
L’amministrazione Obama ha proclamato l’obiettivo ambizioso di migrare tutti i libri di testo degli studenti al formato digitale entro il 2017. Sarà solo il clima da promesse elettorali?
Il piano è difficile da portare a termine in soli 5 anni. Di sicuro tutti sappiamo quanto i libri di testo cartacei siano pesanti per bambini e ragazzi, a maggior ragione per gli italiani che tradizionalmente se li sono sempre dovuti portare a casa, non avendo neppure i pratici armadietti che si vedono nelle high school dei telefilm americani. Al problema del peso si somma anche quello della rapidità con cui le edizioni si susseguono, non senza malizia da parte degli editori che sono perennemente interessati a spennare un pubblico indifeso.
Obama e i suoi sono stati piuttosto aperti nel descrivere la loro intenzione di cambiare pagina, esprimendosi in tal senso già nella conferenza sullo Stato dell’Unione l’anno scorso. Da allora è stato anche diffuso un pamphlet intitolato Digital Textbook Playbook, che esamina i benefici del piano di digitalizzazione ed i suoi costi (come ad esempio la creazione di una struttura broadband per tutte le strutture scolastiche). Secondo gli esperti, i libri digitali renderebbero gli studenti capaci di imparare più in fretta, e di approfondire gli argomenti con un tocco, di fatto di rivoluzionare il modo di intendere l’apprendimento.
Ci sarebbe certamente da decidere se affidare i dati ad un immagazzinamento locale oppure propendere per il cloud, ma per il resto le infrastrutture dovrebbero essere di facile realizzazione - Anche se i costi iniziali si preannunciano come veramente elevati. Sul lungo termine, invece, l’approccio dovrebbe far risparmiare circa $600 a studente, non senza approfittare degli apparecchi che i ragazzi ed i loro genitori già possiedono, anche se si pianifica di fornire i mezzi tecnologici necessari a scuole e famiglie.

La prossima versione di Dropbox, ormai prossima al rilascio ufficiale, introdurrà una funzione che farà felici molti utenti: l’importazione automatica di foto e video da ogni dispositivo che si collegherà al computer, che sia una fotocamera digitale, un telefono o una scheda SD.
Dropbox non è il primo servizio di file hosting ad offrire tale funzione, ma è sicuramente il più noto e il più utilizzato, quindi in un certo senso si può parlare di novità. Chi non vuole attendere la versione stabile, può già scaricare la 1.3.4 - quella che include la nuova funzione - dal forum ufficiale di Dropbox, già disponibile per Windows, Mac Os X e Linux.
Ovviamente, trattandosi di una build sperimentale, non è esente da bug e limitazioni. Gli utenti di Linux e Mac 10.4, ad esempio, non possono utilizzare l’importazione automatica, mentre chi use Windows 7 deve assicurarsi di aver abilitato il servizio di Acquisizione di immagini di Windows (WIA). Dropbox raccomanda di “effettuare un backup dei file prima di installare questa build, dal momento che occorreranno ancora diverse settimane prima di avere la certezza della sua stabilità“.
Via | Peta Pixel
Sospiro di sollievo sia per gli utenti sia per i servizi che propongono l’archiviazione di musica online, dopo la decisione di una corte federale negli Stati Uniti. Mp3Tunes, e quindi anche Dropbox, Amazon, Google Music e via via tutti gli altri, non violano nessuna legge quando salvano e permettono l’utilizzo di un solo file mp3 piuttosto che, ad esempio, salvarne 100 uguali per 100 diversi utenti. Secondo Wired la decisione della corte chiarisce meglio come potrà svilupparsi la tecnologia ed il business attorno ai servizi cloud. Le aziende potranno ridurre drasticamente lo spazio utilizzato dagli utenti mentre gli utenti dovrebbero essere in grado di fruire più rapidamente dei servizi, il tutto senza avere problemi legali da parte delle varie etichette musicali.
