
Facebook potrebbe mettere in pericolo la ricerca di un nuovo lavoro: uno spauracchio di cui si parla ormai da tempo, da quando la cronaca è stata invasa da notizie di licenziamenti riconducibili a comportamenti tenuti su Facebook. La possibilità che status o fotografie imbarazzanti, scritti in un momento di euforia o di particolare confidenza con gli amici, arrivassero un giorno a condizionarci la vita lavorativa è cresciuta con l’aumento del predominio di Facebook su Internet, diventando una dimensione che non coinvolge più solo le amicizie.
Su Facebook siamo scrutati da amici, amanti, curiosi, dai telegiornali (avete mai fatto caso quanto spesso i giornalisti ricorrano ai gruppi o alle pagine personali quando si parla di cronaca? Ormai non serve più intervistare i vicini del malcapitato, basta trovare la sua bacheca e analizzarne i contenuti), ma anche dai possibili datori di lavoro.
La scorsa settimana la Federal Trade Commission ha dato la propria approvazione ad una società che effettua l’analisi e la selezione di possibili candidati per nuovi posti di lavoro basandosi anche su fotografie e post pubblicati su Internet. La FTC ha stabilito che la Social Intelligence Corp. lavora in conformità con la legge Fair Credit Reporting Act: la ricerca di ciò che abbiamo scritto e pubblicato su Facebook/Twitter/Flickr/blog/forum (e più in generale, Internet) può diventare parte standard di un’analisi del nostro background in caso di candidatura per un lavoro.

Gli uomini non laureati che parlano spesso di alcool o postano fotografie relative hanno più amici su Facebook rispetto a chi non lo fa, almeno secondo uno studio che verrà presto reso pubblico dall’American Journal of Men’s Health. Lo studio ha analizzato i profili di 225 studenti maschi al college (quindi paragonabili ai nostri universitari) che postano status facenti riferimento all’alcool o che pubblicano fotografie con dei drink (con descrizione testuale specifica). Si è quindi calcolato che l’85.53% dei profili contiene almeno un riferimento all’alcool, ma la media è di ben 8.5 riferimenti.
Gli uomini di più di 21 anni fanno riferimenti ad alcolici 4.5 in più dei più giovani su Facebook e il numero di riferimenti è significativamente correlato al numero di amici che ogni utente ha sul social network. Lo studio è interessante anche per capire il tipo di influenza che l’utilizzo degli alcolici sbandierata sui social network possa avere nei giovani, che per qualcuno è fortemente più significativo rispetto all’influenza derivante dai media tradizionali. Katie Egan, che ha guidato la ricerca, spiega:
La nostra ipotesi è che, poiché l’alcol per gli studenti del college è un predittore di accettazione sociale, ci potrebbe essere una correlazione simile nel mondo del social networking con riferimenti alcool. I riferimenti all’alcool potrebbero costituire un meccanismo di l’accettazione via peer.
Facebook prepara un altro aggiornamento delle proprie citazioni: presto non sarà più necessario anteporre la chioccola @ al nome di un contatto per richiamarlo in uno stato oppure nei commenti. Il sistema suggerirà la lista degli amici corrispondenti al nome proprio digitato e si potrà escludere il cognome, accorciandone il tagging.
Se, ad esempio, si hanno più amici di nome Mario, digitandone il nome apparirà automaticamente la lista dei contatti: Mario Bianchi, Mario Rossi, Mario Verdi, ecc. dove selezionare quello desiderato. La funzione è prevista soltanto per aggiornamenti di stato e commenti. Pagine, eventi, fotografie e gruppi continuano a richiedere @.
Una volta selezionato l’amico da “taggare”, sarà possibile cancellarne il cognome mantenendo però attivi la notifica e il link al profilo. Il fatto che la funzione sia limitata ad alcuni ambiti è probabilmente per evitare confusione in caso d’omonimia. Dopo l’attivazione delle citazioni nei commenti, è la prima modifica al tagging.
Via | ZDNet

