldi]. Ilves ricorda che in quel libro “si sostiene che con una maggiore informatizzazione ci sarebbero meno posti di lavoro e questo, dal suo punto di vista, era terribile”. Ilves e molti dei suoi colleghi erano di diverso avviso…

E infatti agirono diversamente. E non solo loro…

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Dov'è l'amore: iKamasutra e le rimozioni da App e Android Store

pubblicato da Rosario

Dov'è l'amore: iKamasutra e le rimozioni da App e Android Store

“Dopo anni e 13 milioni di utenti, il 20 febbraio 2012 Apple ha sommariamente rimosso iKamasutra dall’App Store, apparentemente per aver aggiunto peluria marrone nei nostri disegni. Poi, il 14 marzo, è stata allo stesso modo arbitrariamente rimossa da Google Play Store.”

Ecco come parte la curiosa storia di iKamasutra, applicazione inviata all’App Store di Apple addirittura dal lontano 2008, per essere poi rimossa come abbiamo detto un paio di mesi fa. Il motivo, secondo l’azienda di Cupertino, la presenza di immagini come quella dell’icona che vedete qui sopra, troppo “esplicite” per continuare ad apparire sul negozio virtuale dove ogni giorno si collegano tutti gli utenti iPhone e iPad. Visto l’argomento trattato, per il team di sviluppo NBITE scontrarsi con le approvazioni non è cosa nuova, visto che anche all’epoca della prima approvazione iKamasutra non arrivò sull’App Store prima del dicembre 2009.

Ma restiamo sui fatti attuali: il 20 febbraio l’app viene rimossa da Apple, il creatore Naim Cesur prova a chiedere spiegazioni all’azienda tramite iTunes Connect, via email ad appreview@apple.com e via telefono, senza ricevere risposta. Dopo aver faticosamente ottenuto un contatto diretto di una persona all’interno del verification department di Apple, al povero Cesur viene spiegato quanto riportato a inizio post, e cioè che a causa dell’icona troppo esplicita e della peluria marrone dei disegni, iKamasutra erano stati rimossi.

Allo sviluppatore non è restato altro che prendere atto della decisione, cambiando così l’icona come vedete qui sopra, eliminando la colorazione dei capelli dei personaggi raffigurati nelle immagini ritraenti le posizioni sessuali e cancellando anche le linee grigie con le quali venivano individuate le “curve” delle figure: il risultato? Ancora una volta, niente da fare: continua dopo il break.

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Il clamoroso fiasco di Groupon

pubblicato da Rosario

Il clamoroso fiasco di GrouponIn giro, ormai da diversi giorni, qualcuno starà pronunciando il classico l’avevo detto. Ha infatti tenuto banco la settimana scorsa la clamorosa marcia indietro di Groupon, che in soldoni ha dovuto fronteggiare una causa legale con la quale investitori accusano la società nativa di Chicago di aver gonfiato i propri ricavi, fornendo di conseguenza risultati finanziari falsi e dimostrando che alla fine della fiera il modello di business dei coupon non è poi la gallina d’oro che si potesse pensare finora.

La revisione dei conti ha portato all’annuncio di una perdita di circa 65 milioni di dollari negli ultimi quattro mesi del 2011, ma quel che è peggio è l’andamento in borsa della società, passata in pochi mesi (da novembre) dal 20$ per azione di partenza a un picco di 31$, precipitando in questi giorni a 15,28$. Ne sa qualcosa l’investitore Fan Zhang, che avrebbe pagato 61.800$ per comprare a Febbraio 3.000 azioni Groupon, rivendute a marzo ottenendo una perdita di circa 9.000$. Del resto, a leggere la storia di Eric Lefkofsky, co-fondatore di Groupon, qualche dubbio sorge spontaneo, così come già a metà 2011 c’era chi parlava di “disastro economico-ferroviario” annunciato in attesa di accadere.

Ma sono state proprio le ultime settimane a scatenare la bufera: sulla rete sono proliferate critiche sul sistema di deal messo in piedi da Groupon, portando anche in Italia alla nascita di blog e gruppi Facebook destinati a raccogliere i malumori sia dei clienti che degli esercenti affidatisi al servizio. Un servizio che inizialmente avrebbe anche consentito a chi faceva parte “del giro” di ottenere benefici più o meno apparenti, scoprendo man mano però il fianco alle critiche sui suoi punti deboli, portando all’interessamento sulla questione da parte di Striscia la Notizia, che ha riproposto nelle ultime settimane il problema in scala amplificata.

