
Internet non ha vinto il Nobel per la Pace nel 2010, tuttavia si sta affermando come strumento principale per la comunicazione nei paesi in cui il popolo scende nelle piazze per chiedere le dimissioni dei governi e delle elezioni democratiche. Lo dimostrano i tempestivi blocchi della connettività dapprima in Egitto, quindi in Libia.
È indicativa l’importanza, in tutto ciò, dei social network: in Italia Facebook è un “divertissement” di cui spesso si abusa. In Egitto, è stata la piattaforma della rivoluzione. Il 6th of April Youth Movement (o, Shabab 6 April), co-fondato da Ahmed Maher, ha portato alle dimissioni di Hosni Mubarak in soli tre anni dalla nascita.
Per suggellarne l’importanza, un uomo ha chiamato Facebook Jamal Ibrahim la figlia primogenita (nata dopo la rivoluzione del 25 gennaio di Piazza Tahrir). Per Semil Shah, un imprenditore di Palo Alto d’origini indiane, l’espressione politica sarà la nuova «onda sociale» del web. E sarà monetizzabile attraverso piattaforme dedicate.
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La Federal Communications Commission (FCC) è un ente statunitense per la regolamentazione dei medium che per alcuni aspetti può essere paragonato al Registro degli Operatori della Comunicazione (ROC) italiano. Martedì scorso l’FCC ha approvato due importanti atti della cosiddetta net neutrality, il discusso trattato per la neutralità della rete. Ciò che nel nostro Paese è percepito positivamente, negli Stati Uniti equivale a una decisione “radicale” (un termine che negli USA rimpiazza “comunista”, usato però a mo’ d’insulto). Il controllo del mercato.
Mitch McConnell, un senatore repubblicano, ha accusato formalmente Barack Obama di nazionalizzare internet… la stessa accusa mossa al Presidente dai Repubblicani (e da alcuni Democratici) rispetto alla riforma della sanità. Benché l’FCC sia indipendente e non abbia poteri esecutivi, ogni tentativo di limitare l’iniziativa privata è percepito negativamente dagli Statunitensi. Una strategia politica che contesta il trattato e le decisioni del governo per dare a tutti gli operatori del settore la stessa visibilità in rete. È il primo di una serie annunciata di veti.
L’opinione di Mitch non è diversa da quella di molti Statunitensi: limitare la pervasività dei grandi network su internet equivale a porre un freno agli investimenti finanziari dei privati, un principio che contrasta con la costituzione degli Stati Uniti. Rispetto alla prima fase del mandato di Obama, il veto dei Repubblicani assume una grande importanza perché hanno recentemente acquisito la maggioranza in parlamento. Dopo la riforma della sanità, pure la net neutrality potrebbe essere un fallimento.
Via | The Huffington Post

Julian Glover ipotizzava sul Guardian nemmeno una settimana fa che Internet non potrà rimanere a lungo “priva di regolamenti” così com’è, almeno in parte, ora. E per spiegare questa sua ipotesi metteva a confronto la rete con le autostrade, autostrade che appena nacquero non avevano alcun limite, né di velocità né di qualunque altro genere ma che, col tempo, vennero regolamentarizzate. Secondo Julian quando questo accadde fu perché erano diventate importanti: “sarebbero potute rimanere libere e inutilizzate, oppure diventare essenziali ma non entrambe le cose”. Per dirla in altro modo, ma sempre con le sue parole, il web è solamente un’altra invenzione dell’umanità che come tutte le precedenti richiede del tempo perché delle regole adatte vengano formulate: ancora non le abbiamo ma non possiamo impedirne l’arrivo in futuro.
A ribadire l’idea che Internet deve però rimanere libera e, soprattutto, a ribadire che a proteggerla devono essere gli utenti stessi, a cui appartiene, è intervenuto in questi giorni persino Tim Berners-Lee che su Scientific American ha scritto un lungo articolo di sei pagine, intitolato “Long live the web“, motivando il suo pensiero in tale direzione. L’ha scritto, io credo, per due ragioni: una prima per poter rispondere all’ipotesi di Chris Anderson secondo il quale il web sarebbe morto, una seconda per ribadire ancora una volta quali sono le caratteristiche del web. Alcune di queste proprietà appariranno molto ovvie e più volte sentite, come il concetto della Net Neutrality. Molto ovvia, si, ma non così tanto da impedire ad un giudice inglese di criticarla e metterla in discussione: sempre bene ripeterle dunque, se non altro presso il pubblico.