Era stata MP3tunes l’azienda nel mirino di EMI, proprio per il metodo utilizzato per fornire il proprio servizio cloud. L’utente effettua l’upload della musica nel proprio “locker” sul web, dal quale è poi possibile riprodurre i brani da qualsiasi dispositivo connesso. Ma invece di caricare tutti i file di tutti gli utenti, il software di MP3tunes controlla nel proprio archivio è presente un altro brano identico: in caso positivo viene aggiunto all’area personale senza neanche effettuare l’upload. Non importa quanti utenti carichino nel proprio “locker” il brano: MP3tunes ne conserva una copia sola.
La corte federale di New York ha chiarito che il metodo è legale solo per le copie identiche dello stesso file, cosa che può essere determinata tramite un controllo sull’hash MD5. La corte ha anche chiarito che se i file di uno stesso brano musicale differiscono anche di pochissimo, cosa che può capitare ad esempio con canzoni “rippate” direttamente da CD, MP3tunes non potrà sostituirle con una propria copia “master”: gli utenti dovranno effettuare il classico upload e MP3tunes dovrà archiviare le copie differenti.
Continua a leggere: Corte Federale di New York: l'ok alla musica su cloud
Facebook potrebbe lanciare al più presto un proprio servizio di streaming musicale con Spotify. Dotrebbe chiamarsi Facebook Music oppure Spotify for Facebook. Le indiscrezioni sono state raccolte da Forbes però nessuna delle parti in causa ha voluto commentare. Non è la prima volta che si parla di una partnership tra le due società.
Col lancio di Google Music Beta e Amazon Cloud Player è partito una sorta d’arrembaggio al settore musicale, in cui Apple la fa da padrone. I rumor sul sodalizio tra Facebook e Spotify risalgono al 2009, quando Zuckerberg avrebbe espresso l’intenzione d’acquisire la società svedese. Questa volta invece non si parlerebbe di fusione.
Se le voci fossero confermate, l’annuncio dovrebbe corrispondere al lancio di Spotify negli Stati Uniti, procrastinato più volte. Il problema riguarderebbe soprattutto l’Italia dove Spotify non è raggiungibile se non con degli escamotage. Facebook farebbe scaricare un’applicazione in background per ascoltare la musica in streaming.
Via | Digital Trends
Online Drive Benchmark è un programma per testare le prestazioni di alcuni tra i maggiori servizi di storage online. È freeware e compatibile con Windows XP, Vista e 7 sia a 32-bit, sia a 64-bit. In particolare, l’applicazione verifica la velocità di trasferimento dei file in upload e/o download per un determinato numero di offerte.
Il cosiddetto cloud computing ha assunto un’importanza strategica per operazioni quali il backup, la condivisione e la stesura collaborativa dei documenti. Poiché molti servizi richiedono la sottoscrizione di un abbonamento, Online Drive Benchmark 1.0 Beta li mette alla prova per determinare il più conveniente in fatto di rapidità.
Purtroppo non tutte le piattaforme offrono gli strumenti necessari ad avviare il test di Online Drive Benchmark. I servizi supportati sono tutti raggiungibili dall’Italia: Box.net è il più famoso, poi Strato HiDrive, Trend Micro SafeSync, DriveHQ e FilesAnywhere. All’appello manca Dropbox. In futuro saranno aggiunti altri provider.
Via | Software Crew
Wuala, il servizio di storage online, ha aggiunto le funzioni tipiche degli account a pagamento ai profili gratuiti. Hottingen è il nome in codice dell’aggiornamento per Windows, OS X e Linux: la versione mobile è prevista sia per Android, sia per iOS. Resta il limite fissato a 1Gb di spazio, espandibile a pagamento da 10Gb a 250Gb.
