Per dirvi cosa penso di Web 2.0 for sale la prenderò un pò alla lontana.
All’inizio si parlava di web 2.0, definizione coniata da O’Reilly, con una accezione positiva, in quanto era ormai evidente che gli strumenti per permettere agli utenti di partecipare con il proprio contributo a quella rete di informazioni che è internet, erano alla portata di tutti.
Questa definizione è stata poi appiccicata a qualsiasi cosa, dai siti con interfacce che sfruttavano qualche effetto dinamico, ai blog, ai social network, all’uso delle tag, ai servizi di hosting video e fotografico, al podcasting, fino al punto che bastava un certo stile grafico, semplice, con riflessi e trasparenze, per parlare di web 2.0 in riferimento ad un semplice sito.
Parlare di web 2.0 era ormai come parlare di tutto o nulla, e ognuno ne dava una propria definizione per calzarla alla propria creatura.
Qualcuno ha così cominciato a parlare di bubble 2.0, una seconda edizione della bolla speculativa del .com che scoppiò a cavallo del nuovo secolo, vista l’enorme quantità di soldi che le venture capital stavano scommetendo, e scommettono tuttora, in tante società senza modelli di business e previsioni di riuscire a monetizzare il proprio lavoro, se non vendendo il proprio servizio ad uno dei colossi della rete.
Penso che Web 2.0 for sale, servizio lanciato da un collaboratore di TechCrunch (e che si basa su EdgeIo, di cui Arrington è co-fondatore) rappresenti uno dei punti più bassi della speculazione sull’argomento web 2.0.
L’idea di vendere online le proprie idee e prototipi di servizi web si dimostra essere in realtà un porto di mare dove fare speculazione sulla registrazione e la vendita di domini, quegli indirizzi web che potrebbero diventare interessanti per chi volesse lanciarsi in questa avventura.
Ci sono stati casi di startup che sono finite in vendita su eBay, ma è evidente che Web 2.0 for sale non punta a queste inserzioni per monetizzare, bensì a tutti quelli che pensano di poter fare soldi registrando una lunga lista di domini pensando di ricavarne un bel gruzzolo.
Mentre alla fine, chi ci guadagnerà sarà chi intascherà dieci dollari per una inserzione di trenta giorni in una sorta di blog verticale di annunci.
Web2.0 for sale: la bolla 2.0 è qui
12 apr 2007 - 01:26 - #1[…] All’inizio si parlava di web 2.0, definizione coniata da O’Reilly, con una accezione positiva, in quanto era ormai evidente che gli strumenti per permettere agli utenti di partecipare con il proprio contributo a quella rete di informazioni che è internet, erano alla portata di tutti. […]
Raffaele :: CreativeBits
12 apr 2007 - 02:31 - #2proprio quello che penso anchio, dopo tutto la bolla delle speculazioni .com “web 1.0″ non è mai finita, magari è solo passata in secondo piano ma è ancora tristemente viva come dimostra, ad esempio, la piena attivita di siti come Sedo.it … che tristezza :(
ice
12 apr 2007 - 14:44 - #3per me il web2.0 eà rappresentato da tecnologie tipo ajax che permettono di avere nel browser, quindi via web, i prodotti di suite tipo office.
Questo sara ancora piu avidende quando con firefox 3 sara possibile eseguirli anche offline!!!
Napolux
12 apr 2007 - 18:20 - #4Boh, io ancora non so che idea farmi sulla “bolla”. Chi vivrà vedrà ;)
nientenessuno.it : links for 2007-04-13
13 apr 2007 - 08:54 - #5[…] Web2.0 for sale: la bolla 2.0 è qui punto di vista interessante. E’ un tema su cui riflettere. (tags: Web2.0) […]
Claudio Iacovelli
30 apr 2007 - 20:34 - #6Condivido lo scetticismo riguardo al Web 2.0.
Qualcosa di positivo sarà pur avvenuto, ad esempio il social networking e le migliori collaborazioni in rete, anche di natura consulenziale.
Nel blog da me curato ho scritto un post a riguardo:
http://marketing-intelligence.blogspot.com/2007/03/la-sirena-della-tecnologia-e-linganno.html