Berners critica, un po’ come in molti fanno in questo periodo, il sistema scelto da Apple e Facebook. Un sistema chiuso e proprietario, che metterebbe a rischio la rete stessa: quello adottato da Apple con iTunes perché rinchiude gli utenti all’interno di un software e utilizza protocolli non standard (es. gli indirizzi iniziano tutti con “itunes:” ed è dunque necessario aver installato il software di Apple per visualizzarli), quello di Facebook perché non offre la possibilità di rendere veramente accessibili a tutti, di scambiare, le informazioni condivise tramite esso. E su questo c’è da soffermarsi un momento: un’importante caratteristica del Web, secondo Berners, è quella di poter esportare i propri dati ovunque. Questo è importante perché risulta molto utile per esempio nella ricerca, permettendo a scienziati di utilizzare i risultati ottenuti da altri laboratori o studi e di creare un database aperto e condiviso. Un sistema come Facebook invece si tiene tutti i dati per sé e non permette in alcun modo di esportarli e visualizzarli se non attraverso il suo sistema, frammentando in tale modo la rete, andando contro la sua architettura.
Ai sostenitori inglesi della net neutrality sarà andato oggi il boccone di traverso nel leggere le dichiarazioni sull’argomento di Ed Vaizey, Ministro delle Comunicazioni, riportate dal Guardian e in direzione completamente opposta al principio di neutralità della rete, secondo il quale non ci possono essere distinzioni né tra i dispositivi connessi, né soprattutto sul modo in cui la loro comunicazione viene prioritizzata.
Secondo Vaizey invece, i provider dovrebbero essere in grado di dare maggior priorità a un certo tipo di traffico piuttosto che a un altro, con l’unico obbligo di informare a dovere i propri abbonati. L’interesse sulla net neutrality si è accentuato nel corso degli ultimi tempi, soprattutto da quando anche Google e Verizon hanno detto la propria tentando di regolamentare l’argomento.
Mentre c’è chi sostiene che una vera e propria neutralità non potrà mai esserci ed è quindi giusto dare una serie di leggi che governino le reti, d’altro canto siamo di fronte a una potenziale bomba all’interno di un ambiente finora libero e aperto come Internet, dove il primo tra gli scenari che possiamo immaginare in assenza di net neutrality è quello relativo alla possibilità da parte dei soggetti più grandi di pagare i provider per ottenere priorità, schiacciando così tutte le minoranze.
Non sono soltanto Google e Verizon a preoccuparsi della net neutrality. La neutralità della rete è stata discussa la scorsa settimana all’Internet Governance Forum (IGF) promosso dalle Nazioni Unite. L’edizione 2010 si è tenuta a Vilnius, in Lituania, e ha portato alla redazione di un trattato in 12 punti sulla falsariga dell’Outer Space Treaty del 1967. L’intento è rendere internet accessibile a tutti in libertà.
Come lo spazio celeste, anche la rete dev’essere considerata un luogo extraterritoriale da difendere. Ne è convinta l’International Telecommunication Union (ITU), la commissione dell’ONU che si occupa di digital divide e accesso a internet. La proposta, scritta dal Consiglio d’Europa in rappresentanza di 47 Paesi dell’Unione, include digressioni sulla libertà d’espressione e il pericolo di cyber-terrorismo.
È questo il punto più controverso del trattato. La cooperazione internazionale per la prevenzione e la sicurezza della rete potrebbe diventare un alibi per la censura. Solo ieri William Dutton, Direttore dell’Oxford Internet Institute, ha applaudito alla risoluzione indicando nel Digital Economy Bill il modello da seguire. Insomma, se «le vie dell’inferno sono lastricate di buone intenzioni» l’ONU è davvero sulla buona strada.
Aggiornamento: Corretto il refuso nel titolo.
