Di quanto sta accadendo tra Michael Arrington e AOL per la questione legata a CrunchFund e la guida di TechCrunch avrete probabilmente letto a sufficienza qui su Downloadblog, dove abbiamo continuato a seguire con attenzione l’evolversi della diatriba con al centro quello che è il blog più influente della Silicon Valley.
Ma non siamo qui ora per darvi altri aggiornamenti: i mattacchioni di Next Media Animation hanno infatti realizzato un cartone animato, come da loro tradizione dedicato all’argomento più delicato delle news degli ultimi giorni (insieme al licenziamento di Carol Bartz). Michael Arrington contro AOL si trasforma quindi in un divertente cartoon a sfondo fantasy, dove il mago-Arrington prova a riempire il forziere di CrunchFund.
Via | Latimes.com

Ci chiedevamo proprio ieri cosa stia realmente accadendo a TechCrunch, famoso blog americano della Silicon Valley in mezzo alla tempesta dopo la notizia dell’uscita del fondatore Michael Arrington dallo staff per dare vita a CrunchFund, fondo venture capital da 20 milioni di dollari messo in piedi da AOL con altre società.
Soshable.com, dal quale abbiamo anche prelevato la divertente immagine che vedete qui sopra, ha ricostruito più o meno bene il modo in cui si sono svolti i fatti, evidenziando uno scontro tra Michael Arrington e Arianna Huffington, boss di Huffington Post e della divisione editoriale di AOL.
Dopo che gli alfieri di Arrington hanno detto la propria nel colorito modo proprio di TechCrunch, lo stesso Michael ha deciso di scrivere un proprio post intitolato Editorial Independence, dal quale è possibile estrarre due cose: la prima è che Arrington non si sente affatto fuori dallo staff di TechCrunch come la Huffington vorrebbe, mentre la seconda è una diretta conseguenza. Arrington chiede infatti ad AOL di rispettare la promessa d’indipendenza editoriale fatta all’epoca dell’acquisizione di TechCrunch, oppure che quest’ultimo venga rivenduto agli investitori originali.
La minaccia? Quella di abbandonare TechCrunch qualora AOL non accetti nessuna delle due alternative. Come Business Insider ci fa notare, tutto ciò equivale a un impiegato licenziato che chiede alla propria società di fare in modo che la sua ex divisione non sia più sotto il controllo del vecchio capo, minacciando le proprie dimissioni. Se tutto ciò vi suona quantomeno divertente, aspettate qualche altro giorno: l’impressione è che continueremo a vederne delle belle.
Si può portare a termine un’operazione da 315 milioni di dollari come quella che ha portato AOL ad acquistare Huffington Post e lasciare completamente senza briciole chi a quest’ultimo sito ha contribuito? È la domanda sulla quale si basa la causa legale che Jonathan Tasini e altri hanno avviato nei confronti di HuffPo. Ma partiamo dall’inizio: Tasini inizia a collaborare con Huffington Post nel 2005, a quanto pare su invito di Arianna Huffington in persona, scrivendo di diritti dei lavoratori, economia e politiche di governo, senza guadagnare un soldo così come altre migliaia di blogger.
Per sei anni la cosa deve evidentemente essere andata bene a Tasini, almeno fino a quando come dicevamo a febbraio 2011 l’operazione multimilionaria va in porto, spingendo così il blogger-attivista ad avviare la causa, supportato anche da Newspaper Guild e Writer’s Union (che hanno anche indetto uno sciopero contro HuffPo), al fine di ottenere 105 milioni di dollari come risarcimento danni per più di 9.000 persone. The Next Web ha incontrato Tasini in quel di New York, realizzando la video-intervista che potete vedere qui sopra, dalla quale emergono le ragioni che hanno spinto il 54enne di Houston ad avviare il procedimento:
“Centinaia di scrittori erano arrabbiati, delusi e offesi dal modo in cui Ms. Huffington li ha trattati dopo la vendita. Era già ricca prima della vendita, ma ha poi incassato un’enorme somma di soldi, soldi che non avrebbe mai avuto senza il lavoro di questi blogger senza paga. Non ci sarebbe stata nessuna vendita ad AOL, non ci sarebbe stato alcun valore della società. Ha intascato i soldi e ha praticamente detto ai blogger come Maria Antonietta: ‘che mangino brioche!’. […] Per tutta la mia vita, ho avuto una passione per la giustizia sociale. Il movimento dei lavoratori è stata la mia casa per 20 anni e passa. C’è qualcosa in me che istintivamente vuole protestare contro l’ingiustizia sui luoghi di lavoro. Penso che ciò che Arianna ha fatto sia immorale, illegale e quantomeno stupido. Se fosse stata furba, avrebbe detto ‘Darò a tutti una piccola ricompensa’. Anche 25$, 50$, e così via. Credo che la gente si sarebbe potuta sentire molto meno offesa.”

L’occasione era delle più ambite nel mondo della West Coast che blogga, che digita, e che non compra più poi tanta stampa. Un party in casa di Arianna Huffington, in cui era presente mezza Hollywood vecchia maniera, e un pezzo di Silicon Valley talmente grosso che si chiamava Erich Schmidt.
Il CEO di Google, re dei due mondi, perché controlla il motore di ricerca più usato della Terra - di cui hanno però bisogno vitale anche i media tradizionali, per sopravvivere - si è visto recapitare una patata bollente da una Sharon Waxman in grande spolvero. “Google comincerà a produrre notizie, invece che indicizzarle soltanto? Comprerà il New York Times o il Washington Post?”.
La risposta di Schmidt è stata un secco no, ma c’è dell’altro. Il CEO più potente del mondo dell’informazione (e, probabilmente, del mondo) ha aggiunto che Google implementerà un sistema nuovo per distribuire notizie di alta qualità, in collaborazione proprio con Times e Post. Non sarà più necessario cercare quei contenuti tramite Google News, ma essi saranno “consegnati” all’utente del motore di ricerca direttamente dalla home page di Google, tramite nuovi algoritmi sempre più sofisticati e nuovi sistemi di pubblicità sempre più “premium”. Per nuovi lettori sempre più “interessati” alle notizie.