Hottingen arricchisce la versione free di Wuala con backup automatici, sincronizzazione e controllo delle versioni dei file. Funzioni sicuramente interessanti, a parità di supporto con Dropbox. LaCie, che ha acquistato Wuala nel 2009, intende perciò guadagnare soltanto sullo spazio a disposizione degli utenti paganti da 19€ a 229€.
Purtroppo, rispetto alle caratteristiche P2P con cui ha attratto gli utenti nel 2007, Wuala è cambiato radicalmente. Già in fase di beta pubblica, nel 2008, aveva ritirato il programma di storage “sociale” che permetteva d’ottenere spazio illimitato condividendo i propri file. Ad oggi, Wuala è solo un’opzione alternativa a Dropbox.
Via | Software Crew
BoxCryptor è un’applicazione per Windows che permette di criptare e decriptare “al volo” i file contenuti nella cartella di Dropbox, prima d’inviarli al server. Proposto in fase beta, è gratuito fino a 2Gb di storage (è la stessa dimensione dello spazio free di Dropbox). In futuro sarà possibile espanderne la dimensione a pagamento.
Il programma, per essere installato, richiede la presenza sul sistema del .NET Framework 2.0 di Microsoft. Benché Dropbox sia la piattaforma predefinita, non è escluso che BoxCryptor possa poi supportare anche altri servizi per il cloud computing. L’algoritmo di cifratura utilizzato è l’Advanced Encryption Standard (AES) a 256-bit.
Se si usano sistemi operativi diversi da Windows, per accedere ai file di Dropbox, BoxCryptor può comunque essere installato e utilizzato. L’applicazione è compatibile con l’Encrypted File System (EncFS), un file system disponibile su OS X e Linux: l’algoritmo di cifratura AES-256 è standard. Non si rischia di compromettere i file.
Via | Download Crew
Apple si sarebbe aggiunta all’elenco delle aziende che “collezionano” i dati degli utenti: una funzionalità (o forse addirittura un bug) di iOS permette ai dispositivi di mantenere per sempre la cronologia degli spostamenti dell’utente. Anche qualora la funzione fosse espressamente disabilitata e Android di Google farebbe lo stesso.
Google è un «sorvegliato speciale», soprattutto in Europa, proprio per la raccolta (casuale, sostiene l’azienda) dei dati relativi alle reti WiFi con Street View. Nell’ultimo periodo si sono sviluppate delle polemiche relative ai termini di servizio per Cloud Drive di Amazon sul Digital Rights Management (DRM) e persino su Dropbox.
Quanto sono legittime le preoccupazioni dei consumatori e quanto, invece, è dovuto a un’informazione parziale? L’unica certezza sull’argomento è la profezia di Mark Zuckerberg, il creatore di Facebook, per il quale «la privacy è morta». Ammesso (e non concesso) che sia mai esistita, a prescindere dal web: le autorità si mobilitano.
Continua a leggere: Il Grande Fratello ci controlla: Apple, Cloud Drive, Dropbox, Google

Amazon è sul punto di rilasciare un music locker, cioè un servizio per il salvataggio remoto delle tracce musicali acquistate da riprodurre in streaming sui propri device. Una scelta plausibile sia per la recente apertura dell’Appstore for Android, sia per Amazon MP3, negozio online di Amazon per la musica. Google e Apple inseguono.
I servizi di music locking sono delle soluzioni simili al più semplice storage online dedicate però a ospitare gli MP3: Amazon dovrebbe aggiungere anche film ed e-book. Apple s’avvicina molto a questa prospettiva con iTunes, ma il concetto di fondo è diverso e presto dovrebbe adeguarsi alla prospettiva del locker come Google Music.
Nel frattempo, Apple e Microsoft si minacciano vicendevolmente sul termine “app store” utilizzato da Amazon: Redmond s’oppone al trademark per la definizione, mentre Cupertino dichiara guerra ad Amazon coi suoi legali. Comunque Amazon non si scompone e continua a innovare i servizi d’acquisto e streaming dei contenuti multimediali.
