Chi legge il nostro blog non può non conoscere la RIAA (Recording Industry Association of America) ed il suo ruolo primario in tutte le più recenti e controverse dispute sul copyright e diritto d’autore. Legato al nome RIAA è quello del suo CEO Mitch Bainwol che ha da poco annunciato le sue dimissioni (non preoccupatevi ha già trovato un diverso e ben pagato lavoro).
La carriera di Bainwol (qui in una della ultime uscite pubbliche) a capo della più temuta associazione di difesa delle grandi mayor disco/video-grafiche, trova i suoi apici nelle battaglie vinte contro Grokster e LimeWire – anche se il traffico p2p, legale ed illegale, rimane comunque in continuo e costante aumento.
Dalle prossime settimane troveremo a far da accusatore supremo Cary Sherman, già presidente dell’attivissima associazione a tutela dei grandi interessi legati al copyright, il quale ha già fatto sapere che punterà da un lato al coordinamento con le forze di pubblica sicurezza per sconfiggere quello che lui definisce il ‘furto di copyright‘ e dall’altro alla creazione di nuovi modelli condivisi (e su quest’ultima affermazione io ci credo davvero poco). Purtroppo poco o nulla cambia nei progetti dei sostenitori della polizia-digitale, mentre la pirateria incessante dilaga incontrollata.
Uno dei talloni d’Achille di YouTube è la violazione di copyright, problema che costringe la piattaforma ad un controllo costante e a tappeto sui contenuti video caricati. Proprio in quest’ottica YouTube ha lanciato una campagna per educare gli utenti alle conseguenze della violazione di diritto d’autore, includendo l’invio di un video particolare (che trovate in apertura) allegato al messaggio di notifica in caso di infrazione.
Il video chiamato “YouTube Copyright School” sfrutta i simpatici personaggi della serie di cartoni truci Happy Tree Friends, accompagnati dalla voce narrante che spiega la legislazione corrente sul copyright e le nuove policy anti-infrazione messe in atto da YouTube: insomma, come cercare di rendere simpatico un argomento spinoso. Il particolare importante è che in caso di notifica di infrazione è obbligatorio guardare il video e, per poter effettuare futuri upload, è obbligatorio rispondere alle domande di un quiz.
Lance Kavanaugh, Google Senior Product Counsel, ha dichiarato:
E così dopo la Francia anche l’America “scopre” il fenomeno dello streaming selvaggio. Victoria Espinel, l’esperta cyberzarina voluta dal Presidente Obama, tuona: “Lo streaming dei contenuti si deve considerare al pari di un vero crimine”. Queste parole arrivano dopo l’ultimo chiaro e pesantissimo documento targato U.S. Intellectual Property Enforcement Coordinator, che contiene le ultime proposte per la modifica delle leggi sulla proprietà intellettuale statunitense (qui potete trovare il testo completo).
La riproduzione non autorizzata e la distribuzione di opere protette da copyright è gia oggi ovviamente un reato, ma per quanto riguarda il flusso non autorizzato di contenuti protetti da copyright in streaming, le normative statunitensi (per non parlare di quelle italiane) non sono molto chiare. Nel documento proposto al Congresso, è più volte ribadito come download e streaming hanno il medesimo fine, violare i diritti garantiti dal copyright in capo ai legittimi proprietari, e di conseguenza devono essere equiparati nelle conseguenze.
Non poteva essere più d’acccordo Bob Pisano, presidente della MPAA (Motion Picture Association of America), secondo il quale è necessario colmare il divario giuridico tra due metodi che hanno la medesima indole illegale, nuove leggi che portino chiarezza al diritto di proprietà intellettuale gioveranno a tutti. In linea di massima si potrebbe anche essere d’accordo che download e streaming di contenuti protetti da normative sul copyright siano da equiparare in quanto a sanzioni, il problema semmai è come queste violazioni verranno in caso accertate: quali poteri si vorrebbero conferire agli organi di controllo federali?
Come si potranno bilanciare diritto alla privacy e diritto di proprietà intellettuale? E youtube che fine farà, anche i suoi video saranno considerati streaming illegale? In che modo e con quali mezzi si può pensare di vagliare migliaia e migliaia di nuovi video che ogni giorno vengono caricati sulla rete? Il rischio reale è quello di una censura (magari privatistica) a priori, un filtro che dirà automaticamente: questo si, quello no. Il sogno di Lessig di creare un mondo del Remix dei contenuti per creare nuova conoscenza e nuova ‘arte’, potrebbe infrangersi definitivamente sulle parole della Espinel.
Via | Torrentfreak
Foto | Flickr
Quest’oggi 22 Settembre 2010 il Parlamento europeo, durante la seduta di Strasburgo, ha approvato il Rapporto Gallo: 328 voti favorevoli e 245 contrari, ma secondo numerose associazioni in difesa delle libertà su Internet, le petizioni a sostegno della firma arrivate ai parlamentari sono false. Facciamo un passo indietro e vediamo cos’è il Rapporto Gallo.
