Social network, amati e odiati da milioni di utenti e navigatori di tutto il mondo. Ce ne sono tanti, ma tutti sostanzialmente diversi. Ed ognuno ci spinge a comportamenti differenti, anche a livello psicologico. Una ricerca dell’Università di Stirling in Scozia ha analizzato come Facebook e Twitter influenzano i nostri comportamenti e la nostra memoria.
Lo studio, condotto su bambini compresi tra gli 11 e i 14 anni, ovvero nell’età dell’apprendimento, ha scoperto che Facebook potenzia la memoria sul lavoro mentre YouTube e Twitter, con il loro flusso costante di informazioni, non sono adatti per allenare la memoria.
Infine alcuni videogiochi, soprattutto quelli di strategia e pianificazione, possono rivelarsi utili in alcuni casi. Ovviamente, come qualsiasi ricerca di questo tipo, va presa con le pinze: prima di tutto non è possibile confrontare Facebook e Twitter, che sono molto diversi. Facebook è davvero versatile e vario, mentre Twitter è un po’ più semplice e snello.
Perchè secondo il Dr. Alloway Twitter è meno utile per sviluppare la memoria? Perchè su Twitter le informazioni sono molto succinte e non c’è possibilità di elaborarle. Il livello di attenzione degli utenti è ridotto e il cervello non è coinvolto nella creazione di sinapsi.
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Intervistato Michael Arrington su Techcrunch, il CEO di Google Eric Schmidt si è lasciato andare ad alcune interessanti considerazioni su Google e il settore dei motori di ricerca.
La ricerca, secondo Schmidt, è uno dei settori che progredirà maggiormente nel corso degli anni. Il paragone che egli fa è con la biologia e la fisica nel XVI e XVII secolo: a quei tempi erano nuove scienze che hanno compiuto passi da gigante in poco tempo, eppure ci sono voluti quasi 300 anni prima di arrivare all’osservazione diretta di atomi e particelle subatomiche.
E proprio come per la biologia e la fisica, i maggiori progressi per la ricerca su Internet devono ancora arrivare. Quali sono le sfide che un motore di ricerca come Google potrà sconfiggere nei prossimi dieci anni? Prima di tutto bisogna passare dalle parole al loro significato. Ovvero, rendere Google in grado di comprendere il linguaggio e restituire risultati che meglio corrispondono ad una conversazione.
Parafrasando e ironizzando un concetto del fondatore Sergey Brin, Google dovrebbe entrare direttamente nel cervello delle persone, magari collegandolo con un cavetto come una qualsiasi periferica! Così facendo, scherza Schmidt, Google avrebbe risolto il problema, ovvero collegarsi direttamente con il pensiero e comprenderlo.
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Ditelo alla vostra mamma/sorella/fidanzata: usare Internet fa bene al cervello. E’ quanto emerge da una ricerca effettuata da un team della University of California con sede a Los Angeles, secondo il quale navigare sul web stimolerebbe aree della materia grigia coinvolte nei processi di decisione e ragionamenti complessi.
Addirittura a trarre giovamento secondo gli scienziati potrebbero essere anche i cambiamenti fisiologici nella mente che portano al suo rallentamento con l’avanzare dell’età.
Confrontato alla lettura, il risultato ottenuto dai ricercatori ha ottenuto più o meno gli stessi risultati, con la differenza del maggior coinvolgimento degli apparati legati ai processi decisionali sopra citati, ma solo in coloro che si sono dimostrati degli utilizzatori di Internet con una certa esperienza.
Finalmente una bella notizia da far leggere a chi vede il websurfing come una perdita di tempo da rimbecilliti :)
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La notizia è interessante, perchè tutti noi, quotidianamente, abbiamo a che fare con la “ferraglia pensante”, ovvero i computer. Queste macchine grazie alle quali possiamo affrontare tante situazioni, e possiamo condividere tante esperienze. Ma si tratta sempre di ferraglia.
Cosa daremmo per rendere il nostro computer un po’ più intelligente? Cosa daremmo per ricevere da lui (diamogli pure una connotazione umana, per quanto ci siamo affezionati) tutte le risposte? L’ingegnere e futurista Ray Kurzweil è convinto che il momento in cui le macchine diventeranno intelligenti quanto gli uomini è vicino, e prospetta di raggiungere quella meta nel 2029. L’umanità è sempre più vicina al costruire macchine che possano essere impiantate nei cervelli delle persone per renderle più intelligenti, macchine che possano essere unite a parti del corpo per renderlo più sano e forte.
Troppo futurista? Per Ray Kurzweil evidentemente no. Secondo lui ormai i computer e i robot fanno parte della nostra civiltà, e già lavorano a livelli complessi e settori diversi. Ciò che manca alle macchine è solo il sentimento. Ma non preoccupiamoci. Kurzweil è convinto che entro il 2029 riusciremo a realizzare software emotivi, e lo scopo di tutto ciò sarà la convivenza tra uomini e macchine.
Continua a leggere: L'intelligenza artificiale raggiungerà l'uomo nel 2029
Un team di ricercatori del laboratorio di ingegneria biomedica della università di Keio, una delle più antiche università private del Giappone, ha testato una interessante applicazione dell’interfaccia cervello-computer (BCI) con il mondo virtuale di Second Life.
L’interfaccia permette di controllare il proprio avatar per le strade di Second Life unicamente attraverso il proprio pensiero: l’utente deve semplicemente pensare di muovere certe parti del corpo e l’avatar si muoverà a comando.
Il sistema consiste in un apparato dotato di elettrodi da applicare sulla testa, in grado di monitorare tre aree della corteccia motoria, quell’area del cervello deputata al controllo del movimento; un elettroencefalografo legge le variazioni elettriche in queste aree e trasmette i dati al sistema BCI dove un algoritmo per analizzare le onde cerebrali interpreta i movimenti pensati dall’utente.
Infine grazie ad un emulatore di tastiera vengono inviati i comandi per controllare l’avatar di Second Life senza muovere fisicamente un muscolo.
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