Spotify accusato di non pagare gli artisti si difende: "Entro il 2013, un miliardo in diritti"

Spotify si ritrova sotto attacco da parte della comunità degli artisti meno... Major. Molti gruppi lamentano scarso ritorno monetario, ma il network si difende e spiega quanto verserà in diritti nel 2013.

Non sono mancate le band che in passato hanno detto di non volerne sapere di Spotify perché il gioco non valeva la candela, a fronte di pagamenti dei diritti davvero irrisori (e ritardatari) da parte del servizio di streaming. Le cose hanno preso una piega più seria quando gli Atoms for Peace, band forse poco nota di per sé ma estremamente rilevante in quanto side project di alcuni membri di band “gigantesche”, ha scelto di abbandonare la piattaforma con il proprio catalogo.

Spotify non ci sta: un miliardo di ragioni per restare

Spotify ribatte, dicendo di essere da sempre un servizio che ama gli artisti. Secondo il comunicato ufficiale Spotify dice di essere destinato a pagare ben un miliardo di dollari entro la fine del 2013 proprio a coloro che condividono le proprie tracce sul servizio. Sempre secondo i suoi dati, sarebbero stati erogati già 500 milioni.

Spotify si definisce come perno di quest’intero mercato, il cosiddetto “pacesetter”, un apripista. Sui suoi server arrivano 23 milioni di utenti e con il passare dei mesi sono sempre di più gli artisti “mainstream” che mettono piede sulla piattaforma, rendendo disponibili non solo i pezzi nuovi ma anche tutto il proprio catalogo di classici. Per fare alcuni nomi importanti, possiamo iniziare dai Metallica (ironico, dato il loro antico odio per Internet), i Pink Floyd e persino gli Eagles, nomi storici che ormai son più “da papà” che roba da tutti i giorni in radio.

E chi non è d’accordo? “Una piccola, insignificante ribellione”.

Ecco l’insignificante ribellione

Eppure a denunciare le pratiche scarsamente remunerative di Spotify non sono dei signori nessuno. Oltre al frontman Nigel Godrich (produttore e “semi-”membro dei Radiohead), gli Atoms for Peace contano nel gruppo Flea dei Red Hot Chili Peppers e Tom Yorke, anche lui dei Radiohead. Ma Godrich non è preoccupato tanto per se, quanto per il futuro del modello commerciale di Spotify:

“I nuovi artisti non vengono pagati un ***** di niente. L’equazione non torna […] Se la gente avesse avuto Spotify invece di ascoltare dischi del 1973 ho i miei seri dubbi che si sarebbe mai fatto un Dark Side of the Moon”.

I Radiohead, tuttavia, hanno dimostrato negli anni di avere una visione piuttosto radicale del business online. Ricordiamo che nel 2008 furono i primi a pubblicare “ad offerta libera” su Internet, con il famoso In Rainbows.

Via | TechCrunch

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