Facebook ha modificato il pulsante per il “like” dei contenuti: da un paio di giorni il bottone ha aggiunto l’opzione “send” (“invia”, nella traduzione italiana). La modifica consente di condividere siti, pagine, articoli, ecc. via e-mail oppure in forma di messaggio privato a utenti e gruppi di Facebook. Perché «a volte è privato».
Il popolare pulsante del social network aveva appena compiuto un anno di vita, cambiando di fatto le abitudini degli utenti del web sulla condivisione dei contenuti. Sebbene il 71% dei lettori non lo gradisca, il “like” di Facebook è stato adottato oltre 10.000 siti lo integrano sulle proprie pagine. Adesso avranno anche il “send”.
Com’è avvenuto su queste stesse pagine l’introduzione del nuovo pulsante è avvenuta in modo coatto: tutti i siti che utilizzano il codice standard di Facebook per il “like” hanno ottenuto immediatamente anche il “send”. Esiste una pagina dedicata alla ristrutturazione del codice per aggiungere soltanto quest’ultimo al proprio sito.
Via | Digital Trends

Skype e Facebook non sono mai stati così vicini, almeno su Windows: l’ultimo aggiornamento del client ha portato con sé una novità per l’integrazione col social network. Il news feed di Facebook è accessibile da una scheda di Skype: si possono effettuare apprezzamenti, commenti e condivisioni dei contenuti proposti dai propri amici.
Si può usare Skype anche per aggiornare lo stato di Facebook e, se un amico ha connesso i due account, chiamarlo direttamente con un pulsante (supporta pure i numeri di telefono della propria rubrica). Skype potrebbe sostituire così altri client per Facebook su Windows, riducendo il numero delle applicazioni installate sul desktop.
Se Skype continua ad avvicinarsi a Facebook, il social network non fa altrettanto: l’attesa funzione di chiamata e video-chiamata dalla chat di Facebook tarda ad arrivare. Eppure, utilizzando il protocollo XMPP (lo stesso di GTalk) non sarebbe così difficile integrare audio e video. Per ora, si può supplire alla mancanza con Skype.
Via | Skype
Giovanni Paolo II avrebbe nominato Sant’Isidoro come il protettore di internet, Benedetto XVI apprezza i social network e chiede ai Cattolici di diffondere la parola di Dio sul web. Mentre il parroco di St. John Cantius, nell’Arcidiocesi di Chicago, impone ai propri parrocchiani d’abbandonare Facebook e di tenerne lontani i bambini.
Matt Abbott ha abbandonato 2.000 contatti aggiunti su Facebook perché quest’ultimo costituirebbe una “tentazione”. La cristianità, si legge nel bollettino della parrocchia, sarebbe in contraddizione col social network. Un contrasto con le dichiarazioni del Papa (e le motivazioni raccolte dal Chicago Tribune hanno dell’incredibile).
In sostanza, Facebook corromperebbe la gioventù perché causa della creazione di neologismi come PIR (Parent In Room), POS (Parent Over Shoulder) e GYPO (Get Your Pants Off), legati ad altrettanti gruppi per la condivisione di fotografie. Sicuramente di cattivo gusto, è molto difficile che questi causino dei problemi alla religione.
Via | ZDNet

