
Non se n’è parlato quasi per niente, ma alcuni attivisti dell’associazione “Cento per Cento animalisti” hanno realizzato, nella notte tra martedì e mercoledì scorsi, un blitz di protesta alla sede milanese di YouTube Italia, tappezzandola con striscioni di protesta per i filmati messi in rete e che mostrano sevizio sugli animali.
L’associazione ha anche preannunciato delle denunce per gli utenti responsabili di aver caricato i filmati. “Questi video - spiegano gli attivisti - vengono messi in condivisione sui canali YouTube da utenti senza scrupoli e spesso minorenni che purtroppo vogliono far vanto di queste raccapriccianti, infauste gesta”.
Google, proprietaria di YouTube, non ha al momento rilasciato dichiarazioni in merito. Quello che sperano gli animalisti - e in realtà speriamo un po’ tutti - è che coloro che controllano il retto utilizzo del più famoso servizio di video-sharing inizino una campagna contro i video che mostrano maltrattamenti agli animali.
Gli utenti di MP3Tunes.com, popolare sito di music backup e online storage, si sono visti recapitare in questi giorni, da parte dell’amministratore delegato Michael Robertson, un’e-mail con la quale si chiede di diffondere il più possibile la notizia che il sito è stato citato in giudizio dalla casa discografica Emi.
Motivo: la major non vuole che gli utenti conservino la musica online, accusando MP3Tunes di violare le regole sul copyright. Tra l’altro MP3Tunes è davvero un sito in cui conservare i propri files Mp3, e non è un servizio di file-sharing. “I file - spiega Robertson - non sono di proprietà di MP3Tunes, così come il contenuto delle cassette di sicurezza non è di proprietà della banca.
Il sito si limita a offrire dello spazio che poi gli utenti gestiscono come vogliono”, sottolineando tra l’altro che la società è molto attenta anche a garantire i massimi livelli di sicurezza.
Continua a leggere: La battaglia di Emi contro i servizi di "online storage"
Tutti ci colleghiamo alla stessa internet, ma spesso il nostro approccio è completamente differente per quanto riguarda i modi di connessione e le misure di sicurezza che tendiamo a intraprendere. È la conclusione di un rapporto commissionato da Accenture, che mette in evidenza come le differenze principali dipendano dal posto in cui si vive e dall’età della persona.
Secondo i risultati, anticipati da Ars Technica, circa il 90 per cento degli intervistati crede che prevenire i furti d’identità sia una responsabilità personale. Il problema, però, è che vengono usate le stesse password addirittura per quattro o cinque account alla volta (operazione, sappiamo, sconsigliata da tutti gli esperti in sicurezza). Se, invece, si utilizzano password diverse, è difficile poi associarle poi ai servizi Web: e così si tende - altra tendenza sbagliata - ad appuntarle su fogli di carta.
In generale, inoltre, solo il sette per cento degli intervistati cambia regolarmente le password dei servizi più importanti, così come consigliato.
Continua a leggere: Il Wi-Fi è molto popolare tra i più giovani; il backup no

Spesso, a ondate, si parla dei problemi di rispetto della privacy provocati da Google Street View, la funzione inserita all’interno di Google Maps per esplorare le città direttamente dal livello stradale. Un servizio che suscita spesso polemiche a causa delle denunce da parte soprattutto di coppie di amanti scoperte dai partner ufficiali o di persone che hanno visto violata la propria privacy.
L’ultima notizia in ordine di tempo arriva da Pittsburgh, in Pennsylvania, dove una coppia (i signori Aaron e Christine Boring - tra l’altro, manco a farlo a posta, “boring” significa “noioso” in inglese) ha denunciato Google per invasione della privacy. Big G avrebbe fotografato la loro casa, la loro piscina e il loro vialetto d’ingresso “causando - si legge nella citazione - sofferenza mentale e sminuendo il valore della proprietà”.
Secondo quanto riportano alcuni quotidiani locali, i Boring avrebbero acquistato la casa, abbastanza isolata, nel 2006 “per una considerevole somma di denaro”. Una scelta presa proprio per difendere la propria privacy.
Il mondo moderno sta per chiudere la porta in faccia, letteralmente, a migliaia di nativi americani Navajo che vivono nelle riserve del nord dell’Arizona. Da domani, se nessuno interverrà, migliaia di indiani resteranno infatti senza conessione a internet.
I nativi americani, si sa, vivono ben saldi nelle loro tradizioni, ma ultimamente avevano imparato ad aprirsi al progresso e alle innovazioni, utilizzando il computer e la rete per lavorare, informarsi e studiare.
I Navajo hanno iniziato a utilizzare internet nel 2000 grazie all’impegno della fondazione Bill Gates, che aveva investito ingenti somme di denaro per l’alfabetizzazione informatica delle minoranze etniche, creando una soluzione di internet via satellite a causa dell’assenza di una rete telefonica nei territori della riserva.
Continua a leggere: Usa, da domani indiani Navajo senza internet
Il Consiglio centrale degli ebrei di Germania ha deciso di ricorrere in tribunale contro Google, “che - spiega il segretario generale dell’organizzazione, Stephan Kramer - attraverso la sua succursale YouTube è diventato complice di chi promuove odio razziale e discriminazione”.
La decisione è avvenuta dopo l’ennesima scoperta, da parte del gruppo che difende i diritti degli ebrei, di un video in cui veniva mostrata una foto data alle fiamme del defunto presidente del Consiglio centrale degli ebrei di Germania, Paul Spiegel, su uno sfondo di svastiche.
Secondo l’accusa, inoltre, gli ambienti di destra usano ampiamente YouTube, mentre non si capisce se i gestori abbiano deciso di fare qualcosa contro questo abuso. Google, da parte sua, si difende: Kay Oberbeck, portavoce di Big G ad Amburgo, ha respinto le accuse, assicurando: “Siamo consapevoli delle nostre responsabilità”.
Continua a leggere: Germania, ebrei denunciano Google e YouTube
Nonostante siamo ancora probabilmente abbastanza lontani dal momento in cui quanto riportato nel titolo di questo post potrà accadere realmente, fa comunque discutere la proposta di legge avanzata da Tim Couch, parlamentare del Kentucky.
Couch avrebbe infatti intenzione di rendere fuorilegge la scrittura anonima dei naviganti su forum, blog e tutti i siti web dove è possibile dire la propria, rendendo gli stessi portali online responsabili della raccolta dei dati degli utenti: a “bastare” dovrebbero essere nome, cognome, indirizzo reale e quello della casella e-mail.
Le pene pecuniarie dovrebbero vedere una multa di 500$ in caso di prima infrazione, per poi salire a 1000$ in caso di recidività del soggetto in questione nel non conservare i dati dei propri utenti.
Continua a leggere: Scrivere anonimamente sul web diventerà illegale?
L’azienda ActiveSymbols, diventata ufficialmente Eyealike, INC dal 23 gennaio 2008, sta per lanciare una nuova applicazione chiamata Eyealike Copyright, in grado di prevenire violazioni di copyright da parte degli utenti.
Dopo aver lanciato qualche tempo fa un motore di ricerca basato sul riconoscimento facciale e averlo sperimentato sul proprio sito, la Eyealike ha presentato oggi il suo nuovo prodotto, in grado di aiutare i produttori video a eliminare (o almeno ridurre) rapidamente l’enorme quantità di contenuti che infrangono copyright e che ogni giorno causano perdite per milioni di dollari.
Questa nuova soluzione, unica nel suo genere, analizza automaticamente ogni aspetto del contenuto video: immagini, movimenti e persino i volti dei protagonisti; l’analisi, prodotta rapidamente, riconosce e segnala ogni tipo di video messo online illegalmente. Come si può immaginare, è una tecnologia ideata principalmente per rinforzare le leggi sul copyright nella vastissima rete e per meglio controllare tutti i contenuti generati dall’utente attraverso siti web.
Continua a leggere: Eyealike: ricerca visuale per salvare il copyright
Volete continuare ad ascoltare la musica di Pandora o volete guardarvi qualche bel telefilm su Hulu o, ancora, desiderate utilizzare siti che dall’Italia sono inaccessibili? Ci viene incontro una guida, che spiega come utilizzare le Vpn, Virtual Private Newtorks, proprio per questo scopo.
Le Vpn sono reti virtuali che, un po’ come dei tubi, impediscono al server finale di capire da dove proviene la richiesta di connessione, utilissime anche per proteggerci, ad esempio, se utilizziamo una connessione Wi-Fi e vogliamo essere stra-sicuri che nessuno entri in contatto con i nostri dati personali. Fino ad ora i servizi che offrivano la possibilità di crearsi una Vpn erano tutti a pagamento adesso, invece, c’è Hotspot Shield.
Il sistema, dicevamo, è gratuito e funziona sia su Mac Os X che su Windows l’unico problema è che inserisce un banner pubblicitario in cima a ogni pagina Web… ma probabilmente ne vale la pena. Ovviamente l’operazione è un tantino illegale, quindi utilizzatela con parsimonia.
Via | Techcrunch.com
Google lancia finalmente il sistema di identificazione per i video che vengono caricati su YouTube, nato e pensato sotto le pressioni di case cinematografiche, network televisivi e major discografiche.
Sarà sufficiente per proteggere Google da azioni legali miliardarie? Vedremo. Intanto esaminiamo in cosa consiste questo sistema.
Innanzitutto come scritto nella presentazione del nuovo strumento di identificazione, nulla può essere fatto senza la segnalazione da parte del legittimo proprietario del contenuto, a cui verranno dati strumenti appositi per segnalare e richiedere la rimozione dei contenuti illegittimi, oltre alla possibilità di caricare su YouTube una copia del materiale che vogliono proteggere, che naturalmente non sarà disponibile agli utenti.
Per ogni video da eliminare verrà conservato un hash, un “frammento” in grado di identificare il tentativo di ricaricare lo stesso filmato.
Continua a leggere: Nuovo sistema di identificazione per i contenuti di YouTube
Skype vìola la GNU General Public License (GPL), la licenza per il software libero. Parola della tribunale regionale di Monaco, Germania. Una decisione che, sicuramente, influenzerà le aziende che vogliono utilizzare licenze Gpl in futuro.
Skype, in particolare, non è colpevole per quel che riguarda il software che distribuisce gratuitamente, quando per la messa in commercio di un telefono VoIP, il “SMCWSKP100″ (vedi foto), nel cui firmware è presente il kernel Linux. La società di telefonia via internet, infatti, non ha rispettato le regole di commercio di prodotti sotto licenza Gpl (pur tentando in qualche modo di rispettare le regole) e così sarà probabilmente condannata a pagare una multa e, in futuro, ad attenersi scrupolosamente alle leggi.