Via | PC Magazine

Il cloud computing ricorre sempre più spesso nelle discussioni sulle infrastrutture di rete, non soltanto per elaborate tecnologie aziendali. Documenti ipertestuali, contenuti multimediali, backup, ecc. si spostano dagli hard disk a internet: prescindendo dai rischi sulla sicurezza, le reti domestiche sono pronte per la transizione?
È la domanda di Om Malik, il giornalista che ha fondato GigaOM: se il passaggio dallo storage offline a quello online è una certezza, non è così semplice assicurarsi d’avere gli strumenti giusti a propria disposizione. I protocolli per connettere in rete vari dispositivi non sono sempre compatibili fra loro e subito pronti all’uso.
Con un po’ di pazienza e capacità si possono tranquillamente abilitare le funzioni internet di computer, smartphone, console, TV, ecc.: il problema è rendere omogenea la comunicazione e soprattutto accessibile a chi non avesse le competenze per superare gli ostacoli, posti dalla scelta di protocolli diversi da parte dei produttori.
Continua a leggere: Presente e futuro delle reti domestiche, riguardo al cloud computing
LifeSort è un’applicazione un po’ diversa dai classici servizi di storage online, cui pure può essere assimilata: consiste in un file manager alternativo, al momento realizzato per Windows, per rendere più uniforme la gestione dei contenuti online e offline. In pratica, vorrebbe eliminare la differenza tra cloud computing e desktop.
Apparentemente, LifeSort non è così diverso da Dropbox: di primo acchito si potrebbe pensare a un clone delle diverse piattaforme esistenti. Eppure la differenza è sensibile. LifeSort propone una suddivisione in file personali, professionali e privati: la protezione con una password crittografa in automatico i contenuti archiviati.
Anche LifeSort, come Dropbox, offre dello spazio gratuito e/o a pagamento per salvare i file: non è la caratteristica principale, perché LifeSort supporta il salvataggio su altri hosting. Le categorie predefinite consentono d’archiviare i file per tipologia e recuperarli da un’icona identificativa: supporta i preferiti del browser.
Continua a leggere: LifeSort propone di uniformare la gestione dei file online e offline
Tutte le innovazioni in campo video sembrano essere passate prima dal porno, almeno secondo un articolo di Cnet. Nello sviluppo a partire dal VHS fino ai dischi Blu-ray ci troviamo lo zampino dell’industria dell’intrattenimento per adulti, non è quindi difficile immaginare che abbia qualcosa da insegnare anche a livello di cloud. A partire da Marzo, la Pink Visual offrirà la possibilità di archiviare i filmati acquistati sui propri server. Un’idea che altri colossi potrebbero copiare; perchè Google e Apple non tentano lo stesso approccio con i film mainstream?
Pink Visual è uno studio che gira film pornografici famoso per aver sempre abbracciato le nuove tecnologie, tanto da essere il primo negli Stati Uniti del settore ad offrire video in streaming, in un modo che Apple e Google hanno preso in considerazione solo durante lo scorso anno. Al posto di salvare i film digitali sul proprio computer o su hard disk esterni, la Pink Visual consente di conservare le copie dei film acquistati direttamente sui server della compagnia. Pagando un’unica tassa di iscrizione, i compratori potranno poi accedere ai file ogni qualvolta lo desiderino.
Come probabilmente avrete sentito ripetere in continuazione recentemente, il cloud risulta essere il punto d’arrivo della prossima generazione di intrattenimento digitale. Alcune fonti all’interno dell’industria cinematografica hanno rivelato lo scorso anno a Cnet che Google e Apple hanno parlato con alcuni film studios di Hollywood a riguardo di “scaffali digitali” in cui gli utenti possano salvare film, canzoni e media di vario genere, a cui accedere tramite terminali connessi ad Internet.
Continua a leggere: Pink Visual e porno sul cloud: ispirazione per Apple e Google?