Se i social network si sono eletti a specchio della società, quale dev’essere la loro posizione in caso di dilemma etico? Nel caso delle proteste avvenute in Medio Oriente, Facebook e company devono accettare i contenuti dei “ribelli” e fare informazione o restare fedeli alle policy più stringenti? È questa l’interessante riflessione che il New York Times fa prendendo ad esempio la vicenda di Hossam el-Hamalawy, un blogger egiziano ed attivista a sostegno dei diritti umani, che si è visto cancellare alcune foto della polizia egiziana da Flickr.
Hossam el-Hamalawy ha caricato su Flickr per due giorni le foto degli agenti di polizia egiziani utilizzati dallo Stato per gestire la sicurezza durante la rivolta. Le foto, recuperate dagli attivisti su un CD trovato nel quartier generale della polizia di Stato di Nasr, sono scomparse una ad una dalla celebre piattaforma:
Credevo di essere stato oggetto di hack.
Julian Assange, lo sappiamo, è un personaggio che va controcorrente. E mentre tutti lodano internet ed i social network utilizzati durante le rivolte arabe, Julian Assange si scaglia contro la rete. “Internet è la più grande macchina di spionaggio che il mondo abbia mai conosciuto, ed è un ostacolo per la libertà di parola”, avrebbe detto durante un discorso agli studenti dell’Università di Cambridge.
C’era già stata una rivolta al Cairo tre o quattro anni fa, ha spiegato Assange. Una piccola rivolta, ed in quel caso proprio Facebook venne usato per arrestare i partecipanti. Così mentre internet ci ha dato la possibilità di conoscere cosa fanno i governi, viene utilizzato a sua volta per spiare cosa fanno gli utenti. Le tecnologie possono quindi aiutare i regimi per controllare cosa fanno o pensano i propri abitanti. Internet non è quindi “una tecnologia che favorisce la libertà di parola“, e “non è una tecnologia che aiuta i diritti umani“. “Piuttosto è una tecnologia che può essere usata da un regime totalitario, in un modo mai visto in passato“. Eppure, nonostante questo, Assange crede che grazie anche al suo Wikileaks, siano partite le rivolte arabe. La pubblicazione di alcuni documenti diplomatici americani, hanno “cambiato parte delle dinamiche” che hanno poi portato al cambiamento politico in Tunisia.
Pensieri che si contraddicono, almeno all’apparenza. Eppure non ci voleva Assange per ribadire ciò che da anni andiamo dicendo anche noi. I social network sono strumenti bellissimi, straordinari, ma che vanno usati con attenzione. Far sapere agli altri cosa ci accade o cosa pensiamo, può essere divertente, può essere stimolante, ci può portare a conoscere realtà che mai avremmo potuto sospettare.E nello stesso tempo tutto ciò che facciamo o diciamo in rete può essere usato contro di noi. In maniera talvolta innocua, in altri casi traumatica.
Abbiamo sempre detto che internet è lo specchio della vita, e Assange non fa altro che ribadirlo: ogni strumento può essere usato per a fin di bene, o per scopi nefasti. Solo chi non conosce la rete e non vuole comprendere a fondo i meccanismi che la governa, può scandalizzarsi per quanto affermato o far finta di vederne solo le contraddizioni. Per tutti gli altri, possiamo dirlo, è solo la scoperta dell’acqua calda.
Foto | Flickr

Cosa succede quando gli “inventori” dei grandi fenomeni di Internet non hanno identità di vedute? Oggi ne vediamo un esempio analizzando le dichiarazioni di Christopher Poole, il fondatore di 4chan (controversa image board con community Web), rilasciate alla conferenza South by Southwest Interactive e che vanno a scontrarsi decisamente con quelle di Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook.
Nel tempo Facebook è stato ampiamente criticato per le policy riguardanti la privacy e Zuckerberg ha passato diverso tempo a ribadire la propria idea (piuttosto aggressiva) sull’identità online e sulla privacy stessa: gli utenti devono avere un’identità unica ovunque interagiscano sul web, così da essere più autentici e portare le proprie connessioni sociali su qualsiasi sito frequentato.
Poole, conosciuto anche come “Moot” su 4chan, ritiene che Zuckerberg abbia torto. Lavorando su un servizio con una base di utenti anonimi piuttosto vasta, Moot ha avuto modo di verificare i pro e i contro dell’anonimato sul Web: consentirebbe innanzitutto agli utenti di rivelarsi per come sono in modo completamente naturale, non filtrato, non falsificato, ma nudo e crudo. Utilizzando sempre la stessa identità ovunque online si perde quella che Poole definisce “the innocence of youth”, ovvero l’innocenza della gioventù.
Continua a leggere: Fondatore di 4chan: Mark Zuckerberg si sbaglia a riguardo dell'identità online

