Privacy, studio di Princeton dimostra che Google e gli altri ci isolano in "bolle di ricerca"

Una ricerca vuole evidenziare come i motori di ricerca i servizi web discriminino l'utente in base a sesso, religione, etnia e livello di benessere.

Secondo uno studio di Princeton è possibile analizzare indirettamente il traffico generato dagli utenti su Google e sui network delle altre grandi di Internet e finalmente capire se quello che gli avvocati della privacy online temevano sia vero o teoria del complotto: le nostre ricerche e attività vengono filtrate in “bolle personali”, impenetrabili dall’interno, che ci presentano risultati economicamente vantaggiosi per i search engine?

In poche parole, il sospetto è che la Rete ci discrimini in base alla nostra data di nascita, sesso, appartenenza geografica, censo, interessi. Una personalizzazione tutt’altro che innocua che ci impedisce di vedere la rete per come è, dato che quello che ci viene mostrato è influenzato da chi ci vuole vendere qualcosa.

Una maniera per penetrare la “bolla”


Questa bolla è impossibile da vedere dall’interno. La maniera con cui Google, Facebook o Microsoft gestiscono il traffico delle ricerche o dei propri servizi è sconosciuto per ragioni lecite dal punto di vista commerciale o della privacy, ma quello che è oscuro per noi e - si spera - per un servizio di intelligence domestico e straniero (come no…) è per sua stessa natura perfettamente chiaro per la multinazionale che ci fornisce il servizio che noi abbiamo sottoscritto.

A riguardo Google &co hanno espresso rifiuto, ignoranza o riservatezza mormorando scuse a riguardo dei benefici di un web “personalizzato”. Ma da oggi sarà impossibile negare questo genere di attività: un team di ricercatori di Princeton ha sviluppato un programma di bot “realistici” che forniscono finti profili con ogni genere di dato personale, mimando le attività di un utente normale a caccia di segni discriminazione e comportamenti “personalizzati” su queste linee guida.

La preoccupazione è anche sociale: gli algoritmi che presentano pubblicità e risultati basati sul profilo degli utenti potrebbero anche incidere negativamente sulla popolazione, confinando interi gruppi all’interno di paletti e recinti invisibili ma molto reali. Ci sono già casi di discriminazione razziale per quanto riguarda la pubblicità, oppure di offerte con prezzi differenti a seconda della zona in cui si vive, pur trattandosi delle stesse catene di rivenditori.

Il comportamento dei motori di ricerca e servizi web nei confronti di questi bot è analizzato in modo indiretto, ma completamente automatizzato. Degli algoritmi smart affrontano insomma i loro equivalenti creati da Silicon Valley.

Il capo della ricerca è un nome noto, Arvind Narayanan, uno degli ideatori e sostenitori della campagna Do Not Track che ha già fatto parlare di sé l’anno scorso. Una volta che le attività di Google e degli altri saranno identificate, sarà molto più facile regolamentarle o spiegarle al pubblico.

Foto | Flickr
Via | Forbes

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