
Il ministro degli esteri cinese ha risposto alle accuse di Google, negando qualsiasi possibilità che Beijing stia interrompendo l’accesso al servizio di posta elettronica Gmail. Jiang Yu, portavoce del ministero, ne ha parlato durante una conferenza stampa dichiarando:
Si tratta di un’accusa inaccettabile.
Per chi non avesse seguito la vicenda, nei giorni scorsi Google ha riportato le difficoltà di alcuni utenti nell’utilizzare Gmail a causa di blocchi imposti dal foverno. Secondo gli utenti, l’interferenza nel servizio è coincisa con una campagna Internet in favore della protesta, come accaduto in Medio Oriente.
Google riporta di non aver avuto alcun problema tecnicno ed ha attribuito la colpa “ad un blocco voluto dal governo accuratamente studiato per sembrare un problema di Gmail”. Il tutto si ricollega al cyber attacco subito lo scorso anno da Google da parte di una organizzazione cinese, intenzionata ad entrare nell’account di post di alcuni attivisti per i diritti civili in Cina. Già allora si creò tensione tra la Cina e gli Stati Uniti, portando Google a ridurre la propria presenza sul mercato.
Anche allora Beijing ha negato qualsiasi coinvolgimento nell’attacco.
Foto | Flickr
Qualcuno dalle parti di Pechino deve aver letto l’articolo di Michael Skapinker di cui abbiamo parlato ieri, nel quale il columnist del Financial Times si schiera a favore della rimozione di nickname da alcune parti del web a favore dell’introduzione di nome e cognome per i naviganti.
Scherzi a parte, dopo aver a lungo riflettuto su questa possibilità le autorità cinesi sembrano essere sul punto di decidere definitivamente per la rimozione dei nickname da chat e forum di discussione, obbligando i naviganti a registrare il proprio nome e cognome prima di partecipare a essi.
Quanto appena descritto sarebbe solo un inasprimento di una regola già presente, che impedisce ai Cinesi di lasciare commenti completamente anonimi rendendo necessario l’uso di un nickname, che dunque dovrebbe lasciare spazio ai dati personali reali. Ovviamente la notizia ha suscitato reazioni indignate un po’ dovunque, con chi sostiene che presto i cittadini cinesi potranno comunicare solo con lo sguardo.
Via | Telegraph.co.uk

Il vecchio adagio sul cosa tira più di un carro di buoi sembra funzionare sempre, anche in Cina dove per far provare a superare la censura del Grande Firewall ai cittadini c’è voluto che ci fosse di mezzo un’attrice pornografica, tale AOI Sola famosa soprattutto in Giappone per le sue opere.
Il nome di AOI Sola è entrato in qualche modo rompendo un primo livello di censura sulla pornografia in Cina, dove sono attualmente bloccate tutte le informazioni su questo tipo di “intrattenimento” per evitare che possano esserci “danni ai più giovani”. Ma non solo: testimonianza dello scavalcamento del Firewall è stato proprio l’account Twitter dell’attrice, che ha ringraziato i propri fan cinesi pubblicamente per il supporto.
A questo punto bisogna considerare anche che Twitter è attualmente bloccato in Cina, per cui chi ha avuto modo di accedere al social network per contattare la pornostar deve necessariamente avere superato in qualche modo i controlli dei filtri, rompendo così un secondo livello di censura sulla piattaforma di microblogging. La notizia ha immediatamente scatenato non poca ilarità in giro per il web, facendo però anche riflettere amaramente vista la “causa scatenante” della scalata al Grande Firewall.
Via | Techdirt.com
Foto | Flickr

Ancora una volta, i famigerati “hacker cinesi” sembrano averne fatta una delle loro. Ma prima che diventino un vero e proprio spauracchio della sicurezza informatica (o un capro espiatorio per tutti i crimini sul web), è bene riuscire a vagliare le fonti sulle loro malefatte.
Tuttavia, questa volta non sembrano esserci particolari dubbi in merito: sarebbe stata proprio ad opera di cinesi l’intromissione in un archivio informatico segreto del Governo indiano, di pertinenza del Ministero della Difesa; nonché presso quelli di diversi ambasciate indiane nel mondo.
La scoperta shock riguarda gli armamenti indiani: soprattutto il fronte missilistico, fra cui il cosiddetto sistema Shakti, di cui molti segreti sarebbero stati trafugati, nonché l’Iron Dome, un sistema di difesa (pure basato su missili) comprato da Israele.