Il “Gallo Report” è un documento redatto su iniziativa, quindi un testo non legislativo che non ha applicabilità di legge, creato dalla deputata europea PPE francese Marielle Gallo, vicina al presidente Sarkozy per quanto riguarda le vedute politiche, «sull’ applicazione dei diritti della proprietà intellettuale (DPI) nel mercato interno ». Il documento è stato adottato in commissione JURI (commissione degli affari giuridici) ed è stato estremamente criticato in quanto considerato un “Internet killer”. La deputata Gallo viene infatti ritenuta vicina all’industria dell’intrattenimento, tanto da creare un documento volutamente repressivo nei confronti delle presunte violazioni di copyright sul materiale online.
Si ritiene che il Rapporto Gallo citi in modo impreciso delle “infrazioni online della proprietà intellettuale” (comprese quelle non commerciali), mischiandole e confondendole con la contraffazione di beni fisici, normalmente ritenuti minaccia all’incolumità del consumatore. Questo rapporto sarebbe fortemente repressivo in quanto vede la condivisione di file su Internet come un danno anche in caso non vi sia scopo di lucro, tanto da arrivare a proporre una nuova direttiva di repressione penale (IPRED2), combattendo il file sharing con mezzi definiti “non legislativi” o “accordi volontari”.
Continua a leggere: Approvato il Rapporto Gallo: di cosa si tratta e le ragioni di Glyn Moody
Grazie al Pirate Partiet svedese, un paio di mesi fa The Pirate Bay aveva trovato la sua Mompracem: e non in un luogo qualunque, ma all’ombra del Parlamento europeo.
Il Partito dei pirati, che è riuscito a ottenere un seggio nel Parlamento Europeo alle elezioni del Giugno 2009, aveva offerto banda alla Baia, mettendo fine alla perenne fuga del motore di ricerca, costretto a cambiare fornitore in occasione delle ripetute azioni legali messe in atto nei suoi confronti dalle Major e dalle Organizzazioni anti-pirateria. Adesso il Pirate Partiet va oltre, annunciando di avere in cantiere il primo ISP “pirata” che ha chiamato PirateISP, che fornirà servizi Internet commerciali agli utenti residenti in Svezia.
PirateISP si differenzierà dagli altri fornitori di servizi per la sua “ontologia hacker” e per la particolare attenzione alla difesa della privacy dei suoi clienti, assicura Gustav Nipe, membro del Partito e CEO del nuovo Provider. Il Pirate Partiet sottolinea che PirateISP non permetterà il monitoraggio dei suoi server da parte dei Governi e che non rilascerà all’esterno alcun tipo di log.
Certamente, sarà interessante vedere cosa ne penseranno dell’iniziativa i detentori di diritti di opere coperte da copyright, ma soprattutto cosa accadrà nel caso in cui degli utenti di PirateISP dovessero compiere gravi reati. Non è chiaro infatti per ora quali saranno in quest’ultimo caso le procedure che metterà in atto il Provider, per collaborare con i soggetti preposti alle investigazioni.
Il nuovo ISP “pirata” inizierà i primi test nelle prossime settimane con un numero limitato di utenti e i responsabili sperano di riuscire a strappare alla concorrenza “tradizionale” una buona fetta del mercato svedese.

YouTube ha lanciato in questi giorni una versione aggiornata dell’editor per modificare online i video caricati sul servizio di sharing. Si tratta di un sistema semplice ed essenziale, che ben si adatta ai filmati amatoriali pur non possedendo tutte le finezze dei programmi professionali di video editing.
Lo scopo ultimo di questo editor è consentire di effettuare piccole modifiche importanti, come selezionare una porzione di filmato per creare un nuovo video o riunire più video in uno solo. Due precisazioni: la prima è che per poter essere modificato, il video originale deve essere prima caricato su YouTube, con tutti i tempi d’attesa richiesti. La seconda è che non è possibile modificare video caricati da altri utenti, una limitazione ovviamente dettata da questioni di copyright.
Il nuovo video nato dalle modifiche effettuate potrà godere di tutte le opzioni classiche del sito: nuovo titolo, tags, categorie, opzioni di condivisione e così via. Si potrà anche aggiungere un brano musicale scelto dalla libreria AudioSwap messa a disposizione da YouTube, purtroppo al momento non molto fornita. L’inserimento della musica è peraltro vincolato alla visualizzazione di annunci pubblicitari durante il video.
Continua a leggere: YouTube lancia il nuovo editor per i video
Facebook non permette più di linkare niente che provenga da The Pirate Bay: non è una semplice regola bensì un blocco che porta ad errori (come quello in figura) in caso di clic su link verso TPB.
La baia ha da pochi giorni inserito la possibilità di condividere un torrent su Facebook tramite un comodo pulsante, ma la cosa non ha fatto sicuramente piacere alle major ed ha messo il social network di Mark Zuckerberg in una scomoda posizione.