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#natoimparato - La storia di Facebook e Instagram

pubblicato da Gabriele Ferraresi

instaface facestagramTerza puntata di #natoimparato: una rubrica quotidiana che troverete in giro per i blog del network. Spiegherà come fare bella figura in situazioni nelle quali non sapete assolutamente nulla ma dovete dare l’impressione di essere preparati su un tema. Un manuale di conversazione da aperitivo, un bigino per spiegarla semplice a chi sa nulla o brancola nel buio: un bigino che troverete archiviato su Twitter seguendo l’hashtag #natoimparato. Avete un tema sul quale volete essere edotti? Chiedetecelo su Twitter!

Perché se ne parla? Notizia di ieri: Facebook si è comprato Instagram per la ragguardevole cifra di un miliardo di dollari. Bene: dubito che qualcuno là fuori non sappia cos’è Facebook, visto che in Italia siamo giunti alla considerevole cifra di 21 milioni di iscritti - nella Penisola siamo a circa il 35% della popolazione, neonati e centenari compresi - e il social network di Mark Zuckerberg è un fenomeno non da poco. Ma Instagram? In Italia siano a quota 25mila user, nel mondo a oltre 30 milioni. Cos’è Instagram? Un’app iOs e da poco anche Android che permette di fare foto sballate, ma d’effetto. Immagini dolcemente vignettate con un effetto retrò che fanno sentire tutti fotografi.

Cosa devi sapere? La divisione dei pani, dei pesci e dei milioni di dollari per i fondatori di Instagram. Del miliardo sborsato da Zuck, 400 milioni andranno a Kevin Systrom, fondatore di Instagram, 100 milioni finiranno nelle tasche del co-founder Mike Krieger, un restante centinaio di milioni di dollari sarà diviso tra i tredici dipendenti. Se la divisione fosse fatta esattamente sarebbero circa 7,6 milioni di dollari a dipendente. Ma i soldini per il signor Facebook non sono certo un problema: la sua creatura vale 102,8 miliardi di dollari [fonte: Bloomberg] e la quotazione in borsa si avvicina.

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Quanta parte di Internet è occupata dai siti porno?

pubblicato da Rosario

Quanta parte di Internet è occupata dai siti porno?

Dopo aver analizzato la situazione dell’industria pornografica su Internet dal punto di vista economico, proseguiamo oggi il nostro viaggio all’interno del “motore della rete”, grazie a un altro interessante articolo pubblicato da Extremetech. L’argomento stavolta riguarda la totale dimensione del porno su Internet, intesa sia come banda consumata dai vari siti sparsi per la rete, sia come spazio occupato dal materiale immagazzinato nei numerosi server in giro per il mondo. Facile immaginare a un qualcosa di mastodontico, ma le sorprese non mancano.

Come spesso accade, i dati ufficiali dei diretti interessati latitano, ma è possibile affidarsi ad altri strumenti come DoubleClick Ad Planner di Google per avere qualche stima più o meno vicina alla realtà. Scopriamo per esempio che tra i 500 siti più visitati ci sono per l’appunto siti pornografici, e che il più grande, XVideos, genera da solo una media di 4,4 miliardi di pagine viste al mese: il doppio rispetto a Reddit e il triplo rispetto alla CNN. Meno voluminosi in termini di traffico rispetto a XVideos, ma comunque in grado di pareggiare altri colossi come Google e Facebook, sono LiveJasmin, YouPorn, Tube8 e Pornhub. Particolarmente interessante anche la durata di ogni visita: se per molti siti la media è di un periodo da tre a sei minuti, per i siti porno la media va quasi a triplicare, per un totale tra i quindici e i venti minuti per visita.

Per quanto riguarda il volume di dati accumulato da ogni sito, per i più grandi si parla di un totale tra i 50 e i 200TB (1 TeraByte = 1024 GigaByte). Ma a rendere i vari portali dei veri e propri giganti è la loro capacità di servire video e foto ai visitatori contemporaneamente, senza subire disservizi: per YouPorn (l’unico che ha fornito dati reali per l’articolo) per esempio si parla di 100TB totali, con più di 100 milioni di pagine viste al giorno. La media è quindi di circa 950TB di dati trasferiti ogni giorno, la maggior parte dei quali riguardanti video in streaming: andiamo quindi sui 28PB (1 PetaByte = 1024 TeraByte) trasferiti ogni mese per il solo YouPorn, aumentando quindi ulteriormente la stima per il big dell’industria, XVideos.