Due giorni fa si è aperto il DEMO 2011, l’evento che offre visibilità alle nuove tecnologie e agli ultimi prodotti delle aziende sia grandi che piccole. Approfittando del palcoscenico offerto, la WebSense ha lanciato Defensio 2.0 per Facebook, un’applicazione per mantenere sicure e pulite da malware, parolacce e link indesiderati le pagine ufficiali di Facebook di personalità/compagnie/prodotti.
Defensio offre sicurezza divendo i pericoli in tre macrocategorie: spam, contenuti pericolosi e profanità. Possiamo fare in modo che l’applicazione ci allerti di ognuno di questi pericoli, ma può essere anche impostata la cancellazione automatica o la quarantena. Oltre ai settaggi di base, l’applicazione permette anche di identificare un gran numero di siti diffenti da bloccare, di modo che non possano scrivere sulla nostra pagina.
Nei mesi scorsi era stata presentata anche la soluzione BitDefender con un funzionamento simile, ma più diretta all’utente medio non “professionale”. L’applicazione di BitDefender infatti previene la condivisione senza controllo di elementi personali o attività che infrangano la privacy, oltre a bloccare i link pericolosi. Defensio è anche dotato di un pannello di moderazione completo che permette al possessore della pagina di Facebook di gestire gli elementi in quarantena, abilitandoli o disabilitandoli a piacimento.
Defensio è stato pensato per i piccoli business o per i brand su Facebook, oppure per le pagine ufficiali a cui tenete particolarmente. Una prova dell’applicazione è gratuita, poi esistono fasce di prezzo a seconda dell’utilizzo: per privati e startup (con fino a 5 impiegati) è gratis, per i piccoli business con fino a 250 dipendenti costa 299 dollari all’anno, la versione professionale costa 1499 dollari mentre la versione premium costa 7999 dollari all’anno.
Per quanto io sia tecnologicamente avanzata, quando penso al mondo del lavoro lo collego immediatamente al biglietto da visita; quando ci si presenta o si scambiano informazioni con colleghi o potenziali clienti è usanza scambiare i propri biglietti da visita, dal più classico ed elegante cartoncino stampato in caratteri fini alle colorate ed estrose varianti offerte da alcune compagnie più moderne come Moo.com.
Se il progresso tecnologico e la varietà di offerte hanno permesso il proliferare di idee creative, il vecchio caro concetto del biglietto da visita viene messo in crisi dalle alternative più in voga quali smartphone, applicazioni dedicate e social network. In un panorama in cui tutto sembra spostarsi online (pensiamo ad esempio agli investimenti per servizi di tipo cloud), ci troviamo in una fase di transizione tra vecchio, nuovo ed un misto tra i due: l’utilizzo esclusivo di social network per lo scambio di informazioni, la fruizione di applicazioni con OCR avanzato per la lettura dei biglietti da visita e la “vecchia guardia” che continua come in passato.
I social network conoscono ora il momento più fortunato, trascinati dal successo di Facebook. LinkedIn è nata come rete di contatti a livello professionale, diffondendosi meno capillarmente, ma offrendo una alternativa completamente online alla classica rubrica telefonica. Stiamo addirittura assistendo ad un fenomeno per il quale alcuni aspetti di FaceBook, come le fan page, vengono riviste e portate su LinkedIn con struttura completamente diversa. Il social network di Zuckerberg si afferma come modello dominante online, divenendo il biglietto da visita digitale per eccellenza.
Continua a leggere: Biglietti da visita: travolti dalla rivoluzione applicazioni/social network?

Il governo egiziano sta ripristinando i servizi Internet nel Paese a partire da oggi, terminando un periodo di shutdown che risulta essere il più lungo mai avvenuto in Egitto. Internet e le linee telefoniche sono state bloccate dalle autorità nel tentativo di placare le infuocate proteste che da giorni sconvolgono il Paese, impedendo ai manifestanti di organizzarsi online.
Una simile censura è servita più a tagliare i contatti tra i cittadini egiziani con le proprie famiglie (aumentando rabbia e senso di impotenza) che a impedire i movimenti di protesta, che sono riusciti comunque ad aggirare l’ostacolo organizzandosi non più in piccoli gruppi sparsi, ma in grandi quantità di persone. Un esempio culmine è stata “l’invasione di piazza” di Martedì scorso al Cairo con 250.000 cittadini.
Il ripristino dei servizi Internet è stato comunicato ufficialmente da Hassan Kabbani, CEO del provider MobiNil. Pian piano la maggior parte dei siti sono tornati raggiungibili, a partire da quello della Central Bank of Egypt e la chat di Facebook. La decisione di tornare alla normalità sembra far parte del tentativo di ripristinare l’ordine dopo l’annuncio di Mubarak: non cercherà la rielezione in autunno. Un portavoce dell’esercito è apparso in televisione chiedendo ai manifestanti di tornare a casa e “riportare la stabilità nel Paese”.