Secondo quanto hanno appreso le intelligence americane e canadesi, l’operazione cinese sarebbe chiamata in codice “Shadow Network” ed è stata scoperta dopo un’investigazione durata 8 mesi. Anche l’ambasciata indiana in Italia è stata colpita dall’attacco.
La decisione di Google di spostare il traffico proveniente dalla Cina verso la versione non censurata del motore di ricerca con base a Hong Kong non ha lasciato indifferenti le autorità di Pechino, che hanno preso contromisure filtrando alcune delle possibili ricerche effettuabili su google.com.hk.
Secondo quanto reso noto da Google, alcune “query sensibili” sarebbero state bloccate dalla Cina, pur lasciando il sito completo ancora accessibile: immaginiamo che i filtri possano riguardare semplicemente alcune parole che inserite nell’indirizzo del motore di ricerca ne attiverebbero il blocco.
Nel frattempo Google continua a mantenere una pagina dove la disponibilità di tutti i suoi servizi all’interno della Cina viene tracciata giorno per giorno, tra applicazioni completamente libere, parzialmente filtrate e completamente disattivate come YouTube e Blogger.
Via | Techcrunch.com
Il Dalai Lama è su Twitter con un account nuovo di zecca. Si tratta di un “verified account”, che non dovrebbe lasciar dubbi in merito all’autenticità. Evidentemente non è sua Santità il Dalai Lama a scrivere, bensì lo staff del suo ufficio. Per ora sono presenti solo sette tweets, che linkano a siti con interviste e fotografie.
Twitter come arma contro la censura? In giro per il mondo per promuovere la causa della libertà del popolo Tibetano, il Dalai Lama è vittima dell’ostruzionismo delle autorità cinesi, che come è noto fanno di tutto per boicottare i suoi incontri con i vari capi di stato.
Anche in questo caso il Governo Cinese effettuerà qualche genere di pressione sui responsabili di Twitter? E se invece ci pensasse, in maniera autonoma ci mancherebbe, qualche studente di una università cinese? Dubbi leciti o si tratta solo di scenari da fantainformatica internazionale? Voi cosa ne dite?

L’immagine che vedere qui sopra è del NY Times e riprende gli studenti dell’Università Shanghai Jiaotong. Secondo il quotidiano americano, proprio lo scorso mese gli studenti cinesi hanno vinto un premio, battendo gli americani di Standford.
Non stiamo parlando di una università qualunque, ma di quella messa sotto accusa per i recenti attacchi informatici. Un quadro piuttosto fosco, del quale i dettagli trapelano con il contagocce. Riassumendo la vicenda, ben 75.000 computer sarebbero stati oggetto del più grande cyber attacco mai eseguito: sarebbero state violate 2.500 aziende in 196 nazioni. Un record anche nella durata, si parla infatti di una operazione iniziata a fine 2008 e continuata fino all’inizio del 2010, quando è stata scoperta.
Il Financial Times rivela che gli investigatori sono già sulle tracce dei responsabili. In particolare si parla di un freelance trentenne, consulente, che avrebbe utilizzato un baco di Internet Explorer per “sparare” lo spyware.
Continua a leggere: Attacco informatico cinese: nuovi dettagli.
Il Governo Cinese ha dichiarato che ritarderà la norma che impone ai produttori di PC di installare il software di filtraggio della rete Green Dam.
Questa decisione, infatti, aveva provocato un fiume di proteste non solo in Cina, ma in tutto il mondo, preoccupando esperti internazionali e responsabili di computer. Ricordiamo che Green Dam è stato progettato per filtrare la pornografia e la violenza per tutelare i minori, ma molti esperti dichiarano che il software potrebbe contenere delle backdoor per spiare gli utenti.
Il Governo ha ora dichiarato che l’obbligo di installazione è sospeso a tempo indeterminato, per poter dare ai produttori di PC il tempo necessario per adattarsi alla norma. Tuttavia scuole e Internet Cafè potrebbero già essere obbligati ad installare il software. Attualmente solo Acer ha dichiarato che avrebbe installato il Green Dam, mentre Lenovo non ha ancora risposto alle richieste del Governo.
Ugualmente HP e Dell sono rimasti in silenzio senza lasciare dichiarazioni, mentre, secondo Web Rconversation, Sony avrebbe già avviato la produzione di computer con il software preinstallato.
Via | Nytimes.com
La cosiddetta “Green Dam”, la diga verde, ovvero il software che il governo cinese ha intenzione di inserire in tutti i prossimi PC in vendita sul suo territorio, conterrebbe parte di codice pirata, secondo una relazione della Solid Oak Software.