Sulla capacità durante i picchi, sempre parlando di YouPorn, nei momenti più “caldi” vengono servite circa 4.000 pagine al secondo, che si traducono quindi in 100GB al secondo (o 800Gbps), pari per intenderci a più di 10 DVD dual-layer al secondo. Prevedibilmente maggiore la banda richiesta da XVideos, quantificabile in 1.000Gbps (1Tbps) e passa: per dare una prospettiva del volume di traffico, la banda tra Londra è New York è pari a “soli” 15Tbps. Considerando che tali dati riguardano soli due siti, la somma totale della parte di Internet occupata dai siti porno è semplicemente impressionante. Per non parlare poi degli immaginabili costi di mantenimento, riallacciandoci al discorso che facevamo ieri. Is the Internet for porn? A giudicare dai dati che abbiamo appena visto, la risposta è senza dubbio sì.

Via | Gizmodo

BuzzFeed e il branded content: la pubblicità nell'era di Facebook

pubblicato da Gabriele Ferraresi

schermata buzzfeed come funziona buzzfeedAlzi la mano chi non è mai finito su BuzzFeed. Vedo poche manine: certo, perché bene o male tutti ci siamo finiti, attratti dall’irresistibile sentore di LOL, WTF o WIN emanato da quelle pagine. Ma come funziona BuzzFeed?

Ha provato a raccontarlo settimana scorsa Business Week. Partiamo da un nome: Jonah Peretti.

il trentottenne cofondatore di BuzzFeed ha un talento innato per coniare intelligenti neologismi per il web. Per avere successo in rete, secondo lui, c’è da sviluppare il “marketing big seed”, ottimizzare il “viral lift”, usare una “mullet strategy” e impegnare il “bored at work network”. Peretti vede se stesso non solo come un uomo di affari, ma come una sorta di scienziato concreto che testa le teorie dei sociologi del XX secolo confrontandoli con i dati attuali del web in funzione sociale.

Pietra angolare: Stanley Milgram, uno psicologo americano che nel 1977 mandò alle stampe The Individual in a Social World [non disponibile in traduzione italiana]

“Quando un video di un gattino diventa virale”, chiosa Peretti, “sai che uno degli esperimenti di Stanley Milgram sta accadendo migliaia di volte al giorno”.

Ok: ma nel concreto? Nel 2006 BuzzFeed funzionava grazie a un algoritmo che analizzava i dati provenienti da un centinaio di siti partner, nei quali era evidenziato il numero di condivisioni per articolo. La domanda di base era semplice: “Possiamo, intercettare qualche contenuto che sta per decollare prima che decolli effettivamente?”. Possiamo. E da lì partì la cavalcata di Buzzfeed. Ma come guadagnarci?

Dalla pubblicità, ma oggi come oggi da un tipo di pubblicità molto particolare. Vediamola…

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London Web Summit 2012, Seedrs vince tra le start up

pubblicato da blogo

lomndon web summit start up competitionPopulis è stato media partner del primo London Web Summit 2012: e anche noi abbiamo partecipato lunedì 19 marzo al LWS12 seguendo con particolare attenzione la start up competition, vinta da Seedrs. Che è una start up un po’ particolare, perché rende semplice e remunerativo investire proprie nelle start up: Seedrs è una piattaforma online per investire in chi ha un’idea, in chi crea innovazione, in chi ha un progetto in mente ma magari pochi soldi per portarlo avanti.

Seedrs però non funziona a senso unico: funziona sia per chi cerca un’idea in cui mettere denaro, sia per chi un’idea ce l’ha già e cerca qualcuno che lo aiuti. Quanto si può investire? Si possono investire da 10 a 100.000 £, mentre chi cerca finanziamenti può superare la soglia delle 100.000 £ (circa 120mila euro). Seedrs ha qualcosa che ricorda il microcredito, ma soprattutto sembra un gioco. Se volete dare un’occhiata a un video in cui i founder di Seedrs spiegano tutto, qui il loro pitch al LWS12.

E gli altri? La start up competition aveva 150 concorrenti, e non è saltata fuori solo Seedrs: nella line up delle venti finaliste c’era Uberlife, che mira a portarci fuori da casa e a farci incontrare persone che abbiano interessi simili ai nostri, al motto di “hang out more in the real world”. Poi c’era Planvine, una specie di agenda social con un sapore di gamification, Nurph che permette di usare Twitter in un modo nuovo. Nella top 20 finale anche ClickSlide, che crea automaticamente un’interfaccia grafica da una API, Boxcryptor, dedicato alla sicurezza dei dati nei sistemi cloud, e Blottr variazione sul tema del giornalismo partecipativo.

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