Barry Schnitt di Facebook ha dichiarato che il blocco è stato messo in atto dopo che la richiesta a TPB di eliminare il pulsante non aveva avuto risposta e che è stato necessario per impedire violazioni alle leggi sul copyright; certo è che così hanno eliminato The Pirate Bay, non link ad opere illegalmente condivise (che saranno la maggior parte dei torrent presenti sulla baia, ma non certo la totalità).
Via | TorrentFreak.com
Dopo l’IPRED svedese un’altra batosta al P2P sta per abbattersi in un’altra nazione europea: la Francia. Ricorderete che ne avevamo parlato della nuova legge pochi giorni fa, anche in occasione del suo respingimento da parte del Parlamento Europeo.
A poco sono servite tutte le critiche, visto che l’Assemblée Nationale d’oltralpe ha approvato la legge, compiendo un ulteriore passo significativo verso la sua entrata in vigore: tra le principali contestazioni ricordiamo la possibilità di disconnettere da Internet gli scaricatori molesti e di bloccare con “ogni azione” eventuali violazioni delle leggi sul copyright, anche oscurando siti come The Pirate Bay, non a caso espressamente citato dal Ministro della Cultura, Christine Albanel.
Via | TorrentFreak.com
Secondo giorno di processo: l’accusa non è riuscita a provare e dimostrare ai giudici che i file .torrent presi in esame passassero dal tracker di The Pirate Bay né tantomeno a spiegare la funzione DHT (trackerless torrents), tanto che TiAMO ha potuto correggere le affermazioni dell’accusa sul funzionamento di BitTorrent.
Questo ha portato a far cadere l’accusa di concorso in violazione di copyright (rimane invece l’accusa per aver reso disponibili informazioni al riguardo) e di consegueza l’avvocato difensore di TPB ha dichiarato di essere ottimista sul proseguo del processo.
Brokep ha commentato l’avvenuto su Twitter con 3 parole: “EPIC WINNING LOL” ma la IFPI, nonostante il duro colpo subito, non si è affatto arresa, anzi si è detta sollevata dal fatto che adesso potrà concentrare la propria attenzione su un solo, importante capo d’accusa.
Via | TorrentFreak.com
Avevamo già segnalato la presa di posizione dell’incumbent provider danese TDC (con una storia simile a SIP/Telecom Italia), che tre settimane fa ha deciso volontariamente di bloccare The Pirate Bay come precauzione per evitare denunce da IFPI, ma adesso, dopo che ha esteso il blocco a tutte le sue infrastrutture, gli ISP reseller contestano la decisione.
La contestazione si trasforma in un appello alla Corte Suprema danese, a cui verrà sottoposta la teoria che i provider non sono responsabili per i potenziali crimini contro il copyright attentati dai propri clienti, altrimenti, come ha dichiarato Jens Ottosen, esponente di TeliaSonera e presidente dell’associazione nazionale dei provider, andrebbe impedito l’accesso anche a YouTube, MySpace e Google (per iniziare).
Questa sarà quindi la prima grande sentenza per la net neutrality in Europa, perchè non si tratta più solo di un sito ma di un principio di libertà; inoltre, alla baia ben sanno come rendere facile per chiunque in Danimarca aggirare i blocchi imposti.
Via | TorrentFreak.com
Un brutto tiro, quello che il giudice statunitense James P. Jones ha giocato alla RIAA nella causa “United States of America v. Dove”, il cui imputato è Daniel Dove, fondatore di Elite Torrents, accusato di innumerevoli violazioni del diritto d’autore e di istigazione alla violazione dello stesso.
Dopo una prima dura sentenza in cui Dove era stato condannato a 18 mesi di reclusione, 2 anni di condizionale e 20mila dollari di multa, gli avvocati della RIAA hanno chiesto un risarcimento in base al mancato guadagno su ogni traccia o album di cui Dove è stato trovato colpevole di copyright infringement, valutando 7,22 usd per ogni album: totale 124.769 dollari, oppure 47000 se Daniel avesse preso parte a spot antipirateria.
Ma il giudice Jones ha stabilito che non c’è corrispondenza tra una traccia scaricata ed un mancato guadagno, cioè non tutto quello che viene scaricato sarebbe stato altrimenti comprato: con questo precedente le future richieste di risarcimento della RIAA saranno dure da portare avanti. Chi troppo vuole…

Dopo la decisione dello staff di YouTube di rimuovere la musica protetta da copyright pur lasciando che i video senza audio restino disponibili sul sito, lo staff di Mashable si è posto il non banale problema di quali possano essere le conseguenze di tali scelte, arrivando a conclusioni a cui forse non si pensava.
Tra gli effetti individuati troviamo quello di non avere più video di scherzo come quelli più famosi dove il testo di una canzone conosciuta veniva sostituito alla fine con un’immagine paurosa, così come filmati cult come Numa Numa non saranno più possibili.
Similmente non vedremo più video tratti da videogiochi musicali come Rock Band e Guitar Hero, mentre anche i filmati dove improvvisati ballerini cantavano o ballavano sulla base di canzoni celebri non saranno più ascoltabili, lasciando ben poco da vedere e da ridere.
E voi, avete qualche altra conseguenza da aggiungere? :)
Via | Mashable.com