La società sostiene che l’aspetto della GUI imita lo stile del software CyberSitter, programma sviluppato dalla stessa Solid Oak Software. E non solo, perchè sembra che il “Green Dam” utilizzi alcune DLL con nomi modificati.
Ricordiamo che Green Dam funziona in modo da identificare immagini, testi e URL paragonandoli con un filtro che lavora per bloccare i contenuti offensivi. Secondo il professore Alex Halderman il software utilizza le blacklist elaborate da CyberSitter risalenti al 2006.
Continua a leggere: Green Dam, il filtro cinese, contiene codice pirata
Gli Stati Uniti avrebbero intrapreso una vera e propria guerra tecnologica tutta online, secondo recenti indiscrezioni. Il Congresso ha tenuto una relazione il mese scorso riguardante le attività di spionaggio che provengono dalla Cina. Non è la prima volta che si discute della possibilità che dalla Cina provengano attacchi informatici contro diverse nazioni, e lo stesso governo Obama avrebbe confermato lo stato di perenne allerta negli Stati Uniti.
Gli Stati Uniti, però, sarebbero in ritardo tecnologico contro questi attacchi, e si troverebbero spesso impreparati contro quella che si può definire una “corsa agli armamenti” digitale. Secondo Kevin G. Coleman il maggior rischio è la possibilità di manomissioni dell’hardware: gran parte dell’hardware introdotto nei sistemi di sicurezza americani proviene proprio dalla Cina, e gli esperti sono preoccupati che un giorno le aziende produttrici possano inserire delle backdoor per accedere direttamente in questi sistemi.
Coleman ha sottolineato l’importanza di investire continuamente nella sicurezza informatica: la continua crescita economica della Cina e la sofisticazione tecnologica possono portarla ad un predominio elettronico entro i prossimi 10-40 anni. Al fine di lottare contro la minaccia di una nuova “guerra fredda”, gli Stati Uniti stanno ammettendo di essere nelle fasi iniziali di una corsa agli armamenti digitali per rispondere agli attacchi.
Continua a leggere: Gli Stati Uniti confermano di essere in "guerra digitale" contro la Cina
Il segretario alla Difesa americano Robert Gates ha dichiarato che gli Stati Uniti sono sotto un continuo attacco informatico ogni giorno e che il Dipartimento alla Difesa intende quadruplicare il numero di esperti informatici che lavorano per scongiurare questi attacchi.
Dopo la notizia del furto di alcune informazioni sui progetti del nuovo caccia F-35, si ritorna a parlare di sicurezza informatica. Secondo alcune fonti di spionaggio, gli attacchi proverrebbero principalmente dalla Cina, anche se in fondo gli attacchi potrebbero benissimo essere mascherati. La Cina, da parte sua, nega qualsiasi coinvolgimento, ma in realtà non è la prima volta che si parla della Cina come potenziale responsabile di attacchi informatici negli Stati Uniti.
Gli attacchi informatici sono diventati molto più frequenti negli ultimi mesi. Secondo il Wall Street Journal alcune spie russe e cinesi sarebbero riuscite ad infiltrarsi nella rete americana inserendo un software potenzialmente dannoso. Per arginare questi attacchi la Casa Bianca potrebbe estendere a 17 miliardi di dollari gli investimenti sulla sicurezza informatica.
Via | News.zdnet.com
Nella speranza di conquistare nuove quote di mercato in Cina, Google ha deciso di offrire musica gratuita agli utenti cinesi il mese scorso. E il suo diretto concorrente, Baidu, ha scelto di lanciare nuovi servizi pur di mantenere la sua leadership sul mercato cinese.
Ecco quindi spuntare Sina.com, nuovo motore di ricerca progettato appositamente per gli utenti anziani di Internet. Il sito, basato sul motore di Baidu, offre una interfaccia in stile Google, molto semplice e dotata di caratteri più grandi con un filtro dove poter compiere ricerche particolari come “i canti popolari”, il Tai Chi, oppure i passatempi per i pensionati.
A differenza dalla maggior parte delle pagine Web cinesi, Baidu per anziani è sorprendentemente sgombro da elementi grafici, testo o annunci. Secondo molti un portale per gli anziani ha poco senso, visto l’esigui numero di anziani che in Cina si collegano ad Internet: 5 milioni di persone su un totale di 300 milioni di utenti. Ma, ovviamente, lo scopo è di innalzare questa percentuale grazie anche alla rapida maturazione di Internet in un paese come la Cina.
Via | Blogs.wsj.com