Via | Telegraph
Sia Google:
“Il New York Times è semplicemente in errore. Non abbiamo avuto nessuna conversazione con Verizon che riguardi il pagamento per trattare il traffico di Google. Siamo determinati come sempre lo siamo stati ad avere un’Internet aperta”
Che Verizon:
“L’articolo del NYT sulle conversazioni tra Google e Varizon è in errore. Fondamentalmente travisa il nostro scopo. Come sostenuto in passato, il nostro obiettivo è avere una regolamentazione di Internet che assicuri apertura e responsabilità, incorporando l’autorità della FCC, mantenendo investimenti e innovazione. Presentarlo come un accordo tra le due aziende è completamente incorretto”
Hanno così negato il suddetto articolo del New York Times che parlava di un possibile accordo tra le due aziende per dare maggior priorità ad alcuni contenuti sul web rispetto ad altri, dietro pagamento dei proprietari di tali contenuti. Nulla di cui preoccuparsi quindi a quanto pare, almeno stando a sentire le due posizioni di Google e Verizon, anche se restano da verificare gli intenti dichiarati proprio da quest’ultima nella sua smentita.
Il concetto di net neutrality è un qualcosa di piuttosto indefinito che cambia da soggetto a soggetto, ed è per questo che non deve stupire che un difensore della neutralità della rete come Google possa iniziare a intraprendere un cammino che per molti può invece cozzare contro il principio.
Tale premessa per introdurre le trattative segretissime tra Google e Verizon (quest’ultima invece da sempre contro la net neutrality), che secondo il NY Times starebbero organizzando un modo per far sì che alcuni contenuti sul web vengano prioritizzati un po’ come avviene per i processi di un sistema operativo, per arrivare ai naviganti in maniera più rapida rispetto ad altri, ovviamente dietro pagamento di chi otterrà questo trattamento “di favore”. Il tutto coinvolgendo quanti meno soggetti possibile attraverso meeting con pochissimi partecipanti che contano, sollevando così anche le ire degli altri azionisti.
In questo modo per esempio YouTube potrebbe sbaragliare la concorrenza assicurandosi una maggiore priorità rispetto ad altri servizi di video-sharing, mentre è facile immaginare che alla fine del tutto i contenuti a minor priorità potranno diventare quelli relativi al peer-to-peer, malvisto per ragioni che ben sappiamo ormai da tantissimi dei colossi che popolano la rete. Un’operazione che potrebbe addirittura diventare realtà la prossima settimana, ma che come dicevamo va contro il principio di neutralità della rete per molti, tra i quali anche Gigi B. Sohn, fondatore e presidente dell’associazione consumatori Public Knowledge:
“Il senso di una regola sulla neutralità della rete è impedire che le grandi aziende si spartano Internet tra di loro. Il destino della rete è un argomento troppo importante per essere deciso da negoziazioni tra due aziende, anche grandi come possono essere Verizon e Google”
Voi che ne pensate? Credete che la neutralità della rete sia messa seriamente a rischio da questo possibile scenario? Personalmente condivido l’idea di chi come Tim Berners-Lee e Vint Cerf vorrebbe regolamentare ancora di più il principio, facendo in modo che diventi una serie di vere e proprie leggi da seguire sul web.
Avevamo già segnalato la presa di posizione dell’incumbent provider danese TDC (con una storia simile a SIP/Telecom Italia), che tre settimane fa ha deciso volontariamente di bloccare The Pirate Bay come precauzione per evitare denunce da IFPI, ma adesso, dopo che ha esteso il blocco a tutte le sue infrastrutture, gli ISP reseller contestano la decisione.
La contestazione si trasforma in un appello alla Corte Suprema danese, a cui verrà sottoposta la teoria che i provider non sono responsabili per i potenziali crimini contro il copyright attentati dai propri clienti, altrimenti, come ha dichiarato Jens Ottosen, esponente di TeliaSonera e presidente dell’associazione nazionale dei provider, andrebbe impedito l’accesso anche a YouTube, MySpace e Google (per iniziare).
Questa sarà quindi la prima grande sentenza per la net neutrality in Europa, perchè non si tratta più solo di un sito ma di un principio di libertà; inoltre, alla baia ben sanno come rendere facile per chiunque in Danimarca aggirare i blocchi imposti.
Via | TorrentFreak.com
Durante un incontro incentrato sul futuro economico di Internet organizzato dall’Organization for Economic Co-Operation and Development (OECD), svoltosi la scorsa settimana in Corea del Sud, la questione della Net Neutrality è tornata a far discutere. Viviane Reding, responsabile per la Società dell’Informazione e i Media europea, porta all’attenzione dei presenti il fatto che “alcuni stanno iniziando a criticare i principi fondamentali di apertura e neutralità che sono stati essenziali allo sviluppo e all’innovazione di Internet.
Il dibattito sulla Net Neutrality è focalizzato sulla legittimità (o meno) di far pagare la distribuzione di alcuni contenuti online maggiormente rispetto ad altri a discrezione del proprio ISP (Internet Service Provider). Nel Regno Unito, tale questione si è da poco riaccessa tra la BBC e alcuni ISP,che hanno richiesto a BBC di contribuire al costo dell’elevato traffico generato dal proprio iPlayer. Fanno ben sperare le parole della Reding quando dichiara:
La discussione sulla neutralità della Rete non è una questione tecnica che deve esere risolta dalle autorità ma, prima di tutto, è una questione politica che deve essere risolta dalle persone: Internet è loro!
Nel prosieguo del proprio intervento, Reding ha sottolineato come l’apertura della Rete e l’innovazione che ne è conseguenza non debbano essere messe in discussione. Tra gli altri argomenti di cui si è discusso durante il meeting, la deputata europea ha trattato anche della necessità del passaggio a IPv6, della necessità di combattere la pirateria online e dell’importanza di rafforzare la tutela dei consumatori.
Via | zdnetasia.com
Vodafone, ha lanciato questa settimana il primo podcast via cellulare in Italia. Attraverso una campagna Wap Push, tutti gli utenti della compagnia telefonica hanno ricevuto un piccolo video promo del servizio.
Tuttto il materiale che non si è mai riuscito a vendere sul web, adesso incomincia ad essere promosso sui cellulari. Si presuppone che con la diffusione dei telefonini di nuova generazione gli utenti, dovrebbero essere più invogliati all’acquisto di servizi a valore aggiunto.
In merito, ci sono alcune interessanti riflessioni provenienti dalla blogosfera, Quinta’s weblog, riporta qualche dettaglio che Vodafone trascura di dichiare. Uno di questi, forse il più importante, è che (cito un commento) “nel canone è compresa la navigazione via web e i servizi Internet del portale Vodafone Live!, Google Search, YouTube (una selezione dei video), Google Maps, eBay, MySpace Mobile. Capite? navigare e scaricare senza limiti di tempo o quantita’ SOLO dalle fonti di contenuti che dicono loro!.
Insomma, togliamoci dalla testa di potere navigare con il telefonino esattamente come facciamo con il web. La tariffa vodafone di 9€ flat vale solo per i contenuti che Vodafone sceglie per noi. Alla faccia della net neutrality!
Il gruppo di attivisti di Save the Internet, che ha raccolto il sostegno di oltre un milione e mezzo di utenti per preservare la net neutrality dagli attacchi del Congresso Americano torna alla carica con un nuovo video ed una petizione da firmare.
La neutralità della rete è quella legge non scritta per cui ogni utente possa usufruire allo stesso modo della rete, in riferimento alla velocità delle linee e alla paventata possibilità di percorsi preferenziali: si suona leggermente familiare?
Certamente anche in Italia viviamo una situazione non felice, dove la concorrenza ancora è bloccata: posso consigliarvi in questo caso di leggere quanto scrivono sui loro blog Antonella Beccaria e Stefano Quintarelli e di tenere dritte le orecchie, in quanto Internet, tra cinque anni, potrebbe essere molto meno libera di quanto lo è ora.
Questo il video della iniziativa lanciata da Save the Internet, sostenuta anche da molti artisti musicali e cinematografici: sarebbe necessario realizzare un video italiano sull’argomento e continuare a parlarne, sfruttando l’effetto virale che la rete può avere.
[via|Antonella Beccaria - scarica il video]
Mesi fa in America si creò un movimento mediatico che puntava ad alzare l’attenzione sulla neutralità della rete e sui rischi che gli operatori che forniscono la connessione alla rete potessero diventare l’ago della bilancia nel futuro di internet.
Ritorniamo sull’argomento in quanto Stefano Quintarelli si è preso il disturbo di sottotitolare un video di Rocketboom, dove la bella Amanda Congdon spiega cosa significa per tutti noi la neutralità della rete: il contenuto inserito nel video che lo contestualizza, lo rende ancora più preoccupante.
Prima di vedere il video, rispondete alla domanda: quanti operatori di telecomunicazioni con proprie linee ci sono in Italia?
[via Pandemia]