Hosni Mubarak è stato“detronizzato” in febbraio e il merito del cambio di governo è stato soprattutto del web: i giovani egiziani si sono organizzati su Facebook e Twitter per scendere in piazza a protestare. La censura ha tentato di fermarli, eppure la “rivoluzione” è avvenuta comunque. Il risultato? La censura del web è tornata.
La “rivoluzione” digitale ha fallito su tutta la linea. Anziché portare l’Egitto a una nuova fase democratica, il governo militare transitorio l’ha trasformato nel terzo paese del mondo per arresti e torture all’indirizzo dei blogger (appena dietro a Cina e Iran). Non esiste alcuna libertà d’espressione ed emerge il fondamentalismo.
Ayman Youssef Mansour è l’ultimo dei blogger condannati dal Consiglio Supremo delle Forze Armate che controlla l’Egitto. Ha “osato” scherzare sull’Islam in un aggiornamento di stato su Facebook. Maikel Nabil Sanad è stato rinchiuso in un ospedale psichiatrico, poi portato in carcere per lo stesso reato. Una deriva molto pericolosa.
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Il Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite si è pronunciato in questi termini, sulla pubblicazione del Digital Economy Act per il Regno Unito. Promulgare norme che impongano la disconnessione di quanti scaricano illegalmente contenuti protetti dal diritto d’autore sulle reti peer-to-peer è una violazione dei diritti umani.
Le Nazioni Unite hanno redatto il 16 maggio scorso un documento che condanna inequivocabilmente l’atto britannico e l’equivalente francese, la cosiddetta legge delle tre disconnessioni (nota con l’acronimo di Hadopi). La risoluzione del Consiglio per i Diritti Umani è entrata in vigore soltanto ieri: una doccia fredda per le major.
Sia il Digital Economy Act, sia Hadopi violano l’articolo 19 del documento delle Nazioni Unite, prevedendo la possibilità di disconnettere da internet chi scarica illegalmente. L’Open Rights Group fa pressione sul governo di Londra, perché modifichi la legge. Per rispettare la risoluzione dell’ONU, anche la Francia dovrà adeguarsi.
Via | TorrentFreak
Non si placano le critiche nei confronti dell’Iran e della politica di repressione dei suoi governanti. Questa volta ci occupiamo di un problema che riguarda anche la rete: il parlamento iraniano ha infatti iniziato a esaminare una proposta di legge per estendere la pena di morte (!) ai crimini connessi a corruzione, prostituzione e apostasia su internet.
In pratica, con l’intento di “rinforzare le pene previste per i crimini contro la sicurezza morale della società” aprire un blog e scrivere (anche solo nei commenti) opinioni non in linea con quelle del governo può costare molto, molto caro. Addirittura la condanna a morte. Ed è la prima volta che accade una cosa del genere - credo - nel mondo.
Tra i reati puniti con la pena di morte, anche la creazione di siti riguardanti la prostituzione, il traffico e il sequestro di esseri umani per abuso sessuale. Ricordiamo che l’Iran fa parte di quei paesi in cui in molti, per criticare il regime, utilizzano internet e i blog, soprattutto la fascia più giovane della popolazione.

Gli sviluppatori cinesi ieri si sono svegliati con una brutta notizia: Sourceforge.net, il più grande archivio online di codici, progetti e applicazioni open-source, sembra essere da diverse ore bloccato in gran parte del Paese. La causa del blocco potrebbero essere le numerose proteste contro il governo cinese all’alba delle Olimpiadi che, come sapete, inizieranno l’8 agosto.
Ma cosa c’entra Sourceforge.net? C’entra poco in realtà, e come spesso accade si è fatto di tutta l’erba un fascio: il gruppo di programmatori che sta dietro a uno dei più grandi progetti, Notepad++ (che tra l’altro abbiamo recensito qualche mese fa), è capofila, come si legge anche nella home-page, di una campagna volta a boicottare la Cina e le Olimpiadi di Pechino.
“Non si tratta - ha spiegato lo sviluppatore capo - di una protesta contro i cinesi, ma contro il governo cinese e la sua politica repressiva nei confronti del popolo tibetano”. Intanto, però, da Pechino è stato deciso di censurare tutto l’enorme archivio, bloccando così, di fatto, il lavoro di tanti programmatori cinesi.
Via | Slashdot.org
Incredibile ma vero, la notizia sta facendo in queste ore il giro del mondo. Gli utenti internet cinesi hanno appena sorpassato quelli degli Stati Uniti, facendo diventare la Cina il paese con il maggior numero di internet users al mondo.
Ad affermarlo, l’agenzia di stampa “Nuova Cina”, secondo cui i navigatori cinesi della rete sono ad oggi 221 milioni, contro i 215 milioni dei di americani connessi. Un boom che però, se si guarda al rapporto con la popolazione totale, rimane molto al di sotto della media mondiale: secondo le ultime statistiche, che si riferiscono al 2007, in media in ogni paese è collegato il 19,1 per cento della popolazione, contro il 16 per cento della Cina.
Ricordiamo che Pechino, già sotto l’occhio del ciclone internazionale per via dei diritti umani spesso negati, sottopone quotidianamente la rete a una rigida censura, nella quale sono impegnati oltre trentamila esperti governativi. Tra i siti più censurati, la maggior parte ricade nella categoria dei “politicamente pericolosi”, come quelli dei dissidenti in esilio e dei mezzi d